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BANCHE, BANCHIERI E FONDAZIONI

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Banche, Banchieri e Fondazioni

Domenica 26 Ottobre, la Banca Centrale Europea diffonderà i risultati dei cosiddetti “stress test” che hanno coinvolto 128 Istituti Bancari Europei, di cui 15 Italiani (Carige, Monte dei Paschi di Siena, Piccolo Credito Valtellinese, Banca Popolare di Milano, Intesa San Paolo, Mediobanca, Unicredit, Banca popolare dell’Emilia Romagna, Banca Popolare di Sondrio, Banca popolare di Vicenza, Banco Popolare, Credito Emiliano, Iccrea Holding, Unione Banche Italiane, Veneto Banca). In base ai risultati di questi test, si avrà la “fotografia” dei patrimoni cosiddetti “di vigilanza” delle Banche, il cui ammontare costituisce la riserva implicita che garantisce coloro che versano i propri denari nelle Banche stesse.
Gli Stress Test sono prove che proiettano un quantum di perdite su crediti e svalutazioni derivanti da scenari avversi, con Pil, occupazione e inflazione negativi al 2016.
L’indice che porterebbe le Banche a sopportare tali situazioni avverse viene definito “Core Tier 1” ed è pari a non meno dell’85% del Tier 1, indice costituito da varie voci dell’attivo patrimoniale delle Banche quali utili non distribuiti, riserve, azioni ordinarie ed obbligazioni di natura particolare, il cui rimborso può venire sospeso in caso di andamenti negativi della gestione. In ogni caso tali riserve più quelle denominate Tier 2, diverse e meno importanti per durata e protezione, non devono essere inferiori all’8% del totale delle attività ponderate in base al loro rischio creditizio, che altro non sono che le attività tipiche bancarie (prestiti, investimenti) valutate secondo criteri standardizzati dalla Banca Centra Europea.
Il motivo per cui le banche devono detenere il capitale così definito è fronteggiare perdite inattese, la principale delle quali deriva dal peggioramento del merito creditizio della controparte (i Clienti) oltre la quota prevista sulla base del rating ad essa associato in sede di risk rating.
Il rating è l’insieme di procedure di analisi e di calcolo grazie al quale una banca valuta quanto un cliente sia rischioso e quanto sarà produttivo in futuro, se gli venisse concesso il credito che chiede. Tramite il rating si calcola la “probabilità di default” ovvero la Pd associata ad ogni classe di rischio misurata negli anni passati, si raccolgono nuove informazioni sulla capacità di generare reddito futuro del beneficiario.Quale è lo scopo di questa attività di analisi e quali sono le evoluzioni che dobbiamo aspettarci dal Sistema Bancario Europeo? Per coloro che stanno seguendo l’argomento emerge nitidamente che gli esami sono uno strumento, chiesto dalla Politica alla Tecnica, per riformare il mercato bancario europeo e farlo uscire dall’intorpidimento nel quale entrò dopo il fallimento di Lehman Brothers. Uno choc vero, aggravato tre anni fa dalla crisi dei mutui sovrani, che ha flagellato l’Europa, anche per certi suoi vizi: troppo credito e troppe banche, molte delle quali inefficienti. In un contesto in cui finanziarsi sul mercato diventava prima costoso poi impossibile (le Banche non si prestavano soldi neppure al loro interno, per sfiducia reciproca) e con la salita ai vertici BCE di Mario Draghi, la Politica ha chiesto alle banche di riformarsi secondo linee guida chiare: alzare il patrimonio degli istituti per assorbire le perdite dovute alla recessione e garantire il credito al sistema. Questa ha richiesto la stesura di norme che permettessero di adottare un metodo di contabilizzazione coerente e omogeneo, la cooperazione tra le autorità dei paesi (anche non euro come Gran Bretagna, Polonia e Svezia, le cui banche stanno sottoponendosi agli stress test); maggior trasparenza e leggibilità degli istituti e dei loro bilanci. Al fine di avvicinare il Sistema Bancario Italiano agli standard programmati, la Banca d’Italia ha portato le vigilate ad accantonare per una trentina di miliardi nel 2013, e a connesse ricapitalizzazioni per 11 miliardi nel 2014 (dal 2008 la cifra è quadrupla). Nell’intero campione delle 128 banche europee sottoposte ad Aqr, gli accantonamenti aggiuntivi sono stati di 25 miliardi nel solo secondo semestre 2013, e altrettanti sono stati previsti tra gennaio e giugno; le emissioni azionarie sono state di 45 miliardi negli ultimi 12 mesi, più 22 miliardi di capitale ibrido.
In ogni caso, gli Istituti che non passeranno i test avranno da 6 a 9 mesi per integrare le riserve e portarsi a coprire gli scenari più avversi ipotizzati per il proseguo della vigilanza internazionale del rischio, in questo secondo caso con un core tier 1 pari al 5,5% (Asset Quality Review).

Ecco uno schema di quanto sopra esposto:http://www.forexinfo.it/IMG/gif/asset-quality-scheda.gif

Gli effetti di questo test si sono già visti sul mercato italiano con forti operazioni di pulizia dei bilanci. Unicredit ha chiuso il 2013 con una maxi-perdita da 14 miliardi di euro che sconta 9,3 miliardi di euro di svalutazioni dell’avviamento e 7,2 miliardi di euro di accantonamenti aggiuntivi su crediti (fino a totali 9,3 miliardi di euro). Intesa Sanpaolo ha chiuso l’anno con perdite da oltre 4,5 miliardi e con rettifiche di valore di avviamenti e altre attività immateriali per circa 6,8 miliardi di euro (ante-imposte). Così il Banco Popolare ha chiuso il 2013 con perdite da oltre 600 milioni e l’annuncio di un aumento di capitale da 1,5 miliardi di euro già in corso.

L’evoluzione che dovremo aspettarci da queste pratiche, sarà la sottrazione dell’attività di vigilanza esercitata dalle Banche Centrali delle Nazioni Europee, che passerà in toto alla Banca Centrale Europea, con la conseguente omogeneizzazione delle procedure e valutazioni dell’attività delle Banche stesse, riducendo anche il rischio di “opacità” che nel passato ha coinvolto la banca centrale in connivenze e conflitti di interessi (ricordiamo per onore del vero, che la Banca Centrale è un Istituto le cui quote di proprietà sono possedute dagli stessi Soggetti che era tenuta a sorvegliare). Inoltre, se l’analisi dei bilanci bancari che la BCE ha avviato rilevasse che alcuni istituti europei siano in condizioni di fallire, sarebbe una strada obbligata le realizzazione di un meccanismo unico di gestione delle crisi bancarie, con la creazione un fondo europeo di garanzia bancaria per evitare rischi di fallimenti bancari (E.S.M., Meccanismo Europeo di Stabilità), che comunque non ha ancora trovato un accordo unanime. Infatti, una delle clausole più controverse di tale Programma sarebbe quella che chiederebbe agli stati di essere “banchieri di ultima istanza” mentre diverse Autorità Nazionali chiederebbero che siano prima gli azionisti ed i sottoscrittori di obbligazioni bancarie a metter mano ad una patrimonializzazione della banca in crisi, come fissato dalle regole datesi dalla Commissione UE prima dell’estate.

Ultimo argomento che vorremmo intraprendere e che verrà approfondito anche nella puntata di Spazio Economia del 27 Ottobre, riguarda una “anomalia” del sistema proprietario delle Banche Italiane. Quello delle Fondazioni.
Le fondazioni bancarie hanno origine dalle antiche casse di risparmio, Banche affermatesi all’inizio del XIX Secolo e svolgenti una attività per alcuni versi diversa da quella delle Banche tradizionali. Alla raccolta del risparmio con iniziali sottoscrizioni e poi con depositi di Clienti, svolgevano attività di assistenza e beneficenza, mediante elargizione di beni elargiti gratuitamente verso i ceti più umili. Dagli anni Ottanta, a seguito delle prime evoluzioni del c.d. “risiko” bancario e della crescente esigenza di rafforzamento delle strutture economiche degli Istituti di Credito, l’allora Governatore della Banca d’Italia Ciampi, ideò uno strumento che permettesse a questi Enti di separare l’attività più propriamente bancaria ed imprenditoriale (rendendole quindi più simili agli Istituti tradizionali ed appetibili ad eventuali fusioni o incorporazioni), da quella di beneficenza ed assistenza delle Comunità territoriali ove avevano sede.
Dopo un primo periodo di vita di queste Fondazioni, con attività discutibili e di scarsa entità (distribuzione di contributi a pioggia, interventi in società operative in diversi settori, con scelte non sempre chiare né remunerative), la legge del 1998 introdusse la «programmazione triennale» dell’attività delle fondazioni ed indebolì il legame fondazioni-banche attribuendo alle fondazioni la natura giuridica di enti privati senza fini di lucro e la piena autonomia statutaria e di gestione, obbligandole di conseguenza, a partire dal 1999, ad adottare nuovi statuti sottoposti all’approvazione dall’Autorità di Vigilanza ed assumere la piena autonomia statutaria e di gestione.
Oggi le fondazioni bancarie, pur avendo per lo più dismesso il controllo delle banche conferitarie, sono, nell’insieme, i soci di riferimento dei maggiori gruppi
bancari italiani e continuano a esercitare un’influenza dominante nel disegnare le loro strategie e nel dare concreto contenuto alle scelte gestionali. Le fondazioni continuano a svolgere due mestieri, quello di ente non profit e quello di influente gestore delle banche, spesso ospitando nei loro Consigli di Amministratore politici e potenti locali, costituendo uno dei canali principali attraverso i quali la classe partitica esercita un’influenza importante nel Sistema Bancario e nel processo di attribuzione dei contributi a cui le Fondazioni sarebbero per Statuto tenute.
Ultimo aspetto in analisi, che si collega con la prima parte di questo scritto, riguarda l’ostacolo che le Fondazioni, prive di Fondi non versati dalle Banche di loro proprietà a seguito delle ultime traversie di bilancio che stanno subendo, costituiscono all’aumento di Capitali propri di cui gli Istituti necessiterebbero in virtù dei parametri richiesti dalle EBA. In caso di mancato versamento delle proprie quote infatti, le Fondazioni vedrebbero diluita la loro partecipazione al capitale ed ai diritti di voto in Assemblea delle Banche partecipate. Tale riduzione di potere non viene ben vista dagli “stakeholders” che attraverso le Fondazioni continuano ad esercitare il loro predominio sul credito e sui flussi economici intermediati dagli Istituti. Questo sarà forse uno dei problemi che dovrà affrontare il Sistema Bancario Italiano all’alba dell’europeizzazione del controllo sul credito, che avverrà tra pochi giorni.
Analizzeremo gli eventi e, probabilmente, torneremo sull’argomento.

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