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PRIVATIZZAZIONI E LIBERALIZZAZIONI. QUALI PROPOSTE PER LA RAI?

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PRIVATIZZAZIONI E LIBERALIZZAZIONI.
QUALI PROPOSTE PER LA RAI?
 In Italia si torna periodicamente a parte di privatizzazioni. Il nostro paese  a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, ha potuto maturare una importante esperienza in tema: è fondamentale farne tesoro per tracciare un sentiero sostenibile e proficuo verso la riduzione del perimetro pubblico.
Storicamente le pri­vatizzazioni italiane non sono nate da un disegno politico a favore del privato ma dalla cronica necessità di far fronte alla crisi dello Stato, tanto dal punto di vista fiscale e finanziario, quanto della rappresentanza politica.
 Le esigenze di “fare cassa” e di utilizzare le dismissioni quali “collaterali” per la riduzione del debito, però, hanno apparentemen­te sortito effetti passeggeri, proprio sul debito pubblico. Nessuna variazione  di ap­prezzabili proporzioni, almeno sotto il profilo della finanza pubblica, si è potuto vedere stabilmente anche e, soprattutto, a causa  delle scelte di spesa pubblica suc­cessive e estranee alle dismissioni.
Storicamente solo un terzo delle operazioni di privatizzazione promosse dal Tesoro è stato effettuato, ov­vero sia concluso con la collocazione sul mercato e la susseguente vendita, dal 1994 alla fine degli anni Novanta mentre i due terzi sono stati portati a termine dopo il 2000. L’Italia, almeno per controvalore delle imprese cedute al mercato, è un campione del collocamento sul mercato di azioni pubbliche: secondo dati del Privatization Barometer, tra il ’79 e il 2008 si colloca al secondo posto in Europa, dal ’92 al 2000 addirittura al primo. Il dato, naturalmente, non risente di giudizi sul modo e sulla sostanza dei procedimenti di privatizzazione, spesso parziali o solo formali.
Per ciò che concerne la vendita delle partecipazioni “indirette” dello Stato, poco o nulla residua per le norme di diritto pubblico e, in definitiva, per le norme speciali. La regola generale, infatti, è contenuta nel codice civile: quando la vendita di partecipazioni è effettuata da una società in mano pubblica, le modalità di cessione sono liberamente rimesse all’apprezzamento dell’assemblea. Tanto è vero che il modello di privatizza­zione del ’94 indica espressamente che nel caso di vendita delle quote di controllate a un nucleo stabile di azionisti di riferimento, è l’organo competente delle società che delibera le modalità di cessione.
Per quel che riguarda le imprese a controllo pubblico, la regola generale è che l’azioni­sta pubblico determini, con proprio atto, quali quote societarie dismettere e con quali modalità collocarle sul mercato. In particolare, nel caso di imprese operanti nei settori dei servizi di pubblica utilità, è il Governo a definire criteri e modalità per la vendita di quote o per la cessione totalitaria e a dover ottenere il parere delle commissioni parla­mentari competenti.
Pur con variazioni di consistenza e di Governance, attualmente le linee di partecipazione in Aziende da parte dello Stato consistono in:
– partecipazioni dirette di controllo in tre società quotate (ENEL e Finmeccanica, nonché ENI, in piccola parte mediante partecipazioni dirette e in massima parte tramite la Cassa Depositi e Prestiti);
partecipazione diretta in un fondo di investimento (Fondo Italiano di Investimen­to SGR) e in una trentina di società non quotate nei mercati regolamentati (tra queste, Alitalia in amministrazione straordinaria, ANAS, Cassa Depositi e Prestiti, ENAV, FS, GSE, Poste Italiane, RAI, SOGEI, SOGIN)
partecipazioni indirette: l’8,5% del capitale di Snam tramite ENI (il 30% è detenu­to dalla Cassa Depositi e Prestiti tramite Cassa Depositi e Prestiti Reti s.r.l.), non­ché il 50% di una holding  che detiene il 27,5% del capitale di STMicroelectronics. La Cassa, infine, detiene il 29,99% del capitale di Terna.
In questa nostra analisi ora vorremmo soffermarci sulla privatizzazione o riorganizzazione una delle partecipate dello Stato con la maggior criticità politica, la RAI..
L’indipendenza dell’informazione negli USA ed in Gran Bretagna è favorita da un mercato concorrenziale e da una cultura professionale rigorosissima degli editori e degli operatori. L’indipendenza dell’informazione e la sua vocazione alla registrazione obiettiva della realtà porta la stampa e la TV a svolgere una fondamentale funzione civile e di integrazione sociale. I media, impegnati a rispondere in primo luogo al mercato (a dipendere soltanto dal mercato così come i giudici dovrebbero dipendere dalla sola legge) sono in grado di dare voce ad una infinità di bisogni, di identità, di “mondi vitali” evitandone la rimozione e consentendo alla collettività di averne consapevolezza. Si tratta di mondi e di rivendicazioni che non possono essere riassunte o interpretate da sistemi di partiti semplificati e pragmatici. Il partito dei paesi anglosassoni è orientato a scelte di governo e non penetra e non ambisce controllare aspirazioni ed istanze inerenti alla società civile, alla identità di gruppo, alle propensioni intime. In paesi di profonda cultura democratica la stampa e la TV indipendenti contribuiscono alla integrazione della società perché garantiscono, anche a coloro che non sono rappresentati nel sistema politico “formale”, la espressione dei propri bisogni e delle proprie identità.
Il sistema televisivo “misto” riesce a svolgere un ruolo di rappresentanza e di supplenza della politica? Certo c’è una TV di mercato che è portata dalla logica della concorrenza ad offrire programmi universalistici e capaci di rappresentate lo spettro delle identità, delle ideologie, dei bisogni presenti nella società. La TV di mercato è dotata di una vocazione pluralistica imposta dalle ragioni della concorrenza. Essa deve favorire la formazione di un valore ascolto, essa deve raggiungere il massimo dell’audience, essa deve essere inclusiva nei confronti di ogni tipo di identità e di cultura. Una TV di mercato è votata al suicidio e all’anoressia mercantile se ipotizza di rivolgersi soltanto ad una fetta della società. Ma resta in Italia la concorrenza imperfetta derivata dalla  presenza di una TV di Stato, alimentata dal canone, sottratta al vincolo del giudizio del pubblico e dei pubblici (il mancato ascolto, la rimozione di fette di pubblico non si traduce per la TV di Stato in minori entrate ma solo in motivo di apprensione, in eventuale censura politica, in crisi di identità professionale). Così come resta il problema di una cultura della informazione prodotta da una RAI TV abituata da decenni a considerare destinatario privilegiato della propria attenzione l’“azionista di riferimento” cioè il potere di governo, la maggioranza e coloro che nel sociale si identificano in essi.
In Italia, il sistema radiotelevisivo è connotato dalla presenza della categoria “Servizio Pubblico”.
 Per servizio pubblico radiotelevisivo s’intende un servizio di trasmissioni radiotelevisive, prodotto dallo Stato (attraverso un ente o organizzazione pubblica) o da una impresa concessionaria, che garantisce imparzialità e completezza d’informazione, e la tutela delle varie componenti della società del proprio paese. La radiodiffusione pubblica, inoltre, punta a coltivare la qualità della propria audience attraverso programmi educativi e culturali. Per tale servizio valgono gli stessi principi degli altri servizi pubblici (eguaglianza, continuità e adattamento). Affinché il bacino di utenza sia il più ampio possibile, le trasmissioni di servizio devono essere disponibili su più piattaforme di trasmissione (per esempio digitale terrestre, satellite, cavo o IPTV per la tv; FM, AM o DAB per la radio). Il finanziamento del servizio pubblico radiotelevisivo varia da paese a paese.
Nel dibattito italiano, tradizionalmente si parla di servizio pubblico con riferimento alla Rai per cui “che cosa è il servizio pubblico” è ritenuta una domanda cruciale; proviamo a declinarla in modo inverso: “che cosa non è servizio pubblico”. Non sono servizio pubblico i programmi di intrattenimento (tipici di una “tv commerciale”); non sono servizio pubblico le informazioni giornalistiche, fornite da Rai ed altri operatori privati in regime di concorrenza; insieme, questi 2 “prodotti” rappresentano oltre il 90% dei “contenuti” della Rai.
Oggi, la diffusione radio-televisiva è affiancata da “media” che si sono imposti grazie a nuove tecnologie: telefonia mobile, twitter, facebook, youtube,… che consentono produzione e successiva distribuzione di contenuti giornalistici, di informazione, di intrattenimento su media diversi dalle tradizionali radio e tv; ha ancora senso parlare di centralità del mezzo televisivo? Tv e radio “competono” con altri media; la loro ”esclusiva” è oggi superata. Rispetto ad altri paesi europei, l’Italia è caratterizzata da una maggiore diffusione del digitale terrestre dovuta anche a una minore competitività delle altre piattaforme tv: dal satellite dove Sky non ha rivali, all’Iptv che non ha mai preso piede, al cavo. La scarsa diffusione della tv via cavo e della Iptv è dovuta, tra l’altro, alla presenza limitata di reti a banda larga: la situazione, però, è destinata a cambiare.
Che cosa è oggi definibile, allora, come servizio pubblico?
In questa definizione rientrano (possono rientrare) situazioni ove non è presente una diffusa, concorrenziale, uguale disponibilità di informazione fornita da una pluralità di operatori: informazioni su iniziative di proposte di legge popolari; richieste di referendum popolare; informazioni che per la loro natura non possono agevolmente essere rese disponibili, nello stesso tempo e con modalità equivalenti, da una pluralità di testate radio-televisive: informazioni locali (oggi, coperte dalle reti televisive regionali Rai).
La tecnologia disponibile è un “acceleratore” della capacità di produrre e distribuire contenuti radiofonici e televisivi; le “barriere all’ingresso” (in termini di investimenti iniziali/successivi, disponibilità di frequenze, accesso alle “reti di diffusione”) sono modeste per la produzione radiofonica, significative per la produzione televisiva. A minori barriere, molti operatori; a maggiori barriere, pochi operatori.
A differenza del sistema radiofonico, il sistema televisivo italiano presenta un sostanziale duopolio nella trasmissione di contenuti (Rai e Mediaset), con operatori concorrenti di più limitate dimensioni e disponibilità di frequenze (canali) (La7, Sky su digitale, …).
Per rendere effettiva una ampia concorrenza, primo passo è una effettiva liberalizzazione del settore, con la effettiva “apertura” delle frequenze televisive, attualmente soggette ad un controllo amministrativo attraverso la cosiddetta “concessione. La concessione indica la frequenza e le aree di servizio degli impianti dell’emittente. Ha una durata stabilita in 6 anni, ed è rinnovabile.
Il Concessionario pubblico RAI è soggetto ad un particolare disciplina di “governance”. Come regolato dalla legge 112 del 3/05/2004 (legge Gasparri) il consiglio di amministrazione non è nominato esclusivamente dagli azionisti: sette consiglieri vengono eletti dalla Commissione parlamentare di vigilanza, due vengono indicati dal Ministero dell’Economia e delle Finanze che è il maggiore azionista della RAI. I membri del Consiglio d’Amministrazione hanno un termine di mandato di tre anni anche se possono essere nominati di nuovo.
La Rai ha sedi distaccate in ogni regione e provincia autonoma (con l’eccezione di Abruzzo e Calabria), per la redazione e trasmissione di programmi di informazione regionale.
La Rai, per dovere contrattuale con lo Stato italiano, trasmette da alcune sedi regionali una programmazione più vicina alle popolazioni e alle realtà locali, nel c.d. rispetto delle minoranze linguistiche e delle regioni autonome.
La sentenza della Corte costituzionale che negli anni settanta dava attuazione all’articolo 21 della Costituzione e stabiliva libertà di antenna minando la cultura statalista, fascista e clericale del monopolio statale delle emittenti, ha certo aperto un varco alla espressione dei bisogni sociali. Il mercato, con la sua logica e con il controllo dei consumatori, si è mostrato più universalistico dello Stato e capace di rilevare le più minute sfaccettature della vita sociale. Alla presenza storica della RAI, si sono aggiunte migliaia di Emittenti Private in tutta Italia, alcune evolute in Network nazionali, che hanno concorso sia ad estendere il pubblico della Radio e della TV a fasce di Utenti prima poco interessati dai programmi proposti dall’unico emittente, che a mutare la tipologia di prodotto e di distribuzione di risorse pubblicitarie fra tanti concorrenti di vario genere e target.
La RAI ha dovuto seguire il mercato e le sue evoluzioni, modificando la sua natura ed espandendo il catalogo dei prodotti a generi prima non praticati o poco curati.
A fini puramente espositivi, le attività Rai oggi possono essere ripartite fra:
1-Produzione e diffusione radiofonica a livello nazionale
2-Produzione e diffusione televisiva a livello nazionale
3-Produzione diffusione televisiva a livello regionale
4-Trasmissione “infrastrutturale” (Rai Way)
Le attività 1. (radio) e 2. (televisione) sono tipicamente quelle di “rete commerciale”, esercitata in regime di concorrenza (in ambito parzialmente liberalizzato, per quanto riguarda la attività televisiva, soggetta a regolamentazione amministrativa, come sopra ricordato).
L’attività 3. (ambito e livello regionale) appare meritevole di adeguata valutazione per verificarne, e del caso regolarne, le componenti di servizio pubblico.
L’attività 4. (infrastrutture) è una funzione di “servizio” reso alla diffusione radio-televisiva, ad oggi necessaria ma ad impatto e rilevanza decrescenti in relazione all’evoluzione delle tecnologie disponibili, in futuro. E’ di questi giorni, l’OPA lanciata dal Gruppo Mediaset (tramite la controllata TI Media) sulle Torri di trasmissione che fanno capo a RAI Way, che porterebbero, se andasse in porto l’operazione, alla
creazione di un operatore unico delle torri broadcasting per «porre rimedio all’attuale situazione di inefficiente moltiplicazione infrastrutturale dovuta alla presenza di due grandi operatori sul territorio nazionale».
Come sopra menzionato, il Concessionario RAI di servizio pubblico gode di uno status particolare, che è  stato più volte soggetto a critiche e tentativi di modifica. Le “critiche” più rilevanti e storicamente significative si sono focalizzate su 2 aspetti: l’”iniquità” del canone televisivo pagato a fronte di un servizio ritenuto di qualità e contenuto decrescenti, non riconosciuto da una importante fascia di utenti come “pubblico” o a valenza pubblica; la “lottizzazione politica” della Rai da parte dei partiti, che ne nominano anche la maggioranza dei consiglieri di amministrazione, secondo logiche di “lottizzazione”. Tale fenomeno presenta elementi peculiari, come la sovra-esposizione mediatica dei partiti maggiori (che detengono, alternandosi, le “leve del comando”) e la sotto-esposizione dei partiti minori (cui vengono assegnati “spazi” spesso inferiori al loro peso elettorale), tanto che l’attenzione si rivolge periodicamente al mancato rispetto del pluralismo e dell’equal time da parte dell’emittente di Stato. Mancato rispetto dell’effettività dell’equal time non solo delle sue parvenze. Non è certo solo il cronometro a stabilire la completezza dell’informazione o la qualità di “pubblico” ad un Servizio sovvenzionato dai Contribuenti.
Eliminazione del canone e de-lottizzazione politica della Rai sono obiettivi “di impatto mediatico”; ma come realizzarli e soprattutto che effetti avrebbero sulla struttura dell’offerta radiotelevisiva e, nel caso si adottasse la soluzione di una privatizzazione della Rai, come “graverebbero” sul soggetto (o soggetti) acquirente, in un contesto liberalizzato e privatizzato?
In materia di privatizzazioni si apre sempre il dilemma: suddivisione del pacchetto di controllo tra i grandi gruppi finanziari ovvero azionariato popolare. La soluzione in genere è quella mista. Ma in materia di una attività di impresa (quella radio televisiva) che tocca da vicino le identità dei consumatori e le culture di essi, appare certo più adeguato il modello dell’azionariato popolare integrale.
 In Italia esistono diverse rigidità con le quali fare i conti. Esse sono il canone, il c.d. Servizio Pubblico e la struttura delle attività sopra elencate. Si tratta di rigidità che possono cambiare di senso una volta che siano collocate in un diverso assetto proprietario dell’azienda. Il rispetto del servizio pubblico (inteso come servizio ai consumatori del prodotto) potrebbe essere sicuramente garantito da una forma di privatizzazione particolare dell’ente.
Secondo quanto detto finora nell’analisi delle attività di mercato, così come praticato dalla RAI, non esistono, a nostro avviso, le ragioni di sussistenza di un “servizio pubblico” in capo alla stessa, che è, a tutti gli effetti, una emittente generalista e commerciale (salvo le eccezioni indicate sopra); riteniamo che il “canone” debba essere eliminato, in una condizione normale.
In assenza di un flusso costante di incasso da canone, toccherà all’azionista (MEF) identificare eventuali risorse per il sostegno economico e patrimoniale della Rai.
Se ne analizziamo i bilanci, vediamo la Rai è “fonte di perdite”, e lo sarebbe ancor più nel caso non vi fosse il contributo del canone, che nel periodo 2009-2013 è stato di 8.446 milioni, cui si aggiungono circa 1.700 milioni nel corrente anno 2014, per totali oltre 10.000 milioni che la collettività (al netto della evasione che viene quantificata nel 25% dei tributi dovuti) ha elargito alla “TV di stato”. Tutto ciò porta la RAI ad avere un valore economico negativo, che non vediamo come oggi potrebbe fare immaginare una “vendita”, anche nella forma di “privatizzazione” o di apertura del capitale a terzi, attesa la insoddisfacente redditività aziendale attuale ed attesa, visti i costi di struttura elevati e “fuori controllo”, su cui l’azionista e la direzione aziendale non hanno sinora ritenuto di intervenire in modo efficiente. Alcune ragioni, peraltro non giustificate, attengono alla già ampiamente citata “lottizzazione”.
L’opzione da noi favorita della privatizzazione dovrebbe avvenire tenendo per presenti alcuni aspetti regolatori:
   Una valutazione dell’impatto economico e finanziario derivante dalla abolizione del canone;
    Una adeguata politica di contenimento e riduzione dei costi aziendali, per riportare la redditività aziendale in territorio positivo;
    Una razionale identificazione delle attività aziendali, nelle sue componenti “caratteristiche”
          – L’adeguata valorizzazione di tali attività, specificando la “strategiadella           valorizzazione    stessa (vendita di singoli rami di azienda, vendita in blocco,etc.), tempistica e modalità;
         – L’attività  svolta in ambito e livello regionale, appare meritevole di adeguata valutazione per verificarne, e del caso regolarne, le componenti di servizio pubblico;
Sappiamo comunque che, salvo ripensamenti o nuove evoluzioni del quadro politico-normativo, viene esclusa la privatizzazione dell’Azienda e che sono governance, mission e finanziamenti i tre pilastri che il Governo attuale vorrebbe modificare e che  equivarrebbero, rispettivamente, a cambiare modalità di nomina e funzioni del Cda e del Direttore generale, riformare la convenzione attualmente in scadenza nel 2016, e lottare all’evasione e modifica del sistema di pagamento del canone.
 Dunque il capitolo “togliamo la Rai dalle mani dei partiti” dovrà essere gestito nelle forche caudine del Parlamento. La lunga serie di esperti che Palazzo Chigi sta consultando in questi giorni conferma a grandi linee l’idea iniziale. Che prevedrebbe un Cda composto da 5 membri, nominati da una fondazione autonoma che faccia capo unicamente al Presidente della Repubblica. Prevista anche la figura di un Amministratore delegato, sganciato dal Cda e con pieni poteri sui conti, e quella di un Direttore generale che, di concerto con i 5 consiglieri di amministrazione, si occupi dell’offerta editoriale.
Dal punto di vista comunicativo l’esecutivo punta molto sulla riscrittura della convenzione. Che altro non è che il contratto decennale che lo stato stipula con la Rai, e che determina la mission di viale Mazzini, con focus particolari sul ruolo del web, sull’internazionalizzazione di prodotti e offerte, e sul sistema informativo L’obiettivo attuale rimane quello di rendere progressivo il pagamento a seconda del reddito, evitare i “raddoppi” nel pagamento ma anche di dare una significativa sterzata sul fronte evasione. Lo slittamento potrebbe essere indolore, perché le misure potrebbero essere introdotte successivamente (nella legge di stabilità, per esempio) ed entrare comunque in vigore a partire dal 2016.
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