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VALUTE E COMMERCIO MONDIALE

 VALUTE E COMMERCIO NEL MONDO

Lo ‘tsunami’ del franco svizzero è solo l’ultimo atto di una serie di fenomeni monetari con cui il lusso sta facendo i conti. Dopo un 2014 di altalene anche per yen e rublo, adesso la partita si gioca sul super dollaro che aiuta la moda.  
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L’immagine più immediata dello ‘tsunami valutario’ svizzero è quella dei distributori di benzina frequentati dai transfrontalieri. Lo scorso 16 gennaio, appena dopo la frontiera di Chiasso, le aree di sosta, affollate fino al giorno prima da italiani che facevano il pieno, sono state dimenticate. Per contro, gli svizzeri si sono affrettati a comprare euro in banca o in posta. Perché un calo del 15% in un giorno della valuta unica contro quella degli gnomi, potrà anche mantenersi nel tempo, ma vedi mai:  meglio approfittarne e intascare quanti più euro si può.
L’immagine è quella subito successiva alla mossa della Banca nazionale svizzera di metà gennaio, quando i banchieri della Confederazione hanno deciso di cancellare il rapporto minimo di cambio con l’euro, misura introdotta nell’estate del 2011 per proteggere la moneta unica in pericolosa tempesta. La mossa ha fatto sballare l’intero quadro valutario: l’euro/franco è sceso da 1,20 a 0,85 prima di tornare verso quota 1; verso lo yen la moneta di Berna ha toccato i massimi dal 1980.
Quanto avvenuto oltre le Alpi è emblematico dell’innalzamento dell’entropia sui mercati mondiali con la quale si è misurato il lusso negli ultimi mesi, e con la quale è destinato prevedibilmente a convivere nel medio periodo: nel 2014 è collassato il rublo; alla fine dell’anno è finito in altalena lo yen; poi è stata la consacrazione della forza del dollaro. L’ultimo passaggio, eclatante per ampiezza e imprevedibilità, è stato quello del franco svizzero.
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SUPER FRANCO
Oltre Chiasso, a segnare qualche contraccolpo non sono stati solo i rivenditori di carburante. Sarebbe interessante avere un monitoraggio degli outlet. E sarà interessante rilevare gli effetti nei conti delle tante griffe che hanno stabilito una sede commerciale-amministrativa nel Canton Ticino o dalle parti di Zug (tra cui Armani, Zegna, Versace, Gucci e Hugo Boss), anche per effetto dei benefici fiscali. In linea teorica, l’acquisto di merce pagando in franchi verso aree euro o dollaro (sono molteplici i quartier generali di brand Usa, vedi Vf, Guess e Tom Ford) è più conveniente. Mentre sul fronte della domanda le cose si complicano. I ricavi in valuta estera di fatto si svalutano. A meno di non rivedere all’insù i listini, rischiando di tagliare le gambe agli acquisti.
Per le griffe ‘transfrontaliere’, nella realtà, si tratta spesso di partite di giro interne al gruppo. Chi subisce effetti inevitabili sono i marchi del lusso elvetico, per cui i costi sono in franchi (e non cambiano la quantità di lavoro/merce acquistata), mentre le ripercussioni si avranno nelle vendite. L’immediato primo capitombolo in Borsa di Richemont e Swatch, il 15 gennaio, è stato l’effetto di un aggiustamento dei prezzi in franchi alle nuove parità di cambio. Ma le analisi dei broker sui titoli (e le proteste pubbliche come quella di Nicolas Hayek, patron di Swatch, che ha lanciato il concetto di “tsunami svizzero”) incorporano anche l’effetto sulla domanda estera “che, alle condizioni di attuale debolezza – spiega un report di Exane Bnp Paribas – non può sopportare un rialzo ‘compensativo’ dei prezzi di listino”. Anche se, nei giorni successivi allo shock valutario, sia Swatch sia Richemont hanno annunciato un ritocco al rialzo dei listini di oltre il 5 per cento. Gli analisti di Exane spiegano che, preso atto della nuova situazione valutaria, si può stimare un calo del 13% degli utili attesi 2015 per Swatch e del 3% per Richemont.
ATTUALITA_dolaroUSA Tempesta di valute - {focus_keyword}
SUPER DOLLARO
Passato il crollo del rublo e riassestatosi il cambio dell’euro verso lo yen (dopo le elezioni a dicembre), l’altro fattore che oggi ‘domina’ oltre a quello elvetico è la forza del dollaro. La valuta americana è in progressivo apprezzamento contro l’euro dalla metà del 2014. E questo è un fattore fondamentale per il lusso made in Italy. La cui forza è tale da consentire di dimenticare in fretta gli affanni in Russia e le perplessità in Cina.
Le aziende del lusso quotate monitorate da Mediobanca realizzano negli Stati Uniti circa un terzo del fatturato: “Oltre il 70% di questo giro d’affari – spiega l’analista di Piazzetta Cuccia Chiara Rotelli, in un report di ottobre – proviene dal retail e il 30% dal wholesale. Nei fatti, il business retail Usa consiste di 5mila negozi che generano circa un quarto di tutto il fatturato mondiale. Inoltre, questo retail sembra più ricco negli Usa che altrove: in generale, i brand italiani performano sostanzialmente meglio nei negozi americani che in altre regioni. In alcuni casi (Brunello Cucinelli, Ferragamo e Moncler) le vendite Usa per Dos sono il 50% più alte che nel resto del network”.
Vendere agli americani oggi è più facile. C’è un biglietto verde che li invoglia allo shopping. E una locomotiva dei consumi a stelle e strisce che ha ripreso con decisione a macinare risultati, tanto da spingere la Casa Bianca a parlare definitivamente di “uscita dalla crisi”.
Mediobanca tenta quindi un esercizio teorico (che prescinde dall’efficacia delle strategie di copertura dei singoli gruppi). “In base alle nostre simulazioni – si legge nello stesso report -, un apprezzamento del 10% del dollaro contro l’euro potrebbe riflettersi in un incremento degli utili attesi per azione (eps) del 3% in media nel 2015”. Tra le singole aziende, la più premiata è Luxottica (eps attesi +8,5%). Mentre Geox, Tod’s e Safilo sono i nomi che, secondo Mediobanca, avranno meno beneficio dal super dollaro per la scarsa esposizione negli Usa.
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