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STILI DI VITA E SALUTE

L’alimentazione, gli stili di vita e le abitudini incidono da sempre sulla nostra salute e sulle aspettative di vita dell’individuo. Una popolazione sana e bene educata nell’approccio con il cibo comporta sicuramente meno costi di cura e mantenimento per la Comunità nazionale ed è a questo che vogliamo rivolgere la nostra analisi.

Alcuni comportamenti o abitudini incidono sicuramente sulla qualità della vita degli individui, tra cui i più importanti sono;

  • La dipendenza dal fumo
  • L’abuso di alcool
  • Le cattive abitudini alimentari e di mobilità.

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FUMO

Il fumo di sigaretta rappresenta la più rilevante causa di mortalità evitabile in numerose realtà industrializzate. Ogni anno il consumo di tabacco è responsabile della morte di circa 3.5 milioni di persone nel mondo; si calcola che ogni minuto circa 7 individui muoiano a causa del fumo: 1 decesso ogni 9 secondi. Attualmente si stima che nel mondo circa 1 miliardo di individui fumino e che tale numero sia destinato ad incrementarsi sino a raggiungere 1.6 miliardi di fumatori entro il 2025. Le patologie fumo-correlate risultano responsabili del 10% dei decessi della popolazione adulta; il fumo attivo è la principale causa prevedibile di morbosità e mortalità in Italia come in tutto il mondo occidentale. Il numero di morti dovuti al fumo, supera quelli dovuti a qualsiasi altro fattore di rischio o di malattia ed è la principale causa di broncopneumopatia cronica ostruttiva, è associato alla malattia coronaria e agli accidenti cerebrovascolari. Si stima che in Italia siano attribuibili al fumo di tabacco circa 90000 morti all’anno, di cui oltre il 25% di età compresa tra i 35 ed i 65 anni. Nelle società occidentali ed industrializzate il numero di fumatori ha subito per decadi un declino significativo; tale tendenza non è tuttavia generalizzabile come dimostrato dai trend di incremento registrati in alcuni target specifici di popolazione caratterizzati prevalentemente da un basso tenore di vita e di reddito.

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Il fumo comporta una serie di costi per la cura delle patologie correlate di grande importo, per una serie di categorie alle quali si è soliti ricorrere per una analisi mirata, che essere sintetizzate come segue:

1) Costi diretti definibili medici e legati alla prevenzione, diagnosi, terapia e riabilitazione delle patologie correlate al fumo;

2) Costi indiretti legati alla morbilità e associati al mancato guadagno conseguente alla perdita di lavoro a causa di una patologia fumo-correlata;

3) Costi indiretti legati alla mortalità e associati alla perdita del guadagno futuro a causa di una morte prematura causata dal fumo.

E’ importante chiarire alcuni ulteriori concetti relativi ai costi, in particolare in relazione ai più rilevanti quali i costi privati e quelli sociali. E’ generalmente riconosciuto che la quantificazione dei costi totali del fumo debba includere tanto i costi privati quanto quelli esterni. Appare altrettanto chiaro che ove i costi del fumo siano consapevolmente e liberamente sostenuti dai fumatori essi costituiscano costi privati mentre ove essi ricadano sulla collettività siano riferibili a costi esterni. Nella terminologia convenzionale il costo sociale del fumo per la collettività (fumatori e non fumatori) consiste in costi sostenuti dai fumatori (costi privati) e costi sostenuti dal resto della collettività (costi esterni) per cui:

                                   Costi sociali = costi privati + costi esterni

I costi totali possono essere anche suddivisi in costi tangibili (risorse) ed intangibili (ad esempio il dolore, la sofferenza e la perdita della vita) . I costi tangibili possono essere definiti come quei costi che, ove ridotti, generano risorse disponibili per il consumo e per ulteriori investimenti destinati alla collettività. Ad esempio, nel caso di riduzione dei costi sanitari legati al fumo, nuove risorse si rendono disponibili per una utilizzazione alternativa. I costi intangibili, al contrario, qualora ridotti o eliminati non generano alcuna risorsa disponibile per altri usi. Gran parte degli sforzi dei servizi sanitari sono, tuttavia, concentrati sulla riduzione di questi costi intangibili tanto da renderli tanto interessanti in termini di salute pubblica e di programmazione sanitaria, quanto difficili da quantificare. Di conseguenza, i costi tangibili possono essere considerati come costi aventi una manifestazione monetaria o comunque suscettibili di monetizzazione mentre i costi intangibili sono quelli difficilmente monetizzabili ma, comunque, stimabili a fronte di una attribuzione soggettiva di un ipotetico valore economico.

Un ultima specifica merita il concetto di costo finanziario. Si tratta di un costo sostenuto dallo stato che inevitabilmente finisce per rappresentare un onere che si riversa sul cittadino. Se il lavoratore a causa della sua patologia polmonare cronica ostruttiva ricevesse cure ospedaliere in una struttura pubblica afferente al SSN, la spesa pubblica sostenuta rappresenterebbe un costo reale in quanto sottrae risorse alla collettività e al benessere collettivo.

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Analizzando gli indici di mortalità correlati al fumo, le rilevazioni ufficiali condotte dall’ ISTAT mostrano un incremento negli anni della mortalità generale per entrambi i sessi. In relazione ad un indicatore estremamente sensibile della mortalità attribuibile al fumo (oltre l’85 % di tali decessi è attribuibile al fumo) una analisi dei trends di malattie specificamente legate al fumo e loro mortalità riporta

QUOZIENTI DI MORTALITA’ ATTRIBUIBILE AL FUMO

TUTTE LE CAUSE 0.15,

TUMORI MALIGNI 0.26, Polmone 0.85, Esofago 0.71, Cavità buccale e faringe 0.68, Laringe 0.68, Trachea, bronchi, polmoni 0.68, Pancreas 0.28, Vescica 0.34, Reni e vie urinarie 0.25,

MALATTIE RESPIRATORIE 0.41, Polmonite 0.37, Bronchite cronica, enfisema 0.85,

MALATTIE DEL   SISTEMA CIRCOLATORIO 0.9 Ipertensione Malattie ischemiche 0.47, Malattie cerebrovascolari 0.44, Aneurisma aorta 0.65, Arteriopatia obliterante 0.21.

Sommando quindi i dati relativi ai ricoveri (costo per ricovero in struttura pubblica € 832 cadauno) per la quota di ricoveri attribuibili al fumo per qualsiasi causa è pari al 14,9 % il relativo costo per assistenza ospedaliera attribuibile al fumo è stimabile in 13,5 miliardi, pari all’8.9 % della spesa sanitaria pubblica totale (lo 0,7 % del PIL) . Si tratta ovviamente di una stima grezza media che non tiene conto che le patologie legate al fumo potrebbero avere decorsi ed interventi di cura diversi da quelli medi.

ALCOOL

La dipendenza alcolica è caratterizzata da un comportamento ossessivo di ricerca compulsiva di bevande alcoliche (tipica la necessità di bere al mattino, appena svegliati) e da assuefazione e tolleranza (per raggiungere un determinato effetto desiderato dall’individuo è costretto a bere quantità sempre maggiori di bevande alcoliche). Anche per l’alcoldipendenza, come per qualunque tossicodipendenza da droghe illegali, la brusca interruzione del consumo di alcol causa la sindrome da astinenza caratterizzata da tachicardia, tremori, nausea e vomito, agitazione, allucinazioni, convulsioni.

L’alcol è causa di patologie e problematiche correlate anche quando il suo consumo non è arrivato al punto da poter definire “alcolista” un individuo.

Si parla per esempio di consumo rischioso o dannoso di bevande alcoliche quando le quantità di alcol consumate possono esporre la persona o i terzi ad un pericolo o un rischio per la salute o la sicurezza, giungendo ad interferire sul regolare svolgimento della vita sociale, lavorativa o scolastica, a condizionare negativamente l’integrità delle capacità individuali, come quelle necessarie ad affrontare potenziali situazioni di pericolo (ad esempio prima di mettersi alla guida), a provocare in chi lo consuma problemi con la legge. Non esistono quantità considerabili “sicure” di consumo alcolico e maggiore il consumo , maggiore è il rischio per salute e sicurezza.

L’alcol deprime il sistema nervoso centrale, riduce i freni inibitori e influenza pensieri, emozioni e capacità di giudizio. Può causare dunque problemi di vario grado di gravità che coinvolgono non solo il soggetto ma anche la sua famiglia e la società (ad esempio in caso di incidenti stradali o di atti di violenza).

Il problema dell’alcolismo si stima che per costi sociali, raggiunga la cifra record del 3,5% del Pil, per un importo che si aggira intorno ai 58 miliardi di euro l’anno. Nel nostro paese ci sono un milione e mezzo di alcolisti, ma appena 100mila attualmente sono in trattamento terapeutico. Due sono i motivi dietro i quali solo una piccolissima percentuale, il 10%, di alcolisti si cura. Da una parte le difficoltà di disvelamento di questa dipendenza tra le più democratiche, insieme al tabacco, che riguarda uomini, donne, giovani e anziani; dall’altra le difficoltà prescrittive dei medici per la limitata disponibilità, finora, di trattamenti idonei nel medio termine. Senza contare che negli ultimi anni sta diventando sempre più diffusa la tendenza alla “poliassunzione”, una modalità di consumo molto pericolosa che consiste nel connubio di alcol e anfetamine o di alcol e cocaina.

L’emergenza poi non riguarda soltanto gli adulti e gli uomini, ma anche i giovani, i giovanissimi e le donne. In Italia sono almeno 30.000 l’anno i decessi per cause alcol-correlate e l’alcol rappresenta la prima causa di morte tra i giovani fino all’età di 24 anni.

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Il consumo di alcol non solo produce danni al bevitore stesso, ma anche alla famiglia e al contesto sociale allargato in cui vive. L’alcol può indurre infatti a comportamenti violenti (1 omicidio su 4 e 1 suicidio su 6 è alcol-correlato), abusi, abbandoni, perdite di opportunità sociali, incapacità di costruire legami affettivi e relazioni stabili, invalidità, incidenti sul lavoro e sulla strada.

ALIMENTAZIONE

Parlando ora dei problemi legati all’alimentazione, sappiamo che secondo l’OMS circa 1/3 delle malattie cardiovascolari e dei tumori possono essere evitati grazie a una equilibrata e sana alimentazione. Lo squilibrio nel tipo di alimenti o nella quantità assunta, può causare varie patologie, la più complessa delle quali è sicuramente l’obesità. Questa è una condizione caratterizzata da un eccessivo accumulo di grasso corporeo, condizione che determina gravi danni alla salute. E’ causata nella maggior parte dei casi da stili di vita scorretti: da una parte, un’alimentazione scorretta ipercalorica e dall’altra un ridotto dispendio energetico a causa di inattività fisica. L’obesità è quindi una condizione ampiamente prevenibile.

L’obesità rappresenta uno dei principali problemi di salute pubblica a livello mondiale sia perché la sua prevalenza è in costante e preoccupante aumento non solo nei Paesi occidentali ma anche in quelli a basso-medio reddito sia perché è un importante fattore di rischio per varie malattie croniche, quali diabete mellito di tipo 2, malattie cardiovascolari e tumori.

Si stima che il 44% dei casi di diabete tipo 2, il 23% dei casi di cardiopatia ischemica e fino al 41% di alcuni tumori sono attribuibili all’obesità/sovrappeso. In totale, sovrappeso e obesità rappresentano il quinto più importante fattore di rischio per mortalità globale e i decessi attribuibili all’obesità sono almeno 2,8 milioni/anno nel mondo.

Secondo dati dell’OMS, la prevalenza dell’obesità a livello globale è raddoppiata dal 1980 ad oggi; nel 2008 si contavano oltre 1,4 miliardi di adulti in sovrappeso (il 35% della popolazione mondiale); di questi oltre 200 milioni di uomini e oltre 300 milioni di donne erano obesi (l’11% della popolazione mondiale). Nel frattempo, il problema ha ormai iniziato ad interessare anche le fasce più giovani della popolazione: si stima che nel 2011 ci fossero nel mondo oltre 40 milioni di bambini al di sotto dei 5 anni in sovrappeso.

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In Italia, il sistema di monitoraggio del Centro nazionale di prevenzione e controllo delle malattie (Ccm) del Ministero della Salute (raccolta dati antropometrici e sugli stili di vita, dei bambini delle terza classe primaria 8-9 anni di età ,) ha riportato che il 22,9% dei bambini in questa fascia di età è in sovrappeso e l’11,1% in condizioni di obesità.

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Il un costo sociale annuo della spesa pubblica in cure mediche soprattutto per malattie cardiovascolari e diabete è pari a 8,3 miliardi, circa al 6,7% della spesa annua sanitaria, (negli Usa il costo dell’obesità per lo Stato tocca il 9% della spesa medica complessiva, 147 miliardi di dollari).  Un prezzo che senza qualche intervento (o qualche tassa) non potrà che peggiorare: nel 2025 è previsto un tasso di obesità negli adulti che arriverà al 43%.

I dati sopra analizzati e la consapevolezza delle conseguenze, per fortuna, stanno cambiando lo stile di vita ed alimentazione di molti italiani, sempre più attenti a quello che mangiano: dal 2000 ad oggi il valore dell’offerta del biologico venduto nei punti vendita della Gdo è quadruplicato. Il fatturato è raddoppiato in 7 anni.

Agli italiani nelle ultime rilevazioni, piace mangiare in modo sano e naturale: il benessere fisico è un ingrediente sempre importante sulle nostre tavole. L’equazione “mangiare bene-stare bene” è andata progressivamente identificandosi nel consumo di prodotti biologici, che tengono fede al principio cardine del rispetto dell’ambiente nei processi di produzione.

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L’alimentazione biologica ha raggiunto negli ultimi anni una dimensione ragguardevole: forte di una crescita che da sei anni è prossima alle due cifre, il giro d’affari nel 2014 potrebbe superare i 700 milioni di euro nei soli punti vendita della Gdo, un valore di oltre 5 volte superiore rispetto

agli anni 2000 (la sua incidenza sul fatturato ha così superato il 2% del totale).

Indicazioni dello stesso tenore si colgono anche dall’andamento delle vendite degli integratori alimentari, ovvero di quei prodotti destinati a favorire l’assunzione di vitamine, sali minerali e proteine non presenti in una dieta scorretta. Grazie anche all’adeguamento ed alla specializzazione

dell’offerta sugli scaffali della distribuzione commerciale, il fatturato del comparto si è attestato a 140 milioni di euro, con un incremento di oltre il 6% rispetto al 2013.

Si stanno diffondendo le scelte vegetariane e vegane, crescono le intolleranze alimentari e l’attenzione alla digeribilità dei cibi: le vendite di prodotti senza glutine e alternativi al grano crescono del 18%.

È boom di vegetariani e vegani: gli italiani che non mangiano carne e pesce sono il 6,5% della popolazione (dati Eurispes), mentre coloro che escludono totalmente dalla propria dieta l’uso di prodotti animali e dei loro derivati sono lo 0,6%. Nel complesso oltre il 7% della popolazione.

Di diversa matrice le ragioni che stanno alla base di questa nuova tendenza dell’alimentazione: quasi un terzo (31%) dei vegetariani ha scelto questo regime alimentare per un senso di rispetto nei confronti degli animali, un quarto (24%) per le proprietà salutistiche e dietetiche, un altro 9% per limitare i danni all’ambiente delle attività di allevamento.

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Contemporaneamente, sono in forte aumento gli italiani affetti da disturbi dell’alimentazione: secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, circa l’8% dei bambini e il 2% della popolazione adulta soffre di reazioni avverse ad uno o più cibi. I numeri delle intolleranze stanno crescendo

sensibilmente: oggi 7 italiani su 10 non digeriscono il lattosio, mentre un italiano su cento soffre di celiachia.

I dati sulla vendite presso i punti vendita della Gdo confermano il trend in atto: il giro d’affari annuo dei prodotti senza glutine e di quelli a base di cereali alternativi al frumento (soia, kamut, farro, ecc.) vale poco meno di 250 milioni di euro all’anno, con incremento dei volumi negli ultimi

dodici mesi pari al 18%.

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