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LE START-UP. COSA SONO E COSA SARANNO

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LE START UP. REALTA’ ECONOMICHE ATTUALI

Cosa sono le start-up e cosa stanno producendo?
Questa domanda se la pongono in molti, sentendo parlare di nuove imprese innovative e vedendo Aziende come Uber o Airbnb, suscitare interesse nella stampa, espandersi e (forse) guadagnare.
Innanzitutto, si può definire una start-up, l’azienda appena nata o comunque con meno di 48 mesi di vita (così richiede la Legge) che si caratterizza per un progetto innovativo o l’applicazione di tecnologie esistenti in modo diverso. Per loro natura, esse sono di solito costituite da poco tempo, con scarsi capitali ed un’organizzazione ancora non completamente implementata.

La Legge Italiana (D.L.n. 179/2012 convertito nel c.d. Decreto Legge Crescita 2.0), come detto, definisce le start-up in modo preciso come “società di capitali, costituite anche in forma cooperativa, di diritto italiano, che possiede i seguenti requisiti:
• è costituita e svolge attività d’impresa da non più di quarantotto mesi;
• ha la sede principale dei propri affari e interessi in Italia;
• a partire dal secondo anno di attività della start-up innovativa, il totale del valore della produzione annua, così come risultante dall’ultimo bilancio approvato entro sei mesi dalla chiusura dell’esercizio, non è superiore a 5 milioni di euro;
• non distribuisce, e non ha distribuito, utili;
• ha, quale oggetto sociale esclusivo o prevalente, lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico;
• non è stata costituita da una fusione, scissione societaria o a seguito di cessione di Azienda o di Ramo di Azienda;
e possieda almeno uno dei seguenti ulteriori requisiti:
1. le spese in ricerca e sviluppo siano (uguali o superiori al 15 per cento) del maggiore valore fra costo e valore totale della produzione della start-up innovativa;
2. impiego come dipendenti o collaboratori a qualsiasi titolo, in percentuale uguale o superiore al terzo della forza lavoro complessiva, di personale in possesso di titolo di dottorato di ricerca o che sta svolgendo un dottorato di ricerca presso un’università italiana o straniera, oppure in possesso di laurea e che abbia svolto, da almeno tre anni, attività di ricerca certificata presso istituti di ricerca pubblici o privati;
3. sia titolare o depositaria o licenziataria di almeno una privativa industriale relativa a una invenzione industriale, biotecnologica, a una topografia di prodotto a semiconduttori o a una nuova varietà vegetale ovvero sia titolare dei diritti relativi ad un programma per elaboratore originario registrato presso il Registro pubblico speciale per i programmi per elaboratore (.).
La qualifica di una nuova Società come start-up, le attribuisce una serie di esenzioni ai fini della costituzione ed iscrizione dell’impresa nel Registro delle Imprese, agevolazioni fiscali, nonché deroghe al diritto societario e una disciplina particolare nei rapporti di lavoro nell’impresa. Condizione fondamentale per poter beneficiare di tali vantaggi è che le imprese vengano iscritte nell’apposita sezione speciale del Registro delle Imprese riservata alle start-up innovative.
I vantaggi concreti riconosciuti dalle Legge in concreto consistono in:
1. Abbattimento degli oneri per l’avvio d’impresa – la start-up, a differenza delle altre aziende, sarà esonerata dal pagamento dell’imposta di bollo e dei diritti di segreteria dovuti per l’iscrizione nel Registro delle Imprese nonchè dal pagamento del diritto annuale dovuto alle Camere di Commercio.
2. Disciplina in materia di lavoro applicabile alle start-up – la start-up potrà assumere personale con contratti a tempo determinato della durata minima di 6 mesi e massima di 36 mesi. All’interno di questo arco temporale, i contratti potranno essere anche di breve durata e rinnovati più volte. Dopo 36 mesi, il contratto potrà essere ulteriormente rinnovato una sola volta, per un massimo di altri 12 mesi, e quindi fino ad arrivare complessivamente a 48 mesi. Dopo questo periodo, il collaboratore potrà continuare a lavorare in startup solo con un contratto a tempo indeterminato. La start-up potrà remunerare i propri collaboratori con stock option, e i fornitori di servizi esterni – come ad esempio gli avvocati e i commercialisti – attraverso il work for equity. Il regime fiscale e contributivo che si applica a questi strumenti è vantaggioso e concepito su misura rispetto alle esigenze tipiche di una start-up.
3. Credito d’imposta – la start-up godrà di un accesso prioritario alle agevolazioni per le assunzioni di personale altamente qualificato.
4. Introduzione di incentivi fiscali per investimenti in start-up provenienti da aziende e privati per gli anni 2013, 2014, 2015 e 2016. Gli incentivi valgono sia in caso di investimenti diretti in start-up, sia in caso di investimenti indiretti per il tramite di altre società che investono prevalentemente in start-up. Il beneficio fiscale è maggiore se l’investimento riguarda le start-up a vocazione sociale e quelle che operano nel settore energetico.
5. Introduzione del crowdfunding, la cui regolamentazione di dettaglio sarà predisposta dalla Consob.
6. Accesso semplificato, gratuito e diretto per le start-up al Fondo Centrale di Garanzia, un fondo governativo che facilita l’accesso al credito attraverso la concessione di garanzie sui prestiti bancari. Gli incubatori certificati possono beneficiare dello stesso trattamento speciale riservato alle start-up.
7. Sostegno ad hoc nel processo di internazionalizzazione delle start-up da parte dell’Agenzia ICE. Il sostegno include l’assistenza in materia normativa, societaria, fiscale, immobiliare, contrattualistica e creditizia, l’ospitalità a titolo gratuito alle principali fiere e manifestazioni internazionali, e l’attività volta a favorire l’incontro delle startup innovative con investitori potenziali per le fasi di early stage capital e di capitale di espansione.
A questo quadro normativo di favore, dobbiamo ora applicare i risultati prodotti così come presentati dalle statistiche (dati InfoCamere).
Alla fine di settembre 2014 il numero di start-up innovative iscritte alla sezione speciale del Registro delle imprese, è pari a 2.716, in aumento di 1489 unità rispetto a fine 2013 (+120%). Le start-up rappresentano lo 0,18% del milione e mezzo delle società di capitale italiane. Il capitale sociale delle start-up è complessivamente di 106 milioni di euro, che corrisponde in media a circa 40 mila euro a impresa.
Dal punto di vista settoriale, il 73,5% delle start-up innovative fornisce servizi alle imprese, il 18% opera nei settori dell’industria in senso stretto, il 3,4% nel commercio. Il peso delle nuove imprese
innovative sulle società di capitale è più elevato della media soltanto nei servizi alle imprese (0,56%) e nell’industria in senso stretto (0,21%).
In valore assoluto Milano è la provincia che ospita il numero maggiore di start-up innovative, sono pari al 14% del totale, segue Roma (8,1%), Torino (5,5%), Trento (3,8%), Bologna e Napoli (3%). In valore assoluto la Lombardia è la Regione che ospita il numero maggiore di start-up innovative, pari al 21,7% del totale, segue l’Emilia-Romagna con il 10,9%, il Lazio (9,2%), Veneto (7,9%), Piemonte (7,1%). Il Trentino-Alto Adige è la regione con la più alta incidenza di startup in rapporto alle società di capitale con 67 startup ogni 10 mila società di capitali, mentre la Lombardia registra un indice pari a 18.
Il valore della produzione media, calcolato sulle quasi 1.400 imprese per le quali si dispone dei bilanci sull’esercizio 2013, è pari a 131 mila euro, ma la metà delle start-up innovative ha prodotto
nel 2013 per meno di 28 mila euro.
L’attivo è in media di 244 mila euro a impresa, ma per la metà delle start-up innovative non supera i 67 mila euro. Tali valori sono molto diversi da quelli del complesso delle società di capitale che però comprendono prevalentemente imprese tradizionali con caratteristiche molto differenti rispetto alle start-up innovative. Complessivamente le start-up innovative hanno registrato una produzione pari a quasi 184 milioni di euro nel 2013 (valore calcolato sulle quasi 1.400 imprese per le quali si dispone dei bilanci sull’esercizio 2013), mentre il reddito operativo complessivo è negativo pari a 40 milioni.
Dal punto di vista occupazionale, le 819 start-up con dipendenti impiegano complessivamente 2.200 persone, in media 2,7 dipendenti per ogni impresa, mentre la metà delle start-up con dipendenti impiega fino a un dipendente
Questi numeri ci informano che in Italia si investe in start-up hi-tech un ottavo rispetto a Francia e Germania, un quinto rispetto al Regno Unito e poco meno della metà rispetto alla Spagna. Fenomenale lo sviluppo di start-up in Israele dove un paese con poco meno di una decina di milioni di abitanti, ha circa 4800 start-up, che attraggono più Venture Capitalist che in qualunque altra nazione. Israele é la nazione che ha più aziende quotate alla borsa di New York confronto qualunque altro stato.
In Italia per contro si stima per l’anno 2014 un calo degli investimenti, che dovrebbero riassestarsi sui 110 milioni di euro, dovuto, in buona misura, alla chiusura dei fondi con target di investimento sul Sud Italia. “Il problema dell’Italia si può riassumere in tre parole: innovare, crescere, e internazionalizzarsi” ha detto Giampio Bracchi, presidente della Fondazione Politecnico e del Polihub di Milano, sottolineando come le aziende che soccombono alla crisi sono proprio quelle di piccole dimensioni, incapaci di aggregarsi con altre imprese e di esportare i loro prodotti. Di converso, le aziende che rispondono a questa descrizione, le start-up, secondo i dati sopra riportati sembrano seguire un trend diverso rispetto alle imprese tradizionali.
La mancanza di crescita e di potere occupazionale è una conseguenza degli investimenti che nel nostro paese sono troppo timidi. Con una produzione industriale che non fa altro che calare e che comunque resta ancora un quarto inferiore a quella che avevamo raggiunto prima della crisi, le aziende stentano a rialzare la testa. I grandi assenti in Italia sono gli investimenti importanti: le cifre investite sono sempre di un ordine di grandezza inferiore rispetto a quelle che girano negli Stati Uniti. Anche nel caso delle start-up, spesso le aziende vengono avviate con fondi italiani ma poi sono costrette a rivolgersi all’estero per andare avanti.
Al tempo stesso per fortuna, si registra un netto incremento del ruolo svolto dagli investimenti fatti da soggetti non istituzionali – business angel, family office, acceleratori and incubatori: l’apporto di questa tipologia di investitori è in costante crescita dal 2012 ad oggi, fino ad arrivare ad un peso del 50% degli investimenti stimati per il 2014. Secondo la definizione data dalla Commissione Europea, un incubatore d’impresa è un’organizzazione che accelera e rende sistematico il processo di creazione di nuove imprese fornendo loro una vasta gamma di servizi di supporto integrati che includono gli spazi fisici dell’incubatore, i servizi di supporto allo sviluppo del business e le opportunità di integrazione e networking. Gli incubatori d’impresa mirano a promuovere lo sviluppo economico e la creazione di lavoro integrando talenti, tecnologie, know-how e capitale all’interno di una rete che favorisce la crescita di nuova impresa.
Per realizzare tali obiettivi gli incubatori forniscono sia servizi di struttura che consulenziali a elevato valore aggiunto che vanno dall’affitto di moduli per ufficio alla consulenza sulla definizione e lo sviluppo del business plan e la formazione imprenditoriale, dalla consulenza legale al monitoraggio dei finanziamenti, dal networking con altre imprese ai servizi di comunicazione e marketing.

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