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SPAZIODONNA con Vitalba AZZOLLINI

QUOTE DI VITTIMISMO ROSA
(pubblicato su Strade)
La pretesa delle cosiddette quote rosa, tornata alla ribalta in occasione della proposta di riforma della legge elettorale, nonché di alcune lettere pubblicate di recente (123), è espressione di vittimismo, checché se ne dica. Chi si reputi un combattente non reclama un esito predeterminato o una sorta di vittoria a tavolino nella competizione cui prenda parte: a meno di non ritenersi oggetto di una qualche ingiustizia, cioè vittima appunto. Le quote rappresentano, in fondo, la richiesta di esplicito riconoscimento di un’iniqua considerazione, quindi di una disparità di trattamento, rispetto agli esponenti dell’altro sesso. Tuttavia, laddove questo fosse vero e alle donne non venisse concesso di raggiungere posizioni di interesse a causa del genere di appartenenza, esse potrebbero servirsi degli strumenti già previsti dall’ordinamento per far valere le proprie ragioni, denunciando le effettive discriminazioni. Se davvero esse ritenessero che incarichi e ruoli importanti fossero indebitamente attribuiti a uomini meno titolati di loro a occuparli, ricorrerebbero nelle sedi opportune perché ciò venisse accertato in concreto.
Fino a quando le donne si limiteranno a chiedere quote che consentano loro scorciatoie e corsie preferenziali, dal marchio del vittimismo non potranno affrancarsi, ancorché sostengano l’opposto. Nel frattempo, a essere discriminati saranno soltanto coloro i quali, se pur più bravi, vedranno prescelti altri soggetti, solo perché appartenenti al genere sottorappresentato e non necessariamente in quanto meritevoli di un apprezzamento più elevato. Successivamente, toccherà a coloro le quali, vittoriose oggi per essere approdate ai posti che contano grazie alle quote, verranno poi considerate delle privilegiate rispetto a chi ha dovuto lottare per farsi valere.
Se ricerche svolte al riguardo dimostrano che le donne in gran parte compiono studi che non consentono loro di sfondare i soffitti di cristallo tanto ambiti (fonte Almalaurea), le differenze ancora esistenti evidentemente hanno un qualche fondamento. Se la scarsa predisposizione femminile verso materie scientifiche viene accertata anche per le più giovani (dati OCSE-PISA) o se la propensione delle donne al rischio non è troppo elevata (fonte CNEL), forse si spiega perché in certi ruoli i maschi siano la maggioranza. Si sta, tuttavia, assistendo a un progressivo e naturale cambiamento: negli ultimi anni, le donne sembrano osare in maniera più decisa l’approccio a studi che permettono loro una preparazione più adeguata al raggiungimento di posizioni apicali, superando anche le resistenze attitudinali a materie poco congeniali, ma necessarie ad acquisire competenze essenziali. Occorrerà, comunque, del tempo perché apprezzabili risultati possano essere prodotti da scelte funzionalmente mirate a obiettivi più ambiziosi.
Nel frattempo, mentre le differenze esistenti vengono gradatamente e spontaneamente appianate da un’evoluzione femminile finalizzata a perseguire le strategie più adeguate in relazione al risultato voluto, come sopra si è visto, le donne impegnate a vivere in modo pieno in tutti gli ambiti della propria esistenza non si sentono vittime, non ne hanno motivo. Preferiscono impiegare il proprio tempo in modo più proficuo perché uguali basi di partenza consentano che venga premiata la meritevolezza espressa, anziché lamentarsi relativamente a presunte disuguaglianze subite affinché un risultato preconfezionato sia loro attribuito senza sforzo competitivo. Le donne che non valutano come una “deminutio” il genere di appartenenza non sono use a discorsi ipocriti o di convenienza o, comunque, volti a evidenziare costantemente qualche ipotetica ingiustizia. Semplicemente, per loro conta che non sia preclusa alcuna scelta di vita, riguardo a studi, professioni e molto altro: sono, quindi, abituate a misurarsi, con se stesse prima di tutto, per mettere a frutto le risorse meglio sperimentate, per cogliere le opportunità più convenienti, per raggiungere gli obiettivi prefissati.
Di certo, qualunque sia il sesso considerato, un’educazione adeguata, oltre a elementi sociali e culturali di contorno, fanno la differenza: ma detta differenza da chiunque, uomo o donna indistintamente, può essere attualmente comunque superata, come dalle statistiche risulta (fonte Istat, 2013). La disponibilità dell’informazione è oggi il valore che elimina le diseguaglianze e consente la parità effettiva tra chi abbia curiosità, spirito critico e soprattutto una forte istanza ad andare oltre i luoghi comuni tradizionalmente spacciati per verità rivelate, in materia di parità di genere prima di tutto. È la conoscenza che permette a donne e uomini, indistintamente, di uscire dal buio dell’ignoranza; di emanciparsi da ruoli sociali predefiniti e destinati a perpetuarsi nel tempo, sempre uguali a se stessi; di acquistare consapevolezza delle proprie capacità e di sfruttarle al meglio. Nessun alibi può, quindi, essere al momento tollerato: chiunque può migliorare la propria situazione di partenza e affrancarsi da una condizione in cui non si riconosce, crisi economica permettendo. Ma almeno intellettivamente ciò gli è, comunque, concesso. Niente è gratuito, tutto va conquistato, di questi tempi soprattutto. Chi vale e sa farsi valere, a qualunque genere appartenente, oggi dispone degli strumenti cognitivi per costruire il percorso mediante il quale cercare di ottenere quanto costituisce oggetto delle proprie istanze, sempre se commisurato adeguatamente alle proprie personali risorse.
Se, dunque, l’eguaglianza tra i sessi è stata normativamente raggiunta da tempo, sì che nessuna discriminazione è consentita dall’ordinamento nazionale; se a chiunque è permesso il perseguimento di un qualsivoglia legittimo obiettivo a prescindere dal proprio sesso; se l’affrancamento da “status” antropologici e da stereotipi sociali e culturali può essere ottenuto da uomini e donne senza differenza, ci si chiede dunque quale sia il senso di continuare a invocare ovunque quote rosa. Più che strumenti aventi concreta rilevanza al fine di pareggiare la basi di partenza riguardo a chi versi in una situazione di svantaggio, esse paiono piuttosto l’ennesimo mezzo che una certa politica non esita a utilizzare pur di raccogliere facili consensi mediante compiacenza malcelata. Paternalisticamente oggetto di accorata difesa, tante donne reputano questa sia la propria personale rivalsa: mediante posizioni rilevanti ottenute senza sforzo e competizione per conquistarle, ma solo perché una qualche legge ha previsto che vi debba essere obbligatoriamente una certa percentuale arbitrariamente definita di poltrone del colore che connota il sesso considerato debole, storicamente.
Chi arrivi a occupare cariche importanti senza che ne siano comprovati meriti atti a dimostrare l’idoneità a ricoprirle, ma solo in funzione del genere di appartenenza, non è detto possegga le capacità di svolgerle nella maniera più adeguata. Ciò è di immediata evidenza, che si sia maschi o femmine non importa: è il valore personale ciò che conta. Sarebbe meglio che l’attenzione del legislatore, così come di chi gli rivolge le proprie istanze perché trovino accoglimento, fosse indirizzata verso quelle misure volte a favorire la conciliazione tra professione e vita privata, al di là del sesso e paritariamente, ancorché alternativamente com’è ovvio. Solo in presenza di presidi adeguati a far fronte alle incombenze che si manifestano nell’arco dell’esistenza, ogni singolo così come ogni nucleo familiare, comunque composto, potrebbe compiere al meglio le proprie scelte. Il supporto di strutture di welfare idonee ad agevolare la realizzazione personale al di là degli oneri familiari garantirebbe a ogni cittadino, a qualunque genere appartenente, di concorrere nel lavoro, nonché ovunque voglia misurarsi, paritariamente rispetto a tutti gli altri. Una competizione è davvero tale quando svolta secondo modalità idonee a far sì che a prevalere siano i migliori, non quelli che per legge si è deciso di privilegiare. Se vengono lamentate diseguaglianze, non è con altre diseguaglianze che le prime potranno essere risolte, pena il venir meno della fondatezza di quanto si lamenta così come della credibilità di chi conduce la battaglia. Se, poi, ai privilegi accordati non viene posto termine alcuno, quanto a limiti temporali o risultati quantitativi connotanti obiettivi ben individuati, è ancora più evidente che qualcosa non torna.
Anche il leitmotiv del “fare squadra”, concetto forzato quanto quello delle quote, ma costantemente ribadito da coloro le quali di queste ultime sono sostenitrici, non appare convincente. Non si comprende, infatti, quale sarebbe il fondamento di un consenso femminile obbligato nei confronti di ogni altra donna indistintamente, nonché avulso da ogni considerazione quanto a qualità e competenza di chi abbia il solo merito accertato dell’appartenenza allo stesso sesso. Continuando a seguire, tra vittimismi e antagonismi, quei medesimi iter (il)logici che stigmatizzano nell’altro sesso e a cui sembravano essere iper-sensibilizzate da anni di rivendicazioni femministe, le donne non rendono un buon servizio a se stesse. Continuano, peraltro, in tal modo a ribadire implicitamente il tradizionale ostinato contrasto al genere opposto, riducendo il dibattito a una lotta, senza troppa coerenza rispetto a quella paritaria ragionata integrazione a parole richiesta. Prevalga il senso critico personale, prima di qualunque paradigma comportamentale: essere uguale a tutte le altre, nonché ai rappresentanti dell’altro sesso, è proprio sicuro sia così (ap)pagante?
Un’ultima considerazione scaturisce, poi, dall’annuncio di un disegno di legge, di cui non si conosce ancora il testo, contenuto in una delle lettere cui all’inizio si faceva cenno: in essa i profili relativi alla leadership femminile, alle offese sessiste e alla conseguente proposta di abolizione dell’anonimato in rete vengono variamente mescolati. Non pare razionalmente fondato l’accostamento fra la richiesta di quote rosa e gli insulti “di genere” di cui le donne sono talora rese oggetto: quasi che posizioni di rilevo assicurate legislativamente possano conferire loro un’autorevolezza altrimenti non riconosciuta, tale dunque da arginare in qualche modo i dileggi cui sono sottoposte, da ultimo in internet soprattutto. La pretesa di percentuali predeterminate di posti “al femminile” si pone così in perfetta coerenza con quella che il web, e in particolate l’universo dei social, venga contenuto entro i binari predefiniti di schedature obbligate: una libertà limitata ne è, comunque, il risultato. Premesso che non è di immediata evidenza la circostanza che insulti sessisti dispongano di una carica svilente maggiore rispetto a quelli per così dire asessuati, non si comprende perché – secondo quanto annunciato il relazione al disegno di legge citato – in conseguenza dei primi la rete debba essere imbrigliata, imponendo che sul web si possa interagire solo esibendo i propri dati anagrafici, foto “segnaletica” inclusa (è davvero una “provocazione” l’averla reclamata, come poi la proponente il testo normativo ha precisato?). Ci si chiede altresì se in questo modo, con la motivazione che competa allo Stato la responsabilizzazione dei singoli individui che del web sono attori, imponendo loro l’esibizione dell’identità personale in occasione di ogni esternazione, non si consenta una sorta di giustizia privata: quasi una gogna volta a punire i presunti criminali sulla pubblica piazza, non solo mediatica peraltro, visto che chiunque potrebbe disporre di ogni elemento connotante chi sul web offenda.
Dalle quote rosa all’attenuazione dello Stato di diritto, questo è il percorso? Chiunque si senta leso da qualunque manifestazione di insulto o violenza realizzata mediante la rete può già avvalersi dei mezzi messi a disposizione dalla legge qualora si verifichino dette fattispecie, sporgendo denuncia laddove ritenga che un proprio diritto sia stato violato. Il vittimismo femminile trovi più utile espressione mediante gli strumenti già previsti dal codice penale, anziché richiedere punizioni esemplari che vanno a ledere inviolabili libertà personali, mettendo a repentaglio i canoni fondanti dell’ordinamento. Oltre a quote percentuali, c’è un limite a tutto il resto.

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