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DONNE E PROFESSIONI. Le quote rosa nel Lavoro

DONNE E PROFESSIONI. LAVORARE ALLA PARI
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Le donne rappresentano oltre il 50% della popolazione europea, ma molte meno avviano una propria impresa.
La Commissione Europea ha da poco pubblicato uno studio riguardante dati statistici sulle donne imprenditrici in Europa: le imprenditrici rappresentano il 29% del totale degli imprenditori (11,6 milioni) in Europa (UE-28 + Albania,  Repubblica Jugoslava di Macedonia, Islanda, Israele, Liechtenstein, Montenegro, Norvegia, Serbia, Turchia). Dal 2008 c’è stato un lieve incremento del 3% delle donne imprenditrici nell’UE.
In Europa le donne costituiscono la maggioranza delle imprese senza dipendenti (78%). Le aree di business che le donne preferiscono sono le attività sanitarie e di assistenza sociale, servizi e formazione, commerciale e agricolo, ma di rilievo è anche la presenza nel settore manifatturiero, nell’informatica e nei servizi alle persone.
In Italia, il numero delle giovani imprenditrici ha superato quello delle richieste di assunzioni indirizzate a donne under 30. Pari a 15.800, di cui 5.170 a tempo indeterminato e 10.630 a tempo determinato, contro le circa 18.000 nuove aziende rosa iscritte nel corso del 2014. 
 La regione leader di questo dato risulta essere la Lombardia, seguita dalla Campania e dal Piemonte. Fanalini di coda di questa classifica risultano essere la Basilicata, l’Abruzzo e il Molise.
Una fascia di popolazione, quella in particolare delle donne al di sotto dei 35 anni, che nonostante tutto include ancora oltre due milioni di Neet: ragazze e donne senza lavoro che né studiano né seguono corsi di formazione. Oltre questa età e fino ai 64 anni sono quasi un milione le donne “inattive”, che si dicono in generale scoraggiate e non tentano nemmeno più di cercare un’occupazione. La vocazione imprenditoriale delle donne italiane necessita però ancora di un’ulteriore spinta motivazionale e maggiore informazione sulle possibilità a disposizione, considerando il fatto che 7,5 milioni di donne sono casalinghe a fronte di 9,3 milioni di occupate. Una percentuale che sfiora il 45% e pertanto considerevole e potenzialmente produttiva.
I dati complessivi ci dicono che le donne d’impresa raggiungono la quota 1.295.942; così dice l’Osservatorio per l’imprenditoria femminile di Unioncamere e InfoCamere, sulla base dei dati del I trimestre 2015.
 Se, in media, più di una imprese su cinque è femminile, in alcuni ambiti e regioni il peso sale vertiginosamente. I casi più significativi, in rigoroso ordine di incidenza del tasso di femminilizzazione (che esprime la percentuale di imprese femminili sul totale delle imprese) si incontrano: le altre attività di servizi per la persona, dove le imprenditrici rappresentano il 58,63% del tessuto imprenditoriale del settore, l’assistenza sociale non residenziale (56,88%), la confezione di articoli di abbigliamento (42,59%), i servizi di assistenza sociale residenziale (40,06%) e le agenzie di viaggio (37,42%).
Se poi si guarda all’apporto delle donne all’interno del mondo artigiano, nel quale le 214.815 imprese artigiane a guida femminile rappresentano quasi il 16% del totale imprese artigiane esistenti al 31 marzo 2015, la mappa dell’impresa femminile un po’ si modifica, accentuando l’apporto, in diversi casi davvero sostanziale, ad alcuni dei settori di punta del made in Italy. In questi ambiti, l’imprenditoria femminile nel 2015 si ricongiunge con le tradizioni radicate nei territori, le tecniche tramandate di generazione in generazione e quella creatività ed eleganza  si colora fortemente di rosa. Infatti, l’incidenza dell’imprenditoria artigiana femminile, oltre ad essere determinante nelle altre attività dei servizi alla persona (64,17%), nelle attività creative, artistiche e di intrattenimento (50,46%), nei servizi di informazione (45,97%), diventa addirittura maggioritaria nella confezione di articoli di abbigliamento (55,94%), e assume un notevole peso specifico nel tessile (dove la componente femminile incide sul totale degli artigiani per il 42,30%), con punte del 50% di imprenditrici impegnate nell’arte del finissaggio dei tessuti, del 47% nel confezionamento di articoli di biancheria per la casa, del 57% nella fabbricazione di altri materiali tessili (quali nastri e passamanerie) e del 42,3% nella realizzazione di tulle, pizzi e ricami. Importante, inoltre, l’apporto femminile all’artigianato legato alla fabbricazione di bigiotteria (52,89%), alle lavorazioni in ceramica e porcellana (42,41%) alla fabbricazione di articoli in pelle (31,09%) ed all’alimentare (25,32%).  Analizzando solamente le nuove domande di apertura, il commercio (39,1%) e il turismo, tra alloggio e ristorazione (12,7%) superano la metà delle scelte imprenditoriali della categoria. 
Al fine di agevolare la creazione di imprese da parte di donne, sono state implementate, negli ultimi anni, diverse iniziative destinate la finanziamento agevolato delle stesse, da parte dei vari Enti che governano il settore in Europa e nel nostro Paese.
Si tratta di finanziamenti comunitari, statali e regionali, predisposti ciclicamente per conseguire progetti di sviluppo delle imprese. Questi si possono ottenere in conto capitale ovvero a fondo perduto, oppure in conto interessi.
La contribuzione all’integrazione delle donne nel mondo dell’economia e nel processo decisionale è l’obiettivo del progetto europeo proposto da Eurochambres, l’Associazione dei sistemi camerali di 41 paesi europei, approvato recentemente dalla Commissione europea. Eurochambres Women Network, si propone tre finalità: contribuire al raggiungimento degli obiettivi di crescita economica europea promuovendo la diffusione dell’imprenditorialità femminile e la presenza delle donne nel mondo del lavoro; sostenere il principio delle pari opportunità; individuare e realizzare forme di valorizzazione e di sostegno adeguati alle specifiche necessità delle imprenditrici.
A livello nazionale (ma ora di competenza regionale) è invece da tempo operativa la legge 215, che concede fondi per la formazione imprenditoriale, la qualificazione/riqualificazione professionale femminile e per la costituzione di nuove società composte in maggioranza da donne. Le agevolazioni finanziarie possono essere concesse sotto forma di contributi a fondo perduto e finanziamento a tasso agevolato per gli investimenti e di credito di imposta equivalente al contributo a fondo perso.
Confcommercio ha reso noto l’avvio di nuove agevolazioni riservate al settore dell’imprenditoria femminile. I nuovi strumenti di accesso al credito agevolato, finalizzati allo sviluppo e la crescita delle imprese femminili, sono frutto dell’accordo sottoscritto dal Dipartimento Pari Opportunità, dal Ministero per lo Sviluppo Economico, dall’ABI e dalle principali Associazioni di categoria, tra cui la stessa Confcommercio.
Il Protocollo d’intesa prevede, nel dettaglio, che vengano riservati alle imprese femminili, start-up, 10 milioni di euro dei 20 milioni riservati alle PMI dal Fondo di Garanzia per le PMI, permettendo così di raggiungere un plafond di finanziamento pari a circa 300 milioni di euro..
Ricordiamo che al Fondo di Garanzia per le PMI, recentemente aperto anche a nuovi intermediari diversi dagli istituti di credito ed i Confidi come assicurazioni e fondi di credito, possono fare accesso sia le piccole e medie imprese che i professionisti. Il credito alle PMI e ai professionisti viene concesso grazie alla garanzia fino all’80% di qualsiasi operazione finanziaria finalizzata all’attività di impresa, fino a un massimo di 2,5 milioni per singola azienda.
Parlando di donne e professioni, non possiamo ora dimenticare di analizzare la parte del loro universo professionale relativa alle Grandi Aziende ed alla partecipazione femminile nei board delle stesse o in posizioni apicali.
Il numero delle donne nella “stanza dei bottoni” aumenta, pur essendo ancora lontano dalla parità con gli uomini. Ma il sistema delle quote stabilite per legge nei consigli di amministrazione sembra funzionare, facendo crescere maggiormente la presenza del sesso femminile nei paesi in cui tale sistema viene applicato. Un sondaggio effettuato dalla Catalyst, una società di analisi di mercato senza fini di lucro, indica che la proporzione di donne nei cda delle maggiori aziende quotate in Borsa varia dal 35,5 per cento in Norvegia al 3,1 per cento in Giappone. Lo studio, che ha esaminato 1.500 società in venti paesi, rilevando che dove le quote esistono si vede un maggiore equilibrio tra i sessi. E confermando che il numero delle donne al vertice delle aziende cresce progressivamente man mano che cresce il numero delle donne nei consigli di amministrazione.
In Francia, dove sono state introdotte le quote, il 29,7 per cento dei posti nei cda delle 40 più grandi aziende quotate alla borsa di Parigi sono occupati da donne. In Gran Bretagna, dove c’è la minaccia di imporre quote se un quarto dei posti nei cda non andranno alle donne entro la fine del 2015, il 22,8 per cento è già stato raggiunto per cui manca poco all’obiettivo prefissato. In Germania sono donne il 18,5 per cento delle posizioni nei consigli di amministrazione della maggiori società. Negli Stati Uniti la percentuale è del 19,2 per cento; in Canada del 20,8; globalmente, in Europa, nei quattordici paesi considerati dalla ricerca (tra i quali non figura l’Italia), si va dal 35 per cento di donne nei cda in Norvegia al 18 per cento della Spagna, al 10 per cento dell’Irlanda e al 7 per cento del Portogallo; mentre in Asia c’è Hong Kong al 10, l’India al 9 e il Giappone, fanalino di coda, appunto al 3 per cento.
In Italia solo il 15% dei membri che siedono in un Consiglio di Amministrazione è donna: il dato, sostanzialmente stabile negli ultimi tre anni, emerge da un’analisi elaborata dall’Ufficio Studi di Grant Thornton  su 13.133 aziende italiane con fatturato compreso tra 30 e 500 milioni di Euro. 
Esaminando la ripartizione geografica emerge che il 61% delle donne che sono membri di Consigli di Amministrazione è nel nord Italia, il 34% al centro e solo il 5% al sud.
Analizzando la distribuzione per dimensione di fatturato,  le donne sono presenti in modo particolare nei Consigli di Amministrazione di Aziende con un fatturato compreso tra 30-100 milioni (che rappresentano circa il 69%): la presenza di quote rosa va mano a mano diminuendo con l’aumentare del fatturato delle aziende. A livello di incarichi le donne a presiedere i Consigli di Amministrazione in qualità di Presidenti rappresentano il 6,6% ( sostanzialmente stabili rispetto al 2014) ed il 13,8% ricoprono la carica di Amministratore Delegato, dato in aumento rispetto agli anni precedenti.
Nell’ambito della Comunità europea, la parità di genere, ha trovato espressione in una proposta di Direttiva sugli amministratori senza incarichi esecutivi delle società quotate: entro il 2020, il 40 per cento dovrà essere costituito da esponenti del sesso  meno rappresentato, cui va attribuita priorità rispetto a candidati del sesso opposto.
Un criterio di diversificazione negli organi di gestione di enti creditizi e imprese di investimento, per “età, sesso, provenienza geografica e percorso formativo e professionale”, è inoltre presente nelle direttive 2013/36/UE  e  2014/65/UE, in materia di mercati degli strumenti finanziari (la cosiddetta Mifid 2) e mira a contrastare il “fenomeno della mentalità di gruppo”, attraverso la rappresentazione di “una varietà di punti di vista e di esperienze”.
Mentre la parità di genere viene perseguita mediante l’automatismo connesso a quote percentuali predefinite, la valorizzazione delle diversità, tra cui quella di genere, si fonda sulla trasparente valutazione comparativa di profili eterogenei, svolta in base alle specificità aziendali.
Nell’ordinamento italiano, il legame tra politiche di diversità e obblighi di trasparenza è previsto nelle Disposizioni di vigilanza per le banche (circolare n. 285/2013), recentemente aggiornate in attuazione della direttiva 2013/36/UE; inoltre, era contenuto nelle raccomandazioni del Codice di autodisciplina redatto dal comitato per la corporate governance promosso da Borsa italiana.
L’obiettivo della parità di genere viene ispirato non solo a istanze di equità e uguaglianza, ma soprattutto di efficienza aziendale. La valorizzazione delle diversità in maniera motivata, infatti, può contribuire a rimuovere in modo sostanziale – e non quale mero effetto formale di un automatismo percentuale – gli ostacoli culturali che si frappongono al riconoscimento di una parità effettiva. Gli obblighi di trasparenza previsti non paiono, peraltro, meno efficaci rispetto alla vincolatività delle quote: il sindacato pubblico, incidendo sull’organizzazione funzionale delle imprese, rappresenta per queste ultime un forte stimolo a operare le scelte più corrette.
Lo sviluppo di questo mondo e la consapevolezza dei vantaggi portati dalla presenza di personalità di genere diverso, ha aumentato la sensibilità pubblica verso questa tematica e non è un caso quindi che si sono moltiplicati stage di formazione imprenditoriale e/o manageriale e premi per le piccole e medie imprese rivolte ad una parificazione dei sessi. Si possono fare tantissimi esempi, da Nord a Sud Italia, passando per la Capitale Roma. Questi premi spesso sono soldi in denaro destinati alle migliori idee e prospetti sulla piccola e media impresa. Un modo quindi di stimolare questo mercato, spesso bloccato dalle troppe tasse o dall’impossibilità di dar vita a un proprio progetto per mancanza di liquidità. Un sostegno a questo mondo dell’imprenditoria e delle professioni è necessario per far emergere personalità eccelse che non sono solo maschili.
Cfr. http://spazioeconomianews.blogspot.it/2015/06/spaziodonna-con-vitalba-azzollini.html
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