EVASIONE FISCALE. NUMERI E ASPETTI DEL PROBLEMA IN ITALIA

EVASIONE FISCALE. I DIVERSI ASPETTI DI UN GRAVE PROBLEMA

Per evasione fiscale, in ambito Scienze delle Finanze si intendono tutte quelle pratiche che violano le norme e i regolamenti vigenti, condotte dal contribuente (persona fisica o giuridica), per ridurre o addirittura eliminare il prelievo fiscale da parte dello Stato. I metodi più comuni per evadere il Fisco sono connessi alla vendita di beni o prestazione di servizi al cittadino senza emissione di fattura o scontrino fiscale o, ancora, attraverso dichiarazione dei redditi mendaci in modo da non versare quanto realmente dovuto. L’evasione fiscale riguarda essenzialmente l’IVA, seguita dall’IRAP e dall’IRPEF.  Tenendo conto di quanto sopra, l’Istituto Nazionale di Statistica incorpora nelle stime del PIL anche la stima del valore aggiunto e dell’occupazione attribuibili alla parte di economia non osservata costituita dal sommerso economico.

L’evasione comporta effetti economici negativi molto rilevanti, sotto diversi e importanti profili: determina effetti distorsivi sull’allocazione delle risorse e interferisce con il normale funzionamento del mercato; altera l’equità e la progressività del sistema tributario; infine, è sinergica alla corruzione e alla criminalità economico/organizzata. In primo luogo, l’evasione fiscale costituisce un serio ostacolo alla realizzazione di un mercato pienamente concorrenziale. L’impresa che evade le imposte, infatti, riesce ad offrire i propri beni o servizi ad un prezzo più basso rispetto a quello praticato dagli operatori onesti, conquistando quote di mercato. Il mancato gettito per lo Stato si traduce poi in un inasprimento della pressione tributaria per le aziende in regola, con conseguenti, ulteriori effetti distorsivi.

In secondo luogo, comportando un aumento del livello della pressione fiscale per i contribuenti che adempiono correttamente ai propri doveri fiscali, l’evasione genera iniquità sociale, mina i principi di solidarietà e legalità sui quali si fonda il “patto” tra lo Stato e i cittadini. Chi non dichiara quanto dovuto non soltanto ottiene per sé un vantaggio immediato, in termini di maggiori disponibilità finanziarie, ma trae vantaggio dall’onestà altrui, beneficia dei servizi pubblici finanziati dai contribuenti che ottemperano ai propri doveri tributari e può ottenere l’accesso ad agevolazioni e a servizi sociali originariamente previsti per i meno abbienti, negandone la fruizione agli effettivi destinatari. In terzo luogo, l’evasione fiscale è strettamente connessa alla corruzione e alle attività della criminalità economico/organizzata. Come affermato dal Segretario generale dell’ONU, la corruzione “costituisce una minaccia allo sviluppo, alla democrazia e alla stabilità, distorce i mercati, frena la crescita economica, scoraggia gli investimenti esteri, erode il servizio pubblico e la fiducia nei funzionari pubblici” .

Da molti anni, anche per questi motivi, l’evasione fiscale è diventato un obiettivo costante delle politiche dei Governi che si sono succeduti. Varie stime identificano l’ammontare dell’evasione intorno ai 180 miliardi di euro l’anno (fonte Corte dei Conti da dati OCSE) e le analisi riportano un fenomeno dalle connotazioni “trasversali” tra i vari settori dell’economia e del territorio. La nostra analisi vuole identificare i punti salienti della questione e le prospettive di intervento per la sua riduzione.

Se  prendiamo i dati ISTAT, se ne ricava che l’economia sommersa varrebbe circa il 17% del PIL (18,1% se si sottraggono al Pil i Redditi soggetti a ritenuta alla fonte). La cosa che lascia perplessi è che la cifra risulta piú o meno invariata dal 1985,quando la pressione fiscale era pari al 33,6% del PIL, a oggi, quando la pressione fiscale è al 43,5% del PIL (dati ufficiali), andando ad inficiare quindi ogni teoria derivante dalla scienza delle finanze, compresa la celebre Curva di Laffer (http://spazioeconomianews.blogspot.it/2015/05/la-curva-di-laffer-e-la-sua.html), poiché la propensione all’evasione e all’elusione fiscale in Italia sembrerebbe una variabile indipendente dalla progressione delle aliquote impositive medie. Possibile?

Sí, poiché la stima del sommerso è calcolata in maniera empirica, senz’alcuna rilevazione sottostante, e fu introdotta dall’ISTAT nel 1985 anche per migliorare la composizione del PIL italiano e permettere al Paese d’entrare nel novero del G7.

Analizzando alcune cifre (queste sì) ufficiali, possiamo ragionare a fondo su questa stima ed i suoi corollari.

Il PIL italiano, nel 2014, è stato di circa 1542 miliardi di euro, con una pressione fiscale indicata al 43,5% (dato Istat), come già ricordato. Questo significa che l’erario ha incassato 671 miliardi di euro circa. Il problema è che questi introiti non andrebbero considerati in rapporto all’intera stima del PIL, bensí solo all’83% di esso, una volta depurato il dato ufficiale dalla stima del valore dell’economia sommersa. La pressione fiscale sui contribuenti, quindi, è oltre il 52,5% che si deve assumere come valore reale del prelievo dai cittadini. Stante questi dati, se il tasso d’evasione fiscale equivalesse a zero, l’erario incasserebbe, a parità di PIL,  810 miliardi di euro, con un incremento di 139 miliardi di euro, equivalenti a oltre un 20% d’introiti supplementari.

Finora  tutto sembrerebbe avvalorare la tesi dei sostenitori della lotta dura all’evasione fiscale, forti del motto “Pagare tutti per pagare meno”. Infatti, 140 miliardi in piú permetterebbero di tagliare le imposte, ovvero di diminuire lo stock di debito pubblico di circa il 6%, con un vantaggio sui conti pubblici non indifferente, nonché d’innescare un circolo virtuoso d’abbattimento del debito che porterebbe in appena 10 anni a raggiungere il vincolo, imposto dal Patto di Stabilità, del 60% di rapporto debito/PIL. Ma questo è un argomento che bisognerebbe approfondire nell’ottica dei comportamenti tenuti dai nostri Governanti negli ultimi anni, caratterizzati piuttosto dall’equazione “spendi e tassa” piuttosto che la più corretta “spendi ciò che hai”.

In ogni caso, possiamo pensare che quel 17% esista veramente?

Questo è il presupposto fondante di tutto il ragionamento. Siamo sicuri che uno Stato che intermedia piú della metà della ricchezza d’un Paese possa avere un’economia sommersa cosí rilevante?

Essendo quello del “nero” un fenomeno sotto gli occhi di tutti,  è indubbiamente improbabile che un sistema come quello italiano, dove le imposte sui redditi valgono appena il 13% del PIL circa, cioè meno d’un terzo del gettito fiscale globale, possa avere un danno cosí ingente dalle cifre eluse o nascoste al fisco. Vista la composizione del gettito,  poiché due terzi degli introiti verrebbero da imposte sui consumi, imposte di bollo, accise ed altri balzelli. L’evasione avrebbe effetto esclusivamente su imposte sul reddito e gettito IVA non sul resto. Iltesoretto, quindi, risulterebbe decisamente piú limitato: probabilmente nell’ordine dei 50 miliardi d’euro, quasi un terzo della cifra calcolata in precedenza.

Ma come si  arriva ai dati sull’evasione pubblicati da Istat e Ministero delle Finanze? E su quali elementi si basano gli accertamenti degli Investigatori del Fisco?

Vengono seguiti 50 indicatori statistici di tipo economico, sociale, finanziario, demografico ed il loro andamento dal 2001 a oggi. Incrociandoli tra di loro per ognuna delle 107 province italiane e  compattandoli su otto dimensioni: bacino di contribuenti, attitudine a pagare le tasse, condizione sociale, struttura produttiva, tenore di vita, dotazioni tecnologiche, caratteristiche orografiche del territorio, si arriva al Dbgeo, DataBaseGeomarket, la  banca dati messa a punto da poco dall’Agenzia delle Entrate e che viene usata per meglio orientare i controlli antievasione e per meglio distribuire sul territorio il servizio della stessa Agenzia ai cittadini.

Utilizzando Dbgeo  si possono scoprire molte cose, partendo dal generale e arrivando fino al particolare, al dettaglio provinciale e perfino cittadino. Per esempio: a livello nazionale, il Tax gap, cioè il rapporto tra imposta versata e imposta dovuta sulla base del reddito presunto (ricavabile dai dati Istat), è pari al 38,41%. Ma questo dato si può articolare sul territorio e scoprire che la propensione a evadere varia molto.
Per ora l’Agenzia ha fatto una prima aggregazione in otto gruppi omogenei e su questa base ha costruito una mappa dell’Italia a colori e una tabella di sintesi.

 Osservando i risultati, si scopre così che si va da un tasso di evasione minima, pari in media al 10,93%, per il gruppo che comprende le province dei grandi centri produttivi – Milano, Torino, Genova, Roma, Lecco, Cremona, Brescia – a uno massimo del 65,67% nel gruppo che contiene le province “difficili” di Caserta e Salerno in Campania, di Cosenza e Reggio in Calabria e di Messina in Sicilia.

In quest’ultimo gruppo, quindi, caratterizzato anche da alti tassi di criminalità organizzata, disagio sociale, truffe e altre frodi (6.726 per milione di abitanti, contro una media nazionale di 4.625), mediamente ogni 100 euro d’imposta versata se ne evadono quasi 66. Appena sotto, troviamo, con un tasso d’evasione del 64,47%, l’area che comprende tutte le altre province del Sud (incluse Nuoro, Oristano e Ogliastra in Sardegna), ad eccezione di Bari, Napoli, Catania e Palermo, dove il Tax gap è mediamente inferiore (38,19%).

Tra i «virtuosi», con un tasso d’evasione del 20,31%, troviamo molte province del Nord-Est e dell’Emilia Romagna e le province di Cuneo e di Firenze. I tecnici dell’Agenzia delle Entrate  sottolineano che si tratta di prime aggregazioni e che andando più in dettaglio la realtà è ancora più a macchia di leopardo. Ma alcune correlazioni sono già evidenti.

Dove il tenore di vita è basso e minore è la presenza dello Stato la compliance fiscale, cioè l’attitudine a pagare le tasse, è inferiore. Questo spiega anche perché nelle aree ad alta evasione fanno eccezione le grandi città con una struttura produttiva più solida, tipo Napoli o Palermo, che presentano dati migliori di Tax gap rispetto al territorio circostante.

Una sintesi per macroaree di quanto sopra si può fare verificando che il Nord Italia vede il sommerso con un peso inferiore addirittura alla media europea, con la Lombardia perfettamente in linea con nazioni maggiori, come la Francia e la Germania. Nel mezzogiorno d’Italia il sommerso pesa circa il doppio della media europea rispetto al PIL; considerando che la componente del PIL legata al “Pubblico” e’ nel Mezzogiorno significativa, e’ facile comprendere che nell’economia “privata” il sommerso e’ di dimensione realmente considerevole.

Un’altra considerazione che gli specialisti dell’Agenzia ci tengono a fare è che una cosa è il tasso di evasione presunta e una cosa diversa sono i valori assoluti dell’evasione. Questi ultimi, infatti, si concentrano nelle zone più ricche del Paese. E quindi anche se qui il tasso di infedeltà fiscale è basso, le somme che non vengono versate nelle casse dell’erario sono molto elevate, mentre nelle zone povere, anche se l’evasione è alta, si può recuperare meno. Tutte informazioni e considerazioni consentite dal nuovo database, che contribuiranno a orientare le scelte strategiche dell’Agenzia.

Analizzando infine le fasce di reddito, l’Italia, con i suoi 60milioni circa di abitanti, ha l’1% della popolazione mondiale, ma realizza il 3% del prodotto interno lordo globale e detiene il 5,7% della ricchezza del pianeta.

Eppure, stando alle dichiarazioni fiscali, i nostri connazionali non appaiono affatto così ricchi: su 41.320.548 contribuenti  solo lo 0,1% – ossia uno ogni mille – denuncia più di 300mila euro. Il 62,89% sta sotto i 26mila euro, e il 27% grazie a deduzioni e detrazioni non paga nulla. Così, in Italia, il rapporto tra ricchezza e reddito dichiarato è 1 a 8. Tanto per intendersi, negli Stati Uniti, prima economia mondiale, il rapporto è 5,3. Dunque gli americani avrebbero a disposizione un reddito minore: c’è qualcosa che, evidentemente, non torna.

Eppure la guerra al nero non è senza quartiere: su 5 milioni di contribuenti sospetti, i controlli sono stati più di 200mila. Inoltre, chi viene “pizzicato” ad evadere, trova in una giustizia-lumaca il suo migliore alleato: per il primo grado di giudizio occorrono 903 giorni. Inoltre, solo l’1,7% di chi viene denunciato per reati tributari viene poi arrestato.

        

Dalle tabelle allegate si può verificare come i risultati dell’imponente apparato di controllo ed ispezione fiscale italiano, porti ad incassi pari a 13,1 mld. di euro nel 2013 e 14,2 mld. nel 2014, assimilabili a circa il 10% della somma (stimata) di evasione fiscale annua.

La maggior parte del sommerso, secondo le statistiche citate, arriva dai lavoratori autonomi, tra i quali il tasso di evasione è pari al 56,3 per cento. Per lavoratori dipendenti e pensionati evadere è pressoché impossibile: le tasse vengono prelevate direttamente in busta e dunque non riescono a frodare il Fisco (e infatti l’82% del gettito complessivo arriva proprio da loro). Infine una cifra piuttosto significativa, che dimostra l’alto livello di tolleranza della politica nei confronti di chi cerca di dribblare le regole imposte dall’Erario: in 34 anni, tra il 1970 e il 2004, sono stati approvati 32 condoni di vario genere.

A volte giustificati da esigenze di cassa (alcuni provvedimenti hanno generato incassi altissimi), altre dalla volontà di sfoltire l’arretrato delle varie Commissioni Tributarie o Tribunali italiani.

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