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SODO CAUSTICO docet……..

Il cibo è roba seria, mica roba da Expo.

Una esposizione mondiale che parla di cibo, parla solo di una metà del tema: manca il suo complemento, l’assenza di cibo che colpisce, in modo episodico e più generalmente endemico, 2 miliardi di persone nel mondo su 7 miliardi che è la popolazione mondiale, quasi 1 essere vivente su 3, spesso un bambino in età pre-infantile ed infantile, in aree geografiche ben delimitate, come l’Africa sub-sahariana, il resto dell’Africa, ampie zone dell’Asia, l’India;  su 805 milioni di affamati, quelli che non hanno una razione di cibo giornaliera (spesso saltuaria e non tutti i giorni, sempre insufficiente e ben inferiore alle 2.200 calorie quotidiane richieste per un adulto, che sono 700 per un bambino sino a 1 anni. 1.500 calorie a 5 anni), 295 milioni vivono in India dove rappresentano il 16% della popolazione; 135 milioni è il numero stimato degli affamati cinesi; nel c.d. Altro Mondo si concentrano 790 milioni di affamati: 1 essere umano ogni 9.

Parlare di cibo significa allora prima di tutto parlare del suo contrario: la fame.

Tema spesso affrontato in modo ideologico, sulla spinta di valori religiosi, etici, sociali, “perbenisti”.

Proviamo a declinare il tema in modo diverso, cercando di evidenziare alcuni punti:

Quale cibo mangia l’uomo? 
Dove e perché c’è una carenza di cibo? 
La tecnica agricola odierna sarebbe in grado di limitare, o cancellare, la fame nel mondo? 
Le risorse alimentari disponibili sono prodotte in modo efficiente?

Salvo rare eccezioni, l’alimentazione umana di base è composta di cereali, che non apportano proteine sufficienti; in una chiave di accrescimento della disponibilità e della qualità del cibo, la prima cosa che si aggiunge sono i legumi; seguono i tuberi; quando il tenore di vita aumenta, si aggiungono gli oli; infine, si passa alla carne ed altri proteine animali (uova, latticini). Tre quarti del cibo consumato nel pianeta è fatto di riso, grano, mais; metà di tutto quanto mangiano i 7 miliardi di esseri umani è rappresentato da riso.

Nell’impero romano, un ettaro di terreno produceva 300 chili di cereali, ed un contadino poteva lavorare in media 3 ettari, quindi poteva produrre quasi 1 tonnellata di cereali; nel medioevo, un ettaro produceva 600 chili annui, ogni contadino poteva lavorare in media 4 ettari, producendo 2,4 tonnellate annue di cereali; negli Stati Uniti a metà del secolo scorso 1 ettaro produceva 2 tonnellate di cereali ed un contadino poteva lavorarne circa 25 con una produzione annua di 50 tonnellate; sempre negli States, grazie a miglioramenti nella tecnica e nell’irrigazione, la produttività consente di lavorare 100 ettari con una produzione annua di 1.000 tonnellate per ogni contadino; nell’Africa sub-sahariana, 1 ettaro produce quasi 700 chili di cereali ed ogni contadino lavora in media 1 ettaro, producendo quindi 700 chili annui. La produttività di 2.000 anni fa, 2.000 volte meno rispetto ad un agricoltore del XXI secolo.

Trasferire la tecnologia di un paese “avanzato” in un paese “non avanzato” è difficile: servono investimenti (che i singoli contadini dell’ Altro Mondo non possono permettersi, visto il loro stato di indigenza), serve terra da coltivare (ed i singoli contadini poveri spesso non hanno nemmeno un piccolo pezzo di terra di proprietà, in paesi dove la proprietà della terra si sta concentrando per svariati motivi, nessuno commendevole), servono concimi, semi, attrezzi che risultano troppo spesso troppo cari, impossibili da acquistare per i singoli contadini.

Parlare di cibo significa comprendere le tecniche di produzione, migliorarle per incrementare la resa, adottarle ed introdurle nel maggior numero di terreni coltivabili.

Mangiare animali, nel nostro mercato globale, è un lusso, che comincia a diffondersi in aree di recente sviluppo economico, come la Cina ed ampie zone del Sud Est asiatico (i paesi che crescono); mangiare carne mette l’uomo in competizione con gli animali nella scelta di che cosa mangiare; seppure per millenni gli animali abbiano mangiato erba, oggi essi mangiano gli stessi alimenti che rientrano nella dieta dell’uomo: soia, mais, altri cereali.

I bovini, 50 anni fa, erano 700 milioni: oggi sono 1.400 milioni, il doppio. Sono necessarie 4 calorie vegetali per produrre 1 caloria di pollo, 6 per 1 caloria di maiale, 10 per una caloria di bovino od agnello.

Occorrono 1.500 litri per produrre 1 chilo di mais, 15.000 litri per produrre 1 chilo di carne bovina. 1 ettaro di terra buona può produrre 35 chili di proteine vegetali, che scendono a 7 chili se utilizzate come alimento per animali.

In termini economici, mangiare carne significa “appropriarsi” di risorse vegetali che potrebbero bastare per 5 o 10 persone.

Negli ultimi decenni, il consumo di carne è raddoppiato rispetto alla popolazione, il consumo di uova è triplicato. L’allevamento di animali copre l’80% della superficie agricola coltivabile (a tecnologia attuale), assorbe il 40% della produzione mondiale di cereali ed il 10% delle risorse idriche del pianeta.  

Il cibo, essenziale per la sopravvivenza, diviene sempre più una non-scelta, per mancanza di capacità di reddito o impossibilità di coltivare e produrre, per chi non ha accesso a “basic stuff and food” come acqua, cereali, legumi, tutti alimenti essenziali per la sua salute ed il suo sviluppo.

Parlare di cibo significa valutare come allocare la ripartizione dei terreni fra alimenti diversi, se convenga destinare i terreni alla produzione di cereali vegetali frutta e legumi, oppure destinarli alla produzione di mangime per animali, che a loro volta diventeranno cibo per l’uomo.

Il business del cibo – agricoltura, manifattura alimentare – costituisce soltanto il 6 per cento dell’economia mondiale: una minuzia, quantità dieci volte minori rispetto al settore dei servizi.  

Il 43 per cento della popolazione economicamente attiva del mondo – circa 1,4 miliardi di persone – è costituita da agricoltori. 

Demografia, peso economico e necessità reale sono stranamente lontani.

(Breve digressione: l’agricoltura – l’agricoltura dei poveri, zappa e vanga – è un’attività estremamente fisica, dove gli uomini possono avere un vantaggio: le donne si sforzano, cercano di fare alcune cose, ma è chiaro che spetta agli uomini nutrire la famiglia, e tutto questo produce un’idea della vita. La sottomissione femminile aveva una sua contropartita molto precisa: in cambio – dialettica del padrone e dello schiavo – l’uomo dava da mangiare alla donna. Nelle società opulente rompere con quest’idea può essere più semplice, più fattibile; in mondi arretrati, come nell’Africa sub-sahariana od in ampie zone del Sud-Est asiatico, si complica).

La malnutrizione è legata, con un filo esile ma fermo, allo stato di salute della popolazione.

Gli Stati Uniti spendono 8.600 US$ l’anno per abitante in sanità, la Francia 4.950, l’Argentina 890, la Colombia 432, l’India 8 dollari (che scendono a 4 a Bombay/Mumbai, il Niger 5 dollari; nel paese africano più povero, nel 2009 c’erano 583 medici, uno ogni 28.000 abitanti, scesi a 349 nel 2010, uno ogni 43.000 abitanti, quando in un paese medio (come Ecuador, Filippine, Sudafrica) la media è uno ogni 1.000 abitanti. In paesi “problematici”, molti medici sono emigrati, spesso scappati: la migrazione di chi sa, o vuole scappare dalla miseria e dalle malattie, produce ulteriore miseria. In Niger, ogni donna ha in media 7 figli (il tasso di fertilità più alto al mondo), ed un bambino su 7 muore prima di compiere 5 anni, quando la media dei paesi definiti ricchi è uno su 150. A Bombay/Mumbai 1/3 dei bambini è denutrito. La fame interessa 2 miliardi di persone nel mondo, circa 1/3 della popolazione della Terra; queste persone non mangiano a sufficienza, sono malnutriti, e questo endemico sottosviluppo colpisce principalmente i piccoli, che hanno necessità di mangiare almeno 700 calorie al giorno sotto l’anno di vita, 1.000 fino a 2 anni, 1.600 sino a 5 anni; un adulto necessita da 2.000 a 2.700 calorie giornaliere; sotto queste soglie, si patisce la fame. “L’eliminazione , ogni anno, di decine di milioni di uomini, donne e bambini ad opera della fame è lo scandalo del nostro secolo. Ogni 5 secondi un bambino sotto i 10 anni muore di fame (…). Allo stato attuale, l’agricoltura mondiale potrebbe nutrire senza problemi 12 miliardi di essere umani, quasi il doppio della popolazione mondiale” secondo la relazione “Destruction massive” dell’ex-relatore speciale ONU per il diritto all’alimentazione.

La carenza strutturale, endemica, di cibo è una concausa del progressivo inurbanesimo: oltre la metà della popolazione mondiale vive oggi, per la prima volta nella storia dell’umanità, in città, dove ci si trasferisce nella aspettativa, fallace, di trovare un lavoro, una casa, migliori condizioni di vita. Ma come anticipato in “Il pianeta degli slum” di Mike Davis, “le città del futuro (…) saranno in gran parte costruite di mattoni grezzi, paglia, plastica riciclata, blocchi di cemento e legname di recupero. Al posto delle città di luce che si slanciano verso il cielo, gran parte dei mondo urbano del XXI secolo vivrà nello squallore, circondato da inquinamento, escrementi e sfacelo.””; nel 1950 c’erano 85 città del mondo che superavano il milione di abitanti, nel 2015 saranno 550; delle 25 città che superano gli 8 milioni, 22 si trovano nell’ Altro Mondo, e sono quelle che crescono di più: ma nella maggior parte di queste città, tre quarti della crescita si deve a costruzioni marginali in terreni occupati: le baraccopoli. In tutta l’India, per citare un caso significativo per un paese che fa parte dei BRIC, 160 milioni di persone vivono in una baraccopoli. In una baraccopoli non ci sono acqua corrente, luce, fogne; la mancanza di bagni crea problemi sanitari enormi: 2 morti si 5 sono da ascriversi ad infezioni causate da parassiti portati da acqua inquinata (con cui si cucina, quando c’è da cucinare) ed assenza di fogne.

Nel mondo, 2,5 miliardi di persone vivono senza fogne, e muoiono senza fogne. In queste condizioni, anche il cibo è inquinato, quando c’è.

Parlare di cibo significa partire dalla sua assenza, dalla sua cattiva qualità, dalle modalità del suo stoccaggio e del suo trattamento.

Domande aperte; troppo spesso ricevono risposte chiuse.
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