IL T.T.I.P. UN ACCORDO GLOBALE CHE CI CAMBIERA’ LA VITA

                   
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IL TTIP. COSA E’ E COSA SARA’


 

Con questa sigla si intende il trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti: TTIP è un acronimo del nome in inglese, “Transatlantic Trade and Investment Partnership”. È un accordo commerciale di libero scambio in corso di negoziazione tra l’Unione europea e gli Stati Uniti d’America che, nelle idee dei promotori, USA in primis, dovrebbe liberalizzare i mercati delle merci e dei capitali tra le sponde dell’Oceano portando opportunità economiche, sviluppo, un aumento delle esportazioni e anche dell’occupazione. I fautori sostengono che l’accordo sarà causa di crescita economica per i paesi partecipanti[, mentre i critici sostengono che questo aumenterà il potere delle multinazionali e renderà più difficile ai governi il controllo dei mercati per massimizzare il benessere collettivo.
Nei suoi numeri il trattato coinvolge i 50 stati degli Stati Uniti d’America e le 28 nazioni dell’Unione Europea, per un totale di circa 820 milioni di cittadini. La somma del PIL di Stati Uniti e Unione Europea corrisponde a circa il 46 per cento del PIL mondiale (i dati sono del Fondo Monetario Internazionale aggiornati al 2013)cifra che aumenterebbe al 51,3% se si estende a tutti i membri della North American Free Trade Agreement (NAFTA) e ai membri dell’Associazione europea di libero scambio (AELE).

 

 

I tempi ipotizzati prevedevano che i negoziati avrebbero dovuto essere completati nel 2015. Ad oggi, dopo alcune riunioni tenutesi in un draft a fine Aprile, si pensa che i tempi si allungheranno ancora. Il trattato dovrà poi essere votato dal Parlamento europeo, per quanto riguarda l’UE.
La segretezza nella quale si svolti gli incontri e le trattative fanno presumere queste date mentre i suoi contenuti, fino a poco fa desunti da varie bozze che sono comunque trapelate nel corso del tempo e pubblicate da alcuni giornali, sono ora consultabili (sia pure in forma molto rarefatta) in un sito apposito della Commissione Europea, inaugurando un processo di chiarimento ed illustrazione della trattativa in corso.
L’obiettivo dichiarato dell’accordo (piuttosto generico) è «aumentare gli scambi e gli investimenti tra l’UE e gli Stati Uniti realizzando il potenziale inutilizzato di un mercato veramente transatlantico, generando nuove opportunità economiche di creazione di posti di lavoro e di crescita mediante un maggiore accesso al mercato e una migliore compatibilità normativa e ponendo le basi per norme globali». L’accordo dovrebbe agire quindi in tre principali direzioni: aprire una zona di libero scambio tra Europa e Stati Uniti, uniformare e semplificare le normative tra le due parti abbattendo le differenze non legate ai dazi (le cosiddette Non-Tariff Barriers, o NTB), migliorare le normative stesse.
Per ottenere risultati in queste direzioni sarà necessario agire normando l’accesso al mercato, eliminando o attutendo alcuni ostacoli non tariffari agendo anche per omogeneizzare alcune questioni normative dirimenti.
Si prevede pertanto di liberalizzare il mercato eliminando tutti i dazi sugli scambi bilaterali di merci “con lo scopo comune di raggiungere una sostanziale eliminazione delle tariffe al momento dell’entrata in vigore dell’accordo” che, anche se non particolarmente elevate, costano miliardi di euro l’anno (soprattutto versati dalle Compagnie Automobilistiche), di servizi, coprendo sostanzialmente tutti i settori tranne quelli audiovisivi (per l’opposizione della Francia) e anche gli appalti pubblici, per “rafforzare l’accesso reciproco ai mercati degli appalti pubblici a ogni livello amministrativo (nazionale, regionale e locale) e quello dei servizi pubblici, in modo da applicarsi alle attività pertinenti delle imprese operanti in tale campo e garantire un trattamento non meno favorevole di quello riconosciuto ai fornitori stabiliti in loco”. Insomma aziende europee potranno partecipare a gare d’appalto statunitensi e viceversa.
Il capitolo degli ostacoli non tariffari riguarda misure adottate da un mercato per limitare la circolazione di merci e che non consistono nell’applicazione di tariffe: quindi non si parla di dazi. Sono limiti di altro tipo: limiti quantitativi, per esempio, come i contingentamenti (che consistono nel fissare quantitativi massimi di determinati beni che possono essere importati) o barriere tecniche e di standard (cioè di regolamento). Un esempio tra quelli più citati dai critici: negli Stati Uniti è permesso somministrare ai bovini sostanze ormonali, nell’UE è vietato e infatti la carne agli ormoni non ha accesso a causa di una barriera non tariffaria al mercato europeo.
L’accordo finale comprenderà 24 capitoli, raggruppati in 3 parti:
L’informativa pubblicata sul sito della Commissione Europea (http://trade.ec.europa.eu/doclib/press/index.cfm?id=1250&serie=866&langId=it#market-access) analizza i vantaggi e gli svantaggi degli accordi in trattazione, suddivisi per ogni punto.
 In particolare, l’Accesso al mercato analizza
      –      Scambi di Merci e Dazi Doganali
      –     Servizi
      –    Appalti pubblici
–        Norme di origine.
La Cooperazione in campo normativo illustra:
–        La Coerenza Normativa
–        Gli Ostacoli Tecnici agli scambi
–        La Sicurezza Alimentare e la Salute degli Animali e delle Piante
–        Alcune analisi su Industrie specifiche.
Infine, la parte normativa del Tutorial parla di:
–        Sviluppo Sostenibile
–        Energia e Materie Prime
–        Dogane e Facilitazione degli Scambi
–        Piccole e Medie Imprese
–        Protezione degli Investimenti e Comosizione delle Controversie Investitore-Stato (ISDS)
–        Concorrenza
–        Proprietà Intellettuale e Indicazioni Geografiche
–        Composizione delle Controversie tra Governi
Una delle questioni più controverse riguarda la clausola ISDS, Investor-State Dispute Settlement. È molto contestata anche da parte di alcuni governi, innanzitutto quello tedesco. Prevede la possibilità per gli investitori di ricorrere a tribunali terzi in caso di violazione, da parte dello Stato destinatario dell’investimento estero, delle norme di diritto internazionale in materia di investimenti. Ci sono già molti casi a riguardo: nel 2012 il gruppo Veolia ha fatto causa all’Egitto al Centro internazionale per la risoluzione delle controversie relative agli investimenti della Banca Mondiale perché la nuova legge sul lavoro del governo contravveniva agli impegni presi in un accordo (firmato) per lo smaltimento dei rifiuti; nel 2010 e nel 2011 Philip Morris ha utilizzato questo meccanismo contro l’Uruguay e l’Australia e le loro campagne anti-fumo; nel 2009 il gruppo svedese Vattenfall ha citato in giudizio il governo tedesco chiedendo 1,4 miliardi di euro contro la decisione di abbandonare l’energia nucleare. Le aziende, dice chi critica la clausola, potrebbero insomma opporsi alle politiche sanitarie, ambientali, di regolamentazione della finanza o altro attivate nei singoli paesi reclamando interessi davanti a tribunali terzi, qualora la legislazione di quei singoli paesi riducesse la loro azione e i loro futuri profitti. Poiché il principio fondante del nuovo trattato è la libertà di mercato nel senso più ampio, con una tutela esplicita degli investitori e della proprietà privata, in caso di controversia è previsto che le società multinazionali possano appellarsi all’Organismo di risoluzione per rivalersi sui governi che, a loro giudizio, siano colpevoli di ostacolare il raggiungimento del profitto. La sovranità nazionale finirebbe così con il cedere il passo a quella del libero mercato, sconvolgendo le stesse basi del diritto e della democrazia rappresentativa.
Diversi studi e gli stessi documenti della Commissione Europea sopra riportati,  hanno concluso che l’accordo avrà benefici sia per gli Stati Uniti che per l’UE. Il Center for Economic Policy Research di Londra e l’Aspen Institute dicono per esempio che ci sarebbe un aumento del volume degli scambi e in particolare delle esportazioni europee verso gli Stati Uniti (l’incremento sarebbe del 28 per cento, circa 187 miliardi di euro). Gli studi favorevoli al trattato hanno inoltre stimato che il PIL mondiale aumenterebbe (tra lo 0,5 e l’1 per cento pari a 119 miliardi di euro) e aumenterebbe anche quello dei singoli stati (si stimano 545 euro l’anno in più per ogni famiglia in Europa). Poiché ci sarebbe una maggiore concorrenza, si avrebbero anche benefici generali sull’innovazione e il miglioramento tecnologico.

Analisi settoriali mostrano che le PMI rappresentano il 28% delle esportazioni dell’Unione europea verso gli Stati Uniti già. Essi potrebbero espandere ulteriormente se il commercio transatlantico fosse più facile. Ridurre i costi di adeguamento alle norme tecniche sarebbe il modo più efficace per incrementare le esportazioni delle PMI, soprattutto se le liberalizzazioni si applicheranno ai settori legati al prodotti alimentari, bevande e agricoltura; abbigliamento, prodotti tessili e cuoio; così come i prodotti chimici che hanno avuto una quota di esportazioni superiore alla media UE. 

Di parere opposto, per lo più negative, le previsioni di un centro di ricerche austriaco (Ofse) con un’appendice consultabile nel Documento sopra riportato, a cura della Commissione Europea. L’abolizione delle barriere tariffarie farebbe perdere al budget europeo 2,6 miliardi l’anno, somma non trascurabile in un periodo di crisi come l’attuale. L’occupazione non aumenterebbe affatto, mentre la disoccupazione resterebbe stabile, a seguito della profonda riorganizzazione dei mercati. A beneficiare dei maggiori scambi commerciali sarebbero soprattutto le multinazionali, a scapito delle piccole e medie imprese. Nel caso dell’Italia, delle 210 mila imprese che esportano, le prime dieci detengono il 72 per cento dell’export totale, e dunque beneficerebbero maggiormente del trattato. Inevitabile l’invasione di prodotti made in Usa. In definitiva, l’Ofse prevede «pochi benefici economici, ma molti rischi e costi potenziali».
Vari soggetti invece si oppongono all’accordo valutando aspetti che non guardano soltanto al lato dello sviluppo strettamente economico: da una rete di associazioni (compresa Slow Food) di vari paesi europei e statunitensi, fino a studiosi ed economisti vari (Paul Krugman, per esempio). Questi gruppi sostengono che le cifre sull’impatto dell’accordo sono piuttosto ambiziose, che sarebbero previste solo per il 2027 e che comunque sono troppe le variabili non considerate per poter fare una stima affidabile. Ci sono poi critiche più sostanziali, supportate da diversi altri studi che dal lato americano vengono raggruppati in dieci punti, tra i quali: farmaci meno affidabili, aumento della dipendenza dal petrolio, perdita di posti di lavoro per la scomparsa delle norme sulla preferenza nazionale in materia di forniture pubbliche, assoggettamento degli stati a un diritto fatto su misura per le multinazionali, e così via.
Dal lato europeo altre critiche rivestono gli aspetti riguardanti le normative dell’Organizzazione dell’ONU che si occupa di lavoro (l’ILO), di cui gli Stati Uniti hanno ratificato solo due delle otto norme fondamentali. Quindi si rischierebbe di minacciare i diritti fondamentali dei lavoratori (preoccupazione più comune tra le sigle sindacali europee): l’eliminazione delle barriere che frenano i flussi di merci renderà più facile per le imprese scegliere dove localizzare la produzione in funzione dei costi, in particolare di quelli sociali, l’agricoltura europea, ora frammentata in milioni di piccole aziende, finirebbe per entrare in crisi se non venisse più protetta dai dazi doganali, soprattutto se venisse dato il via libera alle colture OGM (come si teme possa essere concesso),vi potrebbero essere conseguenze negative anche per le piccole e medie imprese, e in generale per le imprese che non sono multinazionali e che con le multinazionali non potrebbero reggere la concorrenza, una parte dei negoziati è orientata alla privatizzazione dei servizi pubblici quindi secondo i critici si rischia la loro scomparsa progressiva. Sarebbe a rischio il welfare e settori come l’acqua, l’elettricità (anche se l’Ambasciatore Froman e la Commissaria Malmström, incaricati delle trattative sui punti, hanno confermato che gli accordi commerciali degli Stati Uniti e dell’UE non impediscono alle pubbliche amministrazioni a ogni livello di fornire o finanziare servizi in settori quali l’approvvigionamento idrico, l’istruzione, la sanità e i servizi sociali), l’educazione e la salute sarebbero esposti alla libera concorrenza; ancora, le disposizioni a protezione della proprietà intellettuale e industriale attualmente oggetto di negoziati potrebbero minacciare la libertà di espressione su internet o privare gli autori della libertà di scelta in merito alla diffusione delle loro opere.
Una critica molto aspra predice che vi sarebbero anche rischi per i consumatori perché i principi su cui sono basate le leggi europee sono diverse da quelli degli Stati Uniti. In Europa vige il principio di precauzione (l’immissione sul mercato di un prodotto avviene dopo una valutazione dei rischi) mentre negli Stati Uniti per una serie di prodotti si procede al contrario: la valutazione viene fatta in un secondo momento ed è accompagnata dalla garanzia di presa in carico delle conseguenze di eventuali problemi legati alla messa in circolazione del prodotto (possibilità di ricorso collettivo o class action, indennizzazione monetaria). Oltre alla questione degli OGM, questa critica viene sollevata relativamente all’uso di pesticidi tossici, all’obbligo di etichettatura del cibo, all’uso del fracking per estrarre il gas e alla protezione dei brevetti farmaceutici, ambiti nei quali la normativa europea offre tutele maggiori, alla clonazione degli animali, agli antibiotici negli allevamenti, ai prodotti alimentari tipici italiani.
Per finire, citiamo anche l’altro accordo che gli Stati Uniti stanno negoziando in questi mesi,  il TPP, che è il Trans-Pacific Partnership, accordo di libero scambio che coinvolgerebbe Stati Uniti, Canada, Messico e altri stati del Sud America occidentale e, sull’altra sponda del Pacifico, Giappone, e alcuni stati dell’Oceania e del sud-est Asiatico. Si tratta della controparte sul Pacifico del TTIP e pare (anche qui molto è segreto) la sua conclusione, sia più vicina nel tempo.

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