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Per comprendere il presente, la statistica economica è uno strumento utile, forse indispensabile. Come gli anelli di accrescimento di un albero, le serie storiche, ogni anno, si arricchiscono di fantastici avvenimenti da scrutare, studiare e – perché no – raccontare.
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Ci sono storie, scritte in caratteri numerici, la cui bellezza può essere apprezzata solo visualizzandone il contenuto. Pensare che secoli di storia possano lasciare una traccia simile a un disegno sulla sabbia, celando cause e driver della crescita di lungo periodo, è, allo stesso tempo, affascinante e stimolante. Alcuni ne fanno addirittura una ragione di vita.
È il caso dell’economista Angus Maddison, che, dopo una lunga esperienza all’OECD, sin dagli anni ‘60 ha infuso un impegno incredibile nella ricerca nel campo della storia dei conti nazionali. Le sue serie storiche sul prodotto pro-capite, sulla produttività del lavoro e del capitale, sulle ore lavorate, pubblicate nel 1987 in un paper di gran successo sul prestigioso Journal of Economic Literature e in due monografie datate 1982 e 1991, sono una fonte inestimabile per la ricerca sulla crescita economica di lunghissimo periodo, sulle sue cause ultime, sul rapporto fra istituzioni socio-economiche e aumento del benessere.
Dopo la morte di Maddison, nel 2010, un team di ricercatori, prevalentemente dell’Università di Groningen, sostenuti da un comitato scientifico di assoluto valore, ha avuto la meritoria idea di continuare l’opera dell’illustre collega. La base di dati frutto del loro lavoro, disponibile online sul sito del Maddison Project, racconta gran parte della storia economica mondiale, usando le migliori fonti disponibili. Il ricercatore che, guidato dalla curiosità, si accostasse alle serie storiche, non potrebbe non accorgersi subito dell’evidenza più rilevante. È l’impatto della rivoluzione industriale sul livello di produttività del lavoro dell’uomo – e del maggiore benessere conseguente per le società e le persone – rispetto al periodo pre-industriale caratterizzato da una pressoché totale assenza di crescita sostenuta della produttività del lavoro, spesso definita come “trappola Malthusiana”.
All’inizio del XIV secolo il centro-nord Italia, cui i dati si riferiscono, era nel mondo occidentale l’area geografica con il prodotto pro-capite più elevato, nell’ordine di 1620 dollari per persona, più di due volte il livello inglese. La crescita lungo tutto l’arco del secolo fu, però, all’incirca, di 0.1% all’anno. Un’inezia. Nel XVI secolo il ruolo di “frontiera tecnologica efficiente” spettò invece all’Olanda, che grazie a una crescita ininterrotta iniziata dal 1300 a tassi medi superiori allo 0.3% annuo arrivò attorno al 1550 a un livello di prodotto pro-capite comunque inferiore, ma paragonabile, a quello del Nord Italia ben 150 anni prima! Il vero boom olandese, guidato dai progressi tecnologici nei settori dell’ingegneria navale, che permise alla flotta navale mercantile Olandese di avere un vantaggio comparato duraturo rispetto alle altre nazioni, e della tecnologia agricola – dal suolo strappato al mare, al sistema d’irrigazione innovativo – avvenne nella seconda metà del XVI secolo e portò, in soli trent’anni, a un raddoppio della produttività del lavoro.
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Il processo di crescita in questa fase pre-rivoluzione industriale non era però irreversibile, né esente da forti fluttuazioni cicliche. Nel secolo successivo, che vide anche il formarsi di una delle più bizzarre bolle speculative mai sperimentate, la mania dei tulipani, l’Olanda decrebbe a un ritmo medio annuale dello 0.5%, con un prodotto pro-capite, all’inizio del 1700, del 20% più basso di cento anni prima. Se paragonato ai giorni nostri, una vera e propria depressione epocale.
Fu allora che iniziò la fase embrionale di espansione industriale, guidata dalla nuova potenza egemone inglese, che nel cinquantennio che va dal 1650 al 1700 crebbe a un tasso annuale medio dell’1%. Da lì, la serie storica inglese registra solo crescita sostenuta, con vari break strutturali dovuti all’accelerazione/decelerazione del processo d’innovazione tecnologica e organizzativa, all’integrazione dei mercati, alla crescita degli investimenti in istruzione della popolazione e – ovviamente – all’accumulazione di capitale, sebbene il testimone della staffetta di leader tecnologico fosse passato, nel frattempo, dall’Inghilterra agli Stati Uniti.
Disegnare le serie storiche dal 1800 a oggi è un piccolo tuffo nel meglio della scienza economica. Si potrebbe restare affascinati dalla costanza della crescita del prodotto negli Stati Uniti, vicina al 2% all’anno dal secondo dopoguerra, riconoscendo l’eleganza dei modelli di crescita, che nella loro astrazione tendente alla semplificazione cercano però di spiegare tale regolarità. Oppure si potrebbe restar colpiti dalla lunga fase di crescita transitoria sperimentata dai paesi europei nello stesso periodo, ben visibile nella curva che s’impenna fino a raggiungere livelli simili a quelli del leader tecnologico. È la lunga fase d’integrazione dei mercati europei, di diffusione delle tecnologie produttive innovative, che ha dato benessere alle nostre società. Processo di convergenza condizionato, però, da istituzioni e demografia poco favorevoli, condizioni che dagli anni ‘80 in avanti hanno portato le tre maggiori economie europee continentali a crescere a un ritmo inferiore all’1.5%, allontanandole dalla frontiera tecnologica efficiente.
Chi invece fosse più puntiglioso, potrebbe soffermarsi sui “piccoli tremori” delle curve, simbolo delle relativamente piccole variazioni dei tassi di crescita delle economie nazionali lungo il proprio trend: sono i cicli economici. L’evidenza più lampante, in questo caso, è la diminuzione della varianza dal secondo dopoguerra in avanti. Le crisi cicliche del periodo precedente, com’è facile notare dal maggiore ondeggiare delle serie, erano certamente più importanti e più dannose in termini di perdite di benessere. È dal secondo dopoguerra che le politiche monetarie e fiscali delle economie più sviluppate hanno permesso una minore variabilità del prodotto, in particolar modo dagli anni ’80, periodo della “Great Moderation”, interrotta bruscamente dall’ultima, grave, crisi finanziaria globale. Come inquadrare, allora, la Grande Recessione, in questa storia? È un incidente di percorso? O segnala il ritorno a una crescita più instabile? Solo il tempo, e più dati, lo diranno.
Figura 2: Livello e tasso di crescita del prodotto pro-capite, 1800-2010
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Anche lo storico, di solito non così incline al fascino della statistica economica, potrebbe farsi sedurre dalla quantità di informazioni presenti in una serie storica. Soprattutto lo storico italiano.
Come non vedere che l’Unità d’Italia fu la premessa per l’uscita da una lunga fase di stagnazione, ben più lunga di quella di nazioni con storie e istituzioni diverse? Lo “stato nazione” innescò una crescita media del prodotto pro-capite vicina all’1%, di certo non stratosferica, ma comunque vicina a quella di Francia e Germania, dove la crisi avviata dalla Grande Guerra lasciò, nel frattempo, tracce negative più importanti, con milioni di morti nelle battaglie più sanguinose della storia, e gli inevitabili squilibri economici che ne derivarono.
Anche il periodo fascista, con tutte le sue contraddizioni – economiche e non solo – spesso descritto come portatore di un break strutturale positivo, assume un altro contorno se confrontato con i freddi numeri. In realtà esso è stato – da un punto di vista economico – null’altro che la continuazione del processo di crescita, non straordinario, innescato dall’Unità d’Italia. Nel periodo fascista, fra bonifiche di agri e propaganda, l’Italia centrosettentrionale vide una crescita pro-capite pari all’1,3%, contro il 2% tedesco e l’1,6% francese, nonostante il livello iniziale più basso, pari rispettivamente al 67% e al 77% nei paesi citati, suggerisca potenzialità non espresse di crescita.
Dal 1920 al 1940, inizio della fine di ogni sogno di dominio nazista in Europa, ciò che, a prima vista, parrebbe una minima differenza nel tasso di crescita annuale comportò un raddoppio del prodotto pro-capite in Germania, contro l’aumento di solo un terzo per il nostro paese, trascinato in una guerra senza che la struttura industriale permettesse di sperare altro se non una triste fine da subordinati, o la catastrofe che tutti sappiamo essersi poi consumata. È l’amara legge dei tassi di crescita composti, per cui differenze di solo mezzo punto percentuale si cumulano di anno in anno, lasciando nel lungo periodo una voragine nei livelli di benessere.
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E come non soffermarsi, infine, sul balzo incredibile, dopo le distruzioni e le tragedie della Seconda Guerra Mondiale, del nostro livello di produttività per persona, che all’inizio degli anni ’90 del secolo scorso era il 93% di quello francese, pari a quello tedesco e il 70% di quello statunitense? Da lì, ahinoi, inizia il lungo vuoto della stagnazione ventennale nella quale ancora oggi ci troviamo. Nel 2010 il livello relativo del prodotto era caduto in modo drastico, ripetitivamente all’86%, 89% e 61%. Ma qui entriamo nella storia contemporanea, nel presente, con le sue opportunità, con le sue sfide, ancora tutte da vincere.
È però essenziale, per comprendere il presente, non dimenticarsi mai l’importanza della statistica economica. Come gli anelli di accrescimento di un albero, le serie storiche, ogni anno, si arricchiscono di fantastici avvenimenti da scrutare, studiare, e – perché no – raccontare. Ed è solo dopo lunghi anni che la storia si forma, maestosa come una sequoia o, un punto dopo l’altro, filante come la linea di un grafico. Grazie anche alla passione per il proprio lavoro di economisti come Angus Maddison.
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