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DAL CREDITO AL CREDIT CRUNCH. MOTIVI E COLPE

L’osservatore attento della crisi economica in cui ci stiamo dibattendo da alcuni anni a questa parte sa che le cause, gli effetti e le soluzioni sono molteplici.
Un Attore che si può senza dubbio ascrivere a tutti gli aspetti della crisi è il Sistema Bancario, nella sua totalità soggettiva e mondiale.
L’analisi che vari Economisti, Centri Studi ed Uffici delle Istituzioni Finanziarie hanno prodotto e continuano a produrre, ci dicono che le cause primigenie della crisi sono diverse. Dal lato produttivo, lo spostamento delle fabbricazioni verso Nazioni a minor costo unitario di prodotto, aperte dalla politica ad attori esteri (come la Cina) hanno causato vari effetti, tra cui le riduzioni dei prezzi di molti prodotti, la chiusura di siti industriali nelle nazioni con economie “mature” e l’afflusso di capitali verso zone che fino a diversi anni dopo la Seconda Guerra Mondiale, avevano un PIL totale e pro-capite decisamente arretrato. Tali spostamenti di ricchezza, ebbero ovviamente effetti sulla redistribuzione dei redditi tra le Zone più industrializzate e quelle emergenti (le famose “Tigri Asiatiche”), che hanno così cominciato ad accumulare fondi ingenti, usati per investimenti nel mondo, ove vi fosse una prospettiva di guadagno finanziario.
L’esigenza di produrre risultati economici di breve termine ed alcune iniziative politiche in campo economico degli anni 80/90 (citiamo tra le altre la fine della separazione tra Banche d’Investimento e Banche d’Intermediazione “tradizionale”, in America ottenuta con l’abrogazione della legge Glass-Steagall ed in Italia con il T.U.B. a firma Draghi del 1993), hanno in seguito causato la creazione di un’economia “gonfiata” (soprattutto nell’area finanziaria) indirizzata alla realizzazione di profitti ingenti, anche a costo di prendere rischi elevatissimi e non giustificabili in un’ottica che fosse stata di più lungo respiro.
La bolla dei “subprime” del 2007/2008 in America ed il conseguente contagio alle altre economie, ormai sempre più connesse, è stata solo un fattore scatenante di conseguenze che comunque si sarebbero manifestate, non potendo reggere il Sistema finanziario globale ad una stortura costante causata dalle situazioni economiche che si stavano producendo nei mercati. Le conseguenze che ricordiamo sono state la riduzione degli affidamenti (addirittura fra Banche), lo spostamento di asset nei bilanci degli Istituti di Credito, forti oscillazioni di valore e tassi tra valute ed aree monetarie, vari interventi delle Banche Centrali a sostegno delle Economie e dei cambi, sotto varie forme (QE, LTRO, acquisti di ABS, etc.), una diminuzione importante dei redditi e della disponibilità economica dei soggetti privati. In tale situazione in cui per gli istituti bancari risultava piuttosto espansivo reperire fondi non soggetti a riserva (non-reservable liabilities – esempio ne sono le obbligazioni), il calo che si è riscontrato nei depositi non è stato integralmente controbilanciato dall’incremento della raccolta wholesale; le passività bancarie ne sono risultate così complessivamente diminuite. Di conseguenza, anche l’attivo bancario ha dovuto ridursi. Questo ha portato ad una riduzione nell’offerta di credito con le famiglie e le imprese non in grado di compensare il calo di prestiti bancari mediante l’autofinanziamento ovvero ricorrendo al mercato, la crisi, inizialmente bancaria, ha prodotto così effetti sull’economia reale.

La nostra analisi si limiterà ora alla nostra Nazione ed al Sistema Bancario, nei suoi rapporti con la Clientela (privata e corporate), come fattore produttivo e pilastro dell’economia d’insieme.
I dati della Banca d’Italia ci dicono che tra il 2004 (quando i crediti vs/clienti delle banche italiane erano 979 miliardi di euro) ed il 2008 (1.424 miliardi a fine dicembre) i crediti bancari sono cresciuti di 445 miliardi, circa il 10% annuo. Da tale picco, gli importi erogati sono costantemente diminuiti, ed a settembre 2014 si sono fermati a 1.240 miliardi, 186 miliardi in meno con un avvitamento tale da ridurre di 89 miliardi il totale solo dal 2011 ad oggi (-8,9% nel periodo). Le sofferenze, sempre dal 2011 al 2014, sono cresciute di 63,1 miliardi di euro (+ 83,6%), con una progressione che nel breve volgere fra giugno 2013 e settembre 2014 ha spinto i crediti deteriorati a passare dal 9,5% del totale dei crediti alla clientela al 10,9% (+ 29 miliardi), assestandosi, a settembre 2014, all’88,9% del capitale netto delle banche (una percentuale che sarebbe stata superiore, in assenza degli aumenti di capitale nel frattempo eseguiti da molte banche).
Quali sono i motivi e gli aspetti di questi numeri?
Innanzitutto, torniamo ai dati sulle sofferenze. Sappiamo che la maggior parte di esse (il 66% circa) ha riguardato i maggiori fruitori di credito, quelli con affidamenti oltre i 500 mila euro, con un peso pari al 13% di coloro che superano affidamento oltre i 25 milioni. Il 33% restante riguarda tutti gli altri affidamenti, che di numero sono la stragrande maggioranza. Sorge il dubbio fondato che, essendo tali grandi affidamenti di competenza per il rilascio di Organi Bancari superiori, forse uno dei sistemi per ridurne il peso sarebbe quello di cambiare le competenze dei soggetti delegati alla delibera.

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Tali Organi tra l’altro sono anche quelli che deliberano le strategie industriali delle Banche. Affiancando pertanto i dati delle politiche di affidamento con quelle “strategiche” possiamo verificare che:
a) le Banche maggiori sono quelle che maggiormente hanno creato il credit crunch degli ultimi anni, riducendo dal 2009 al 2013 gli affidamenti totali al sistema per ben 120 miliardi di euro

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b) le stesse Banche, gestite da personaggi osannati come campioni di gestione industriale, sono quelle che hanno gestito le partecipazioni (ed i disastri) nelle partite Alitalia, Ligresti, NTV (ed altri), le controverse gestioni degli Swap agli Enti pubblici ed ai privati, i derivati in enorme disavanzo (es. Santorini e Nomura) e diversi altri scandali che non vogliamo ora elencare ma che hanno comportato perdite patrimoniali che hanno peggiorato le consistenze patrimoniali, oltre quelle dovute alla scarsa attenzione ai crediti concessi.

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In controtendenza, come si vede dalle tabelle sopra riportate, si muovono gli Istituti interessati (in parte) dalle nuove disposizioni di legge, le Banche Popolari. Nell’arco di tempo che va dall’inizio della fase di credit crunch (2011) sino alla fine del 2013, le Popolari hanno aumentato i prestiti alla clientela del 15,4% ; diversamente, quelle sotto forma di Spa e gli istituti di credito cooperativo hanno diminuito l’ammontare dei prestiti rispettivamente del 4,9 e del 2,2%.

Le norme di questi giorni riguardo i diritti di voto nelle Banche Popolari portano all’evidenza anche un altro dei motivi per cui le Banche italiane stanno creando i problemi di credito analizzati finora: l’assetto proprietario delle stesse. Stiamo parlando delle Fondazioni Bancarie.
Le Fondazioni sono i soggetti che hanno effettuato le operazioni di conferimento dell’azienda bancaria, ai sensi della legge “Amato” del 1990. Inizialmente erano disciplinate dalle poche norme del d.lgs. n. 356/90. Fino al 1994 le Fondazioni avevano l’obbligo di mantenere il controllo della maggioranza del capitale sociale delle Casse di Risparmio, dette anche banche conferitarie. Con l’entrata in vigore della legge n. 474/94 tale obbligo fu eliminato e furono introdotti incentivi fiscali per la dismissione delle partecipazioni detenute dalle Fondazioni (direttiva “Dini” dello stesso anno). Ciò favorì l’avvio di un processo di diversificazione degli assetti societari delle banche partecipate, che ha consentito di coniugare il raggiungimento di una dimensione adeguata delle società partecipate alle esigenze del mercato con il mantenimento del radicamento territoriale delle banche stesse.
Nel 1998, con l’approvazione della legge n. 461 (c.d. legge “Ciampi”), il legislatore provvide, da un lato, a creare i presupposti per un completamento del processo di ristrutturazione bancaria avviato con la legge “Amato” e, dall’altro, a realizzare una revisione della disciplina civilistica e fiscale delle Fondazioni. Dopo il primo periodo di vita di questi Enti, con attività discutibili e di scarsa entità (distribuzione di contributi a pioggia, interventi in società operative in diversi settori, con scelte non sempre chiare né remunerative), la legge introdusse la «programmazione triennale» dell’attività delle fondazioni ed indebolì il legame fondazioni-banche attribuendo alle fondazioni la natura giuridica di enti privati senza fini di lucro e la piena autonomia statutaria e di gestione, obbligandole di conseguenza, a partire dal 1999, ad adottare nuovi statuti sottoposti all’approvazione dall’Autorità di Vigilanza ed assumere la piena autonomia statutaria e di gestione.
Con la legge “Ciampi”, inoltre, l’iniziale obbligo di detenere la maggioranza del capitale sociale delle banche conferitarie fu sostituito da un obbligo opposto: la perdita da parte delle Fondazioni del controllo delle società stesse. Per incentivare la perdita del controllo fu previsto dalla legge un regime di neutralità fiscale per le plusvalenze realizzate nella dismissione.
Al 10 ottobre 2014 su 88 Fondazioni 22 non hanno più alcuna partecipazione nella banca originaria, 53 hanno partecipazioni minoritarie in società bancarie conferitarie che fanno parte di gruppi bancari, mentre le altre 13, di minori dimensioni, mantengono una quota di maggioranza, come consentito dalla legge , per favorire il mantenimento della presenza sui territori di banche autonome dai grandi gruppi. Per quanto riguarda la presenza delle Fondazioni in tre fra i maggiori gruppi bancari italiani, al 10 ottobre 2014 essa è pari all’10,9% in Unicredit (in cui sono presenti 12 Fondazioni), al 27,9% in Intesa Sanpaolo (quota detenuta da 17 Fondazioni), al 2,5% nel Monte dei Paschi di Siena (da parte della omonima Fondazione).
Oggi le fondazioni bancarie, pur avendo quindi per lo più dismesso il controllo delle banche conferitarie, sono, nell’insieme, i soci di riferimento dei maggiori gruppi bancari italiani e continuano a esercitare un’influenza dominante nel disegnare le loro strategie e nel dare concreto contenuto alle scelte gestionali. Le fondazioni continuano a svolgere due mestieri, quello di ente non profit e quello di influente gestore delle banche, spesso ospitando nei loro Consigli di Amministratore politici e potenti locali, costituendo uno dei canali principali attraverso i quali la classe partitica esercita un’influenza importante nel Sistema Bancario e nel processo di attribuzione dei contributi a cui le Fondazioni sarebbero per Statuto tenute.
Un incarico nelle fondazioni è ambito e ben remunerato, anche quando le fondazioni riducono attivi ed investimenti; è il caso della Fondazione Banco di Sicilia, che nel 2013 (ultimi dati disponibili) ha visto ridurre il valore dei suoi investimenti da 170 milioni a 135 milioni di euro(-20%) remunerando i consiglieri dell’organo di indirizzo (22), di gestione (7), di controllo (3) ed ilsegretario generale con 845.055 euro (erano 906.641 nel 2012).
Remunerazioni in aumento per la Fondazione Carige (azionista dell’omonima banca, “bocciata” all’AQR della BCE e che richiede un aumento di capitale di oltre 800 milioni), i cui 27 componenti il consiglio di indirizzo, 10 componenti il consiglio di amministrazione e 3 sindaci hanno ricevuto una remunerazione complessiva di 1.401.329 euro (+7,7% sul 2012).
Aumenti anche per la Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, dove consiglio di indirizzo (14), di gestione (9) e controllo (3) hanno ricevuto complessivamente 1.152.722 euro, + 10,9% sul 2012; nel 2012, ultimo dato disponibile sul sito istituzionale, la Fondazione alessandrina ha erogato 4 milioni di euro per gli interventi ai settori di interesse statutario: per ogni euro destinato ad “opere buone”, 28 centesimi se sono andati solo per pagare la struttura di comando.

Quanto sopra porta l’attenzione ai problemi creati da queste strutture societarie anomale, le quali, prive di Fondi per i dividendi non versati dalle Banche di loro proprietà a seguito delle ultime traversie di bilancio che stanno subendo, tendono ad opporsi all’aumento di Capitali propri di cui gli Istituti necessiterebbero in virtù dei parametri richiesti dalle EBA. In caso di mancato versamento delle proprie quote infatti, le Fondazioni vedrebbero diluita la loro partecipazione al capitale ed ai diritti di voto in Assemblea delle Banche partecipate. Tale riduzione di potere non viene ben vista dagli “stakeholders” che attraverso le Fondazioni continuano ad esercitare il loro predominio sul credito e sui flussi economici intermediati dagli Istituti.
Per portare un esempio attuale. sia a Siena sia a Genova, dopo aver già bruciato miliardi di patrimonio, sono disposte a prosciugare del tutto la dotazione della fondazione pur di non lasciare la loro presa sulle banche conferitarie locali. Le fondazioni bancarie descritte in passato come le salvatrici del nostro sistema bancario sono così diventate il principale fattore di instabilità.
Se la Fondazione Monte Paschi avesse investito il suo patrimonio in un fondo diversificato, come si conviene a una fondazione, anziché usarlo per assicurarsi il controllo e il (pessimo) governo di Mps, oggi avremmo una banca sana in più e una ricca fondazione che poteva servire le esigenze sociali dei senesi per i secoli a venire. Abbiamo invece una banca al tracollo e una fondazione immiserita. Se Fondazione Carige avesse seguito le indicazioni della Legge Ciampi anziché concentrare il 90 per cento del proprio patrimonio in Banca Carige, se non si fosse indebitata pur di non scendere per molti anni sotto il 46 per cento del capitale dell’istituto, oggi avremmo una banca ben capitalizzata, aperta ad accogliere un management moderno anziché vertici imposti dalla fondazione, di stretta nomina politica. Invece, la fondazione si ostina a opporsi all’aumento di capitale richiesto dall’Eba mettendo a rischio la sopravvivenza dell’istituto.
L’uscita delle fondazioni dal capitale delle banche è desiderabile sia dal punto di vista del buon funzionamento delle banche che da quello della sopravvivenza delle fondazioni.

Ultimo punto che ci preme sottolineare è che, ad avviso di molti economisti a cui sentiamo di aderire, una delle soluzioni da adottare per ristabilire un ordine adeguato nel settore bancario e finanziario globale (e soprattutto italiano) è quella di separare le attività bancarie ordinarie da quelle di affari. La divisione tra le attività bancarie di “retail” e “trading” risale all’epoca del New Deal, con la legge Glass – Stagall Act del 1933 adottata come risposta alla grande depressione del ’29 e rimasta in vigore per circa settanta anni. La separazione netta tra banche commerciali e banche d’affari è stata, poi, soppressa nel 1999 durante la presidenza di Clinton.
In Italia, un’analoga separazione venne stabilita dalla legge del 1936, che poneva, anche, limiti stringenti tra attività bancarie a breve termine e a lungo o medio termine. Tale legge proibì, inoltre, alle banche commerciali, sia di detenere quote di partecipazione e di controllo nelle aziende non bancarie, sia qualsiasi attività di trading su titoli e valute. Il decreto legislativo n. 385, del 1993 (Governo Ciampi), ha stravolto l’intero assetto bancario, passando da una regolamentazione rigorosa alla “banca universale”, cui erano lasciati enormi margini di azione.
Ripensare l’attuale modello dell’industria finanziaria, che vede connessioni troppo strette fra banche e imprese e prevedere, invece, una «più proficua divisione dei ruoli fra le banche che svolgono la tradizionale attività creditizia e le banche d’investimento» è una delle indicazioni ultimamente fornite anche dal presidente della Consob, Giuseppe Vegas, a proposito degli strumenti finanziari più adatti per sostenere la crescita. Una maggiore separazione fra banca e industria da un lato farebbe cadere quegli «incentivi distorti a finanziare le imprese in cui le banche hanno partecipazioni azionarie» e libererebbe risorse per le imprese con migliori prospettive. Dall’altro lato, favorirebbe la nascita di intermediari mobiliari specializzati nei servizi di listing, collocamento titoli e trading.
Le Banche che volessero effettuare scommesse finanziarie o più semplicemente, sacrificare la gestione corretta del credito all’economia per porre in essere attività destinate a generare utili di breve termine a scapito della ragione di essere degli Istituti di Credito, dovrebbero non poter mescolare i capitali destinati alle funzioni del bancarie ordinarie (remunerare i depositi ed erogare prestiti in modo corretto e prudente) a quelli destinati a semplici operazioni di creazione di ricchezza nominale o, peggio, fittizia.
La separazione bancaria pertanto dovrebbe favorire le condotte più orientate al mercato e sollecitare maggiore creazione di credito bancario a favore del sistema. Impegnerebbe anche le banche di deposito ad aumentare il volume del credito erogato a favore del sistema produttivo, magari incentivando l’apertura del mercato dei capitali alle medie e piccole imprese favorendo nel contempo lo sviluppo di nuovi strumenti di credito produttivo, quali i mini bond e altri fondi di investimento. La spinta dovrebbe andare verso il superamento del penalizzante credit crunch da cui siamo partiti in questa analisi.

Crediti: Corrado Griffa/Smartweek/Blogdisodocaustico – Banca d’Italia/Bollettino Statistico – ACRI

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