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IL PUNTO DI VISTA DI OSCAR GIANNINO

Il premier Renzi dal Giappone ha picchiato duro: “al Sud basta piagnistei, bisogna rimboccarsi le maniche”. Ha ragione, ma basta capire in cosa consista, tirarsi su le maniche. Da molti anni, i governi ripetono che il Sud non ha bisogno di politiche ad hoc. I risultati si sono visti. Per capire che fare, approfittiamo allora delle proposte del presidente della regione Puglia, Michele Emiliano. Nell’intervista al Mattino di ieri, Emiliano ha chiarito meglio la sua prima reazione ai dati SVIMEZ sulla desertificazione economica del Sud. Era prorotto in un “scateniamo l’inferno” che va bene per ottenere titoli, ma istituzionalmente o non significa nulla o è del tutto censurabile. Ieri è entrato nel merito, e le sue riflessioni sono non solo più pacate, ma da prendere in considerazione. Su quattro punti, tre sono realizzabili con una forte iniezione di volontà politica “nuova”, e senza rivoluzioni. Il quarto, invece, ha bisogno di una svolta vera e propria nella politica nazionale. I primi tre infatti non postulano una dura trattiva con l’Unione Europea, l’ultimo è inconseguibile senza l’ok di Bruxelles. Ma, a ben vedere, è realizzabile anch’esso: a patto di compierlo e presentarlo come una grande scelta ventennale. Ciò che la politica sinora non ha pensato affatto di fare.
I primi tre punti dipendono solo dalla politica. Il primo: un coordinamento permanente istituzionale e “dal basso”, senza aspettare Roma, di tutti i presidenti delle regioni del Sud. Personalmente sarei per abolirle, le regioni attuali con le loro mortifere burocrazie, come ha giustamente detto Nicola Rossi, sostituendole con macroregioni inibite alla gestione diretta di alcunché. Ma siccome le regioni ci sono e restano, è ovvio che sarebbero più forti, le regioni meridionali, se avessero voglia e forza di scegliere insieme le proprie  priorità– a patto che siano poche – indipendentemente. Cioè “prima” di subire volta per volta le decisioni governative e il confronto in conferenza Stato-Regioni. Non deve essere un coordinamento “neo borbonico”, dice Emiliano: sottoscriviamo, pensare al vecchio assistenzialismo è demenziale. Ma una volontà comune serve eccome. Se c’è. Allo stato, non c’è neanche nel Pd.
Il secondo punto riguarda una nuova strategia contro le mafie e la vastissima illegalità. Sacrosanto. Nel manifesto per un nuovo Mezzogiorno presentato il 9 marzo scorso a Napoli a castel dell’Ovo, firmato da una ventina di economisti, professionisti e intellettuali di diversi filoni cultutrali tra cui Paolo Savona, Massimo Lo Cicero e Florindo Rubbettino, c’è già scritto tutto. Non solo più sforzi degli organi dello Stato esistenti e pugno duro contro la microcriminalità: per una svolta culturale, servono “navi della conoscenza” della legalità diffuse in rete nelle aree in cui le cosche hanno forza e consenso, sulla scorta delle esperienze realizzate nei paesi sudamericani. Senza vergognarsi di dover trarre ispirazione dalle favelas brasiliane.
Il terzo punto entra nell’economia e nelle risorse per il Sud. L’Agenzia per la coesione territoriale, che doveva essere catalizzatore efficientista su alcune priorità vere per il Sud grazie ai fondi Ue, in realtà langue ancora. A tre anni dalla decisione di introdurla, a due dalla legge istitutiva e dopo 13 Dpcm, mutati nel frattempo quattro volte i responsabili politici governativi dei fondi europei – 2 ministri e 2 sottosegretari a palazzo Chigi – i primi 120 assunti per concorso arriveranno all’Agenzia se va bene l’anno prossimo. E molti particolari decisivi non sono chiari, tra cui il suo ruolo diretto nelle trattative con la Ue, quello di sostituzione diretta nei progetti delle Regioni inadempienti. Di fatto, nell’ultima ricognizione europea sull’utilizzo dei fondi strutturali e di coesione Ue da parte dell’Italia, a inizio giugno mancava ancora la spesa del 23,6% dei 46,6 miliardi di euro assegnati all’Italia nel 2007-2013. Restavano da spendere entro dicembre di quest’anno – termine oltre il quale i soldi tornano a Bruxelles – ben 12,3 miliardi di cui 10 nel Sud. Attenzione: 11,8 miiardi vennero “riprogrammati” dal ministro Barca ai tempi del governo Monti, vista la difficoltà delle Regioni meridionali di spenderli, volgendoli a scopi sociali: per anziani, asili nido e così via: se ne sono spesi solo 2 miliardi.
Questi numeri confermano due cose. Serve davvero il coordinamento dei presidenti delle regioni meridionali, e l’attuale Agenzia per la coesione non ce la fa. Negli anni 2014-2012 l’Italia godrà di 32,3 miliardi di fondi europei, di cui 22,3 concentrati nelle 4 regioni del Sud a più basso reddito, Campania Puglia Calabria e Sicilia, e 1,1 nelle regioni “in transizione”, Basilicata Sardegna Abruzzo e Molise. Sommiamo le cifre: 10 miliardi ancora disponibili entro dicembre più 22 nei prossimi sette anni sono due punti di PIL italiano tondi tondi, a cui si aggiunge un altro punto di PIL per il cofinanziamento nazionale. Tre punti di PIL di risorse da investire bene su alcuni pochi snodi concentrati – infrastrutture non a pioggia, hub della conoscenza e non università a pioggia, turismo e manifattura ad alto valore aggiunto nelle filiere già presenti sul territorio. Tutto ciò NON HA ASSOLUTAMENTE BISOGNO DI UN NEO MINISTERO per il Sud, che aggiungerebbe solo inutilmente l’ennesimo livello politico tra regioni e Agenzia. Serve invece un’Agenzia molto potenziata per capacità tecnica di analizzare, affiancare – e se necessario, sostituire – i progetti secondo criteri di efficiente costo-beneficio.
Veniamo infine al punto più delicato, quello che richiede una rivoluzione. Emiliano chiede di sapere come e perché non si possa applicare al Sud una decisa fiscalità di vantaggio. Se ne parla da 15 anni, e ancora nel 2010 Tremonti annunciava che la sua poi abortita banca del mezzogiorno, come qualunque altra banca che concentrasse al sud i suoi impieghi, si sarebbe vista applicata una tassazione limitata sl solo 5%. Naturalmente erano chiacchiere, non si è mai visto nulla.
Cerchiamo allora di rispondere a Emiliano. E’ possibile, ottenere dalla Ue una tassazione diversificata, sui redditi delle imprese e delle persone come sui patrimoni meridionali? La risposta è sì. Solo che, per farlo, bisogna essere pronti e capaci di innestare questa richiesta in un quadro complessivo e coerente di maxi scelte, che siano compatibili con quanto prescrivono i Trattati.
Gli articoli del Trattato in questione sono quelli dall’87 all’89, in materia di aiuti di Stato, al fine di non alterare le condizioni di concorrenza esistenti nel mercato della comunità. In linea generale, gli aiuti sono vietati. Tranne che per eccezioni esplicite, da autorizzare da parte della Commissione. Le deroghe sono previste dalla stessa norma. Se le andiamo a leggere, troviamo che oltre ai casi di calamità naturale, è esplicitamente – guarda caso – contemplato il caso degli aiuti concessi alla ex Germania Est, nella misura in cui sono necessari a compensare gli svantaggi economici provocati da tale divisione. Ma è anche scritto che sono compatibili col Trattato gli aiuti “ destinati a favorire lo sviluppo economico delle regioni ove il tenore di vita sia anormalmente basso, oppure si abbia una grave forma di sottoccupazione”. Ecco, di questo si tratta, visto che il Sud italiano dall’inizio dell’euro è cresciuto meno della Grecia, e ha un reddito procapite che va dalla metà a un terzo del Nord.
Si tratta di intraprendere in Ue un’azione italiana che rivendichi per il Sud Italia una disciplina speciale a tempo in linea con quella adottata per i dipartimenti francesi d’oltremare, le Azzorre, Madeira e le isole Canarie. Nelle Azzorre, il regime fiscale speciale ha previsto una riduzione del 20% per le imposte sui redditi e del 30% per l’imposta sulle società, rispetto al Portogallo. Vi sono state impugnative e controversie in sede di Corte Europea, ma come si vede di precedenti ce ne sono eccome, e i Trattati le consentono.
Il punto è che l’Italia dovrebbe scommetterci sopra al punto di avanzare una vera e propria strategia nazionale radicalmente diversa da quelle sin qui viste. Per esempio, contestualmente composta di tre aspetti. Primo (proposta avanzata da Paolo Savona): bisognerebbe essere disposti a convogliare rigidamente una quota fissa degli acquisti operati da parte della BCE nell’ambito del Quantitative Easing, a favore di investimenti Bei nel Mezzoggiorno invece che del Tesoro italiano. Dei 60 mld mensili di acquisti mensili BCE, all’Italia spettano un 12,3%, pari a 7,4 mld euro mensili, per un totale di 140 mld da marzo 2015 a settembre 2016. Poiché il Pil procapite del Mezzogiorno è il 46% di quello del resto d’Italia, potrebbe aspirare a ottenere un “diritto di tiraggio” minimo di 76 mld in 19 mesi che, con un buon parco progetti e un ruolo proattivo della Banca d’Italia e del governo, si aggiungerebbero ai fondi di coesione e strutturali Ue. Se la sente il governo, di dire che preferisce acquisti di titoli BEI finalizzati a finanziare progetti al Sud Italia, piuttosto che titoli del Tesoro italiano?
Secondo: analoga percentuale fissa dovrebbe essere destinata al Sud, sul totale dei programmi finanziati dal piano Juncker ( per chi ci crede, naturalmente…). Roma ha presentato un elenco da 87,1 miliardi di euro con centinaia di progetti nei settori dei trasporti, dell’energia, delle telecomunicazioni e dell’istruzione. E’ pronta, l’Italia, a chiedere che la scelta da parte del FEIS e della BEI sia da destinarne al Sud i due terzi? Quando molti legittimamente diranno – lo farei anch’io – che i tagli fiscali e gli investimenti servono innanzitutto al Nord, che cresce e traina di più l’intero paese?
Terzo: oltre ai due pilastri europei, il governo potrebbe-dovrebbe avanzare in sede comunitaria anche il suo piano triennale di tagli alle imposte per 45 miliardi, a quel punto con un’accelerazione dei tempi e un ulteriore abbattimento delle aliquote per il Sud. Ma solo motivando coi controfiocchi gli effetti di diminuzione dell’output gap nazionale e meridionale, l’Europa potrebbe – con enorme fatica, e se davvero renmzi fosse persuasivo non finanziando in deficit i suoi tagli di tasse – dare il consenso a quest’ultimo punto, come ai primi due.
Se la sente l’Italia, di dire in Europa che o siamo condizionalmente autorizzati a questo – come il Trattato consente – oppure la bomba del Sud italiano è molto peggio per tutti, e non solo per noi italiani, di quella della Grecia? Finora, un governo così non c’è mai stato. Vediamo. Ma, al di fuori di scelte così radicali, non è coi mezzucci che si risolve il disastro meridionale. E tanto meno con le guerricciole interne al Pd, e tra premier e sindaci e presidenti di regione di diverse confessioni della sinistra.
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