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AUSTERITA’ IN ITALIA? PROBLEMA GRAVE MA NON SERIO

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 AUSTERITA’ IN ITALIA? SIAMO SERI…..

Dicesi Austerità nel Vocabolario Treccani: “Regime economico-politico di risparmio nelle spese statali e di limitazione dei consumi privati, imposto dal governo al fine di superare una crisi economica”.
Gli ultimi anni e gli ultimi Governi, sono stati caratterizzati dalla ripetuta pronuncia del vocabolo Austerità. Vediamo insieme come si configura nell’Eurozona ed in Italia un termine che in un Paese come la Grecia, sta svolgendo tutti i suoi effetti e conseguenze.

Lo scopo delle misure definite di austerità deriva in Europa dalle esigenze di convergenza dei Bilanci statali che fanno seguito agli ormai noti Accordi di Mastricht. In base a tali accordi, al fine della riduzione del Debito Pubblico per portarlo alla misura massima del 60% sul Pil nazionale, viene concesso un deficit di bilancio annuo del 3% massimo, insieme ad altre disposizioni. A tal fine le Nazioni hanno dovuto intraprendere dei percorsi “virtuosi” di Bilancio, che hanno assunto la definizione di misure di Austerità.

Il termine Austerità si conobbe per la prima volta nel biennio 1973-74 quando questo termine fu impiegato per descrivere il razionamento dell’energia imposto dal governo per reagire allo
shock petrolifero. Oggi, invece, l’austerity riguarda un po’ tutto il dibattito politico-economico, che sembra ruotare attorno a quanta Austerità sia opportuno applicare all’economia: la Germania ne è diventata l’alfiere in Europa, cercando di farla adottare dai partner europei meno virtuosi come contropartita del sostegno alle loro economie, mentre nei Paesi Piigs (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna) si è andato formando un vasto movimento d’opinione, con adesioni trasversali, di resistenza all’austerità, e in difesa di una spesa pubblica in deficit in funzione anticiclica di stampo keynesiano.
Se non si applica quindi il concetto di “austerità in senso stretto”, che dire però della sua applicazione nella “definizione allargata” che mette nello stesso calderone riduzioni di spesa e aumenti nell’imposizione fiscale (il cosiddetto “approccio bilanciato”)? In questo senso, e solo in quest’ultimo, si può affermare che i Paesi europei abbiano imboccato la via dell’austerità, ma è una strada costellata di nuove tasse, non di tagli. Non dovremmo quindi stupirci se i Paesi che più hanno cercato di risolvere i problemi di bilancio aumentando le entrate sono anche quelli che ora hanno più difficoltà.

L’Italia è in stato d’austerità praticamente già dal 1992, da quando “grazie” al primo governo tecnico di Giuliano Amato si riuscì ad ottenere un saldo primario dell’1.31% rispetto al PIL (e qualcuno forse ancora ricorda come ). Da allora è stata registrata una serie di saldi primari positivi durata 20 anni, sempre sopra rispetto alla media dell’Eurozona e della “virtuosa” Germania, e interrotta solo dalle lievi flessioni del 2009 e del 2010 causate per lo più dalla crisi internazionale che portò alla caduta dei PIL di tutti i paesi occidentali.

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Registrare un saldo primario positivo significa che le entrate tributarie statali sono superiori rispetto a quelle strettamente necessarie per ripagare la spesa pubblica. Traducendo, i cittadini si ritrovano a pagare i servizi pubblici molto più del loro costo-valore effettivo, ammesso e non concesso (vedi i vari scandali sugli sprechi e la corruzione delle pubbliche amministrazioni) che tale spesa sia efficiente, perché in tal caso il rapporto costi/benefici per il cittadino tende a schizzare verso l’alto.
Nonostante gli avanzi primari accumulati, l’Italia ha quasi sempre avuto un deficit pubblico superiore alla Germania e alla media dell’Eurozona. Questo ovviamente implica che esso dipende esclusivamente dalla spesa per interessi sul debito pubblico che è stata in definitiva l’unica vera leva di accrescimento del rapporto debito pubblico/PIL.

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Nel dibattito quotidiano, la categoria onnicomprensiva di Austerity comprende tanto le misure di riduzione della spesa pubblica, quanto quelle di aumento delle entrate statali e locali, ovvero incrementi della pressione fiscale. Dal lato delle persone comuni (i tax payers), non vi è dubbio che i termini non si equivalgano; da quello dei Governanti (i tax consumers) invece la parola è onnicomprensiva, soprattutto se serve a scopi di propaganda. Analizzeremo ora alcuni dati macroeconomici per renderci conto della reale portata del problema nel nostro Paese

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La spesa pubblica italiana nel 2014 è stata pari a 835,3 miliardi di euro. Una cifra che, in termini assoluti, solo tre Paesi in Europa superano: la Germania e la Francia, la cui spesa pubblica è di oltre mille miliardi di euro, e la Gran Bretagna, poco meno di loro. Dietro di noi, a distanza siderale, la Spagna, l’Olanda e la Svezia, che tuttavia hanno una popolazione decisamente inferiore a quella italiana (16,7 e 9,5 milioni di persone, rispettivamente).
Molto significativa risulta essere l’analisi della spesa pubblica di scopo per cittadino. Si tratta di un dato particolarmente significativo per valutare l’impegno finanziario pubblico per il welfare e per i servizi pubblici in generale. Ebbene, come evidenziato dal Grafico sotto riportato, la spesa italiana per cittadino risulta essere sensibilmente ben inferiore a quella di Francia e Germania, ma anche della media dei Paesi dell’eurozona. Nel 2013 il valore della spesa pubblica di scopo pro capite è stata stimata in Italia pari a 11.629 euro. Nell’eurozona è stata di 13.350 euro, in Germania 14.220 euro e in Francia 17.074 euro. In Svezia, la spesa di scopo pro capite è stata di 22.555 euro, quasi il doppio che in Italia.

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Quanto appena osservato ci aiuta a capire che se i servizi pubblici italiani sono spesso inadeguati questo sarà pure dovuto a gravi sprechi e inefficienze, ma non si può escludere che vi sia per alcuni capitoli – quanto meno nel confronto con gli altri Paesi – un problema di insufficienza di spesa pubblica. Questa affermazione risulta difficilmente contestabile, anche alla luce della Tabella 1:

A ben vedere pertanto, la spesa pubblica italiana non è affatto elevata e gli sprechi non devono essere combattuti tagliando la spesa, bensì riqualificandola. Infatti, come stiamo mostrando, il volume complessivo della spesa pubblica italiana è in linea con la media dei Paesi europei, nonostante il volume ingombrante degli interessi sul debito. Ciò significa che la spesa pubblica primaria o “di scopo” – cioè la spesa diretta ad erogare servizi pubblici, con esclusione degli interessi sul debito – è largamente inferiore alla media europea.
L’analisi mostra inoltre che, dopo anni di politiche di austerità, il valore della spesa pubblica totale per cittadino espressa in termini reali è ormai largamente inferiore alla media europea. Da tutto ciò ne segue che bisogna guardare altrove per spiegare la formazione del debito e per affrontare i problemi atavici di competitività del Paese. La spesa pubblica di scopo italiana andrebbe incrementata e certamente riqualificata, non tagliata. Parleremo di questo al termine di questo articolo.

Analizzando la dinamica della Spesa Pubblica Italiana, nel 2014 si è attestata a 8,1 miliardi in più rispetto agli 827,1 del 2013. Nel 2015 arriverà a 833,1 miliardi, nel 2016 a 847,02 e nel 2017 a 853,7 miliardi. Fino a toccare, nel 2018, quota 867,9 miliardi. Complessivamente, nell’arco di cinque anni dalle casse dello Stato usciranno 40,7 miliardi in più.
In controtendenza, ma solo fino al 2015, i consumi intermedi, che quest’anno si attesteranno a 128,4 miliardi, 2,2 in meno rispetto ai 130,6 dello scorso anno, e saranno ancora in lieve calo di 346 milioni nel 2015 quando arriveranno a 128,07 miliardi. Nei tre anni successivi però ripartirà la corsa: 130,2 miliardi nel 2016 (+2,1 miliardi), 133,1 miliardi nel 2017 (+2,8) e 139,02 miliardi nel 2018, pari a 5,9 in più rispetto all’anno prima e 11 in più rispetto all’anno in corso.

E come si potranno pagare queste spese in aumento? Ma è ovvio: aumentando la tassazione complessiva! Si parla di un aumento dai quasi 752 miliardi del 2013 a oltre 763 miliardi nel 2014. Alla faccia degli 80 euro in busta paga! Ed i dati prevedono ancora un aumento a quasi 785 miliardi nel 2015, a oltre 803 miliardi nel 2016, a oltre 823 miliardi nel 2017, a quasi 846 miliardi nel 2018.
Non esiste alcun taglio di spese o tasse (casomai si gioca sulle parole riferendosi a tagli sugli aumenti previsti in relazione all’andamento del PIL), esistono invece notevoli aumenti su entrambi i fronti.

Quindi la domanda legittima nella nostra analisi è: sono più i tagli o più gli aumenti? L’Austerità è più accentuata per i tax payers o per i tax consumers?

Il DEF approvato dal Governo prevede, anche se si prendono i valori al netto degli interessi, che la tendenza non cambi: crescita continua dei costi e, a rincorrere, degli aumenti di tassazione.
L’Italia, dopo aver perso gli strumenti di politica monetaria ( definite dal TUS come operazioni di mercato aperto) e la leva del cambio valutario (decidendo di adottare l’euro), con l’adesione al Fiscal Compact e l’inserimento in Costituzione del vincolo di bilancio, perde definitivamente pure la leva della politica fiscale restando così senza armi per intervenire sulla situazione economica nazionale e condannando gli italiani a politiche economiche restrittive perenni.
Questo perché se si deve mantenere un bilancio in pareggio ed essendoci comunque una spesa per interessi sempre positiva, ne consegue che l’Italia deve continuare ad ottenere saldi primari positivi mantenendo le entrate tributarie più elevate della spesa pubblica. Dunque o si diminuisce la spesa pubblica a parità di tributi (o più che proporzionalmente rispetto a una riduzione dei tributi) o si aumentano i tributi a parità di spesa pubblica (o più che proporzionalmente rispetto ad un eventuale aumento della stessa).
In entrambi i casi si avrà un effetto recessivo per il reddito nazionale poiché l’aumento delle tasse influisce negativamente sui consumi nazionali in quanto riduce il reddito disponibile delle famiglie in modo tanto maggiore quanto più è alta la propensione al consumo, mentre l’aumento della spesa pubblica ha un effetto positivo sull’andamento del reddito nazionale (poiché nel caso dell’aumento della domanda di investimenti pubblici questa deve essere soddisfatta dalle imprese che aumentano la produzione e aumentano così l’occupazione, inoltre la nuova occupazione genera anche un aumento della domanda per consumi a cui la produzione delle imprese si adeguerà nuovamente dando altra occupazione, e così via) . I due fenomeni vanno sotto il nome di moltiplicatore della leva fiscale e moltiplicatore della spesa pubblica e si dimostra matematicamente che il secondo ha un effetto più elevato del primo.

Il nostro modesto parere prevede che l’austerità applicata ad un intero paese non debba necessariamente essere così dura e ascetica. Significa semplicemente che il governo dovrebbe vivere all’interno dei propri mezzi e disponibilità di periodo.
Se il governo volesse adottare uno stile di vita “ascetico”, allora dovrebbe ridurre semplicemente le spese per la difesa, senza eserciti permanenti e vendere gran parte degli asset pubblici. Il debito nazionale verrebbe totalmente ridimensionato. Ciò comporterebbe alcune difficoltà di breve periodo, anche se la prosperità di lungo periodo sarebbe maggiore.
In realtà, l’austerità tipica non è poi così severa. I dipendenti del governo vedrebbero tagli a salari, benefici salariali e prestazioni pensionistiche, misure necessarie per equilibrare il bilancio. I maggiori tagli cadrebbero su politici, nominati e burocrati di alto livello. Dato che tali riduzioni arriverebbero quando la maggior parte della popolazione si troverebbe a dover affrontare tagli e difficoltà, e dato che i dipendenti pubblici, soprattutto quelli delle Amministrazioni Centrali, sono in genere molto ben compensati, non sarebbe irragionevole aspettarsi che loro sopportassero la maggior parte del carico di una politica di austerità. In Italia gli «organi esecutivi e legislativi, attività finanziarie e fiscali e affari esteri», che è la cosa che più si avvicina a quelli che, in gergo giornalistico, sono definiti come costi della politica e della burocrazia costa agli italiani circa 39 miliardi di euro, 662 euro a testa. Curioso il fatto che il costo, in percentuale sulla spesa totale, parrebbe essere inversamente proporzionale rispetto a quella che immaginiamo essere l’efficienza della politica e della burocrazia di ciascun Paese. Esempi in vari Paesi d’ Europa confermano questa nostra impostazione.
Si dovrebbero applicare politiche di controllo della spesa improduttiva e correzioni di quella facilmente aggredibile da sprechi e connivenze tra Amministratori Pubblici e privati truffaldini.
L’austerità vera funzionerebbe meglio con tagli fiscali. Per aiutare la crescita bisognerebbe comprendere che alcune imposte sono molto scoraggianti per la produzione. I tagli fiscali su investimenti e capitali stimolano l’attività economica e la produttiva, tanto più se fossero rivolti alle imposte che, come l’IRAP, producono distorsioni impositive a sfavore della produzione e dell’occupazione.
Gli aumenti delle imposte così come applicati non hanno alcun senso. In tempi duri, le politiche di governo dovrebbero essere guidate dall’idea di aumentare la produzione, non renderla più onerosa tramite tasse più alte. Aumentare parimenti, con politiche fiscali o di sostegno finanziario, le spese di sviluppo e ricerca, dove solo l’1,3% della spesa pubblica italiana finisce in prodotti, apparecchiature e attrezzature sanitarie, quintultima tra tutti i Paesi europei in cui il dato è disponibile, solo l’8,2% della spesa nazionale viene destinato all’educazione e alla cultura delle generazioni future, meno di un terzo di quel che viene speso per le pensioni d’anzianità.

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Non sarà forse l’unica causa della crisi, ma invertire questa tendenza potrebbe essere uno dei modi più efficaci per tornare a crescere ed innestare quel processo virtuoso che ci permetterebbe di modificare il rapporto tra spesa e tassazione all’interno del sopracitato “approccio bilanciato” alle misure di Austerità.
L’analisi e il confronto tra la spesa pubblica italiana e quella degli altri Paesi europei è per molti versi sconfortante; spendiamo meno di tutti gli altri dove più ne avremmo bisogno, ad esempio in cultura, istruzione e sicurezza. Dove spendiamo tanto (burocrazia, soprattutto, ma anche nello smaltimento dei rifiuti e nelle carceri) spendiamo male. Infine, spendiamo talmente tanto nelle pensioni da aver praticamente disintegrato ogni forma alternativa di protezione sociale. Forse bastava il buon senso (o vivere in Italia per qualche mese) per rendersi conto di tutto questo, ma i numeri certificano la realtà senza alcuna possibilità di smentita. Quel che è certo è che purtroppo la sola riduzione dei costi non basta. Sessant’anni di cattiva gestione della spesa hanno ingarbugliato la matassa oltre ogni limite e venirne a capo, per l’attuale Governo e per quelli che verranno dopo, sarà sempre più difficile. Tanto più se il “Regime economico-politico di risparmio nelle spese statali e di limitazione dei consumi privati, imposto dal governo al fine di superare una crisi economica” verrà interpretato ancora con le formule sopra ricordate: più spesa e quindi più tasse. E l’austerità? Nelle tasche dei contribuenti.

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