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Quale futuro per la TV “di stato”?

Paper: Quale futuro per la TV “di stato”?

““Il servizio pubblico è terminato quando è finita la serie “Non è mai troppo tardi” del maestro Manzi nel 1968”” (cit.).
Che cosa è il “servizio pubblico”?
Partiamo da una “definizione storica” (Wikipedia) : Il termine servizio pubblico radiotelevisivo (Public Service Broadcasting o PSB) è stato elaborato per la prima volta nel Regno Unito da John Reith, manager della BBC. Per servizio pubblico radiotelevisivo s’intende un servizio di trasmissioni radiotelevisive, prodotto dallo Stato (attraverso un ente o organizzazione pubblica) o da una impresa concessionaria, che garantisce imparzialità e completezza d’informazione, e la tutela delle varie componenti della società del proprio paese. La radiodiffusione pubblica, inoltre, punta a coltivare la qualità della propria audience attraverso programmi educativi e culturali. Per tale servizio valgono gli stessi principi degli altri servizi pubblici (eguaglianza, continuità e adattamento). Affinché il bacino di utenza sia il più ampio possibile, le trasmissioni di servizio devono essere disponibili su più piattaforme di trasmissione (per esempio digitale terrestre, satellite, cavo o IPTV per la tv; FM, AM o DAB per la radio). Il finanziamento del servizio pubblico radiotelevisivo varia da paese a paese.
Nel dibattito italiano, tradizionalmente si parla di servizio pubblico con riferimento alla Rai per cui “che cosa è il servizio pubblico” è ritenuta una domanda cruciale; proviamo a declinarla in modo inverso: “che cosa non è servizio pubblico”. Non sono servizio pubblico i programmi di intrattenimento (tipici di una “tv commerciale”); non sono servizio pubblico le informazioni giornalistiche, fornite da Rai ed altri operatori privati in regime di concorrenza; insieme, questi 2 “prodotti” rappresentano oltre il 90% dei “contenuti” della Rai.
Oggi, la diffusione radio-televisiva è affiancata da “media” che si sono imposti grazie a nuove tecnologie: telefonia mobile, twitter, facebook, youtube,… che consentono produzione e successiva distribuzione di contenuti giornalistici, di informazione, di intrattenimento su media diversi dalle tradizionali radio e tv; ha ancora senso parlare di centralità del mezzo televisivo? Tv e radio “competono” con altri media; la loro ”esclusiva” è oggi superata.
Che cosa è oggi definibile, allora, come servizio pubblico?
In questa definizione rientrano (possono rientrare) situazioni ove non è presente una diffusa, concorrenziale, uguale disponibilità di informazione fornita da una pluralità di operatori: informazioni su iniziative di proposte di legge popolari; richieste di referendum popolare; informazioni che per la loro natura non possono agevolmente essere rese disponibili, nello stesso tempo e con modalità equivalenti, da una pluralità di testate radio-televisive: informazioni locali (oggi, coperte dalle reti televisive regionali Rai).
La tecnologia disponibile è un “acceleratore” della capacità di produrre e distribuire contenuti radiofonici e televisivi; le “barriere all’ingresso” (in termini di investimenti iniziali/successivi, disponibilità di frequenze, accesso alle “reti di diffusione”) sono modeste per la produzione radiofonica, significative per la produzione televisiva. A minori barriere, molti operatori; a maggiori barriere, pochi operatori.
Nota: In Germania il servizio pubblico è coperto dalla Deutsche Welle, compagnia di informazione membro della ARD; essa è una emittente di diritto federale, istituzione pubblica non-profit, non soggetta a supervisione tecnica da parte governativa; essa non incassa un canone annuale; il sostegno finanziario è garantito (prevalentemente) da una concessione dalle entrate fiscali federali (sezione del bilancio della Cancelleria federale); essa è autorizzata a raccogliere pubblicità e sostegni da sponsor. In Inghilterra, la BBC non raccoglie pubblicità per i canali trasmessi nel Regno Unito, ed i suoi servizi sono finanziati dal canone televisivo (e quindi, non può trasmettere pubblicità, per la legge inglese); BBC World News, trasmettendo in chiaro in tutto il mondo (e quindi, non essendo riservata ai soli abbonati inglesi), si finanzia attraverso la raccolta pubblicitaria.
Liberalizzazione del mercato
A differenza del sistema radiofonico, il sistema televisivo italiano presenta un sostanziale duopolio nella trasmissione di contenuti (Rai e Mediaset), con operatori concorrenti di più limitate dimensioni e disponibilità di frequenze (canali) (La7, Sky su digitale, …).
Per rendere effettiva una ampia concorrenza, primo passo è una effettiva liberalizzazione del settore, con la effettiva “apertura” delle frequenze televisive, attualmente soggette ad un controllo amministrativo.
Da Wikipedia: Le fonti normative principali della concessione televisiva sono ad oggi la Legge Maccanico e il regolamento dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. La Legge Gasparri, poi, ha stabilito l’esistenza di differenti titoli abilitativi per le attività di operatore di rete e fornitore di contenuti televisivi o radiofonici, e stabilisce inoltre che l’autorizzazione non comporta l’assegnazione delle radiofrequenze (art. 5), che invece è effettuata con un provvedimento separato. La concessione indica la frequenza e le aree di servizio degli impianti dell’emittente. Ha una durata stabilita in 6 anni, ed è rinnovabile; può cessare per rinuncia, morte del proprietario, fallimento o perdita dei requisiti soggettivi (vedi “Requisiti per la concessione”). In allegato alla concessione vi è una convenzione che riporta obblighi e diritti del concessionario. La materia è oggi regolata dal Testo unico della radiotelevisione emanato nel 2005. Emittenti nazionali e locali: ai sensi della legge italiana, le emittenti televisive si distinguono in nazionali (che coprono almeno l’80 per cento del territorio) e locali. Le emittenti nazionali si dividono a loro volta in: TV commerciali; emittenti specializzate in televendite; Pay TV (con segnale “criptato”).
“Governance” regolamentare della Rai
La Rai è soggetta ad un particolare disciplina di “governance”. Come regolato dalla legge 112 del 3/05/2004 (legge Gasparri) il consiglio di amministrazione non è nominato esclusivamente dagli azionisti: sette consiglieri vengono eletti dalla Commissione parlamentare di vigilanza, due vengono indicati dal Ministero dell’Economia e delle Finanze che è il maggiore azionista della RAI. I membri del Consiglio d’Amministrazione hanno un termine di mandato di tre anni anche se possono essere nominati di nuovo.
La Rai ha sedi distaccate in ogni regione e provincia autonoma (con l’eccezione di Abruzzo e Calabria), per la redazione e trasmissione di programmi di informazione regionale.
La Rai, per dovere contrattuale con lo Stato italiano, trasmette da alcune sedi regionali una programmazione più vicina alle popolazioni e alle realtà locali, nel c.d. rispetto delle minoranze linguistiche e delle regioni autonome.
Le disposizioni precedenti rappresentano un “peso” per una eventuale “privatizzazione” della Rai.
La Rai possiede una pluralità di partecipazioni in società, strumentali e non (vedi, http://it.wikipedia.org/wiki/Rai ); di particolare rilevanza, la partecipazione in Rai Way (oggi, al 100%, ma in procinto di essere parzialmente privatizzata attraverso una operazione di quotazione, od IPO, presumibilmente nella forma di OPV, Offerta Pubblica di Vendita di azioni): http://it.wikipedia.org/wiki/Rai_Way e http://www.raiway.rai.it/index.php?lang=IT&&cat=114 . Rai Way possiede circa 2.300 stazioni trasmittenti e ripetitrici sul territorio nazionale, e di una rete satellitare per la diffusione diretta nazionale ed internazionale: http://www.raiway.rai.it/index.php?lang=IT&&cat=112 .
Rai Way è la “infrastruttura” (simile ad una rete elettrica ad alta tensione, od ad una rete di “pipeline” per la trasmissione del gas), messa a disposizione del “produttore” e “diffusore” di contenuti (le reti radiofoniche e televisive Rai).
Tema rilevante è quale debba essere la “missione” di Rai Way in quanto “infrastruttura” del servizio radio-televisivo. Essendo in via di definizione la cessione a terzi della minoranza azionaria, riteniamo utile sottolinearne la “criticità” con riferimento alla opportunità di farla uscire da un “perimetro” a controllo pubblico.
A fini puramente espositivi, le attività Rai possono essere ripartite fra:
1. Produzione e diffusione radiofonica a livello nazionale
2. Produzione e diffusione televisiva a livello nazionale
3. Produzione diffusione televisiva a livello regionale
4. Trasmissione “infrastrutturale” (Rai Way)
Le attività 1. (radio) e 2. (televisione) sono tipicamente quelle di “rete commerciale”, esercitata in regime di concorrenza (in ambito parzialmente liberalizzato, per quanto riguarda la attività televisiva, soggetta a regolamentazione amministrativa, come sopra ricordato).
L’attività 3. (ambito e livello regionale) appare meritevole di adeguata valutazione per verificarne, e del caso regolarne, le componenti di servizio pubblico.
L’attività 4. (infrastrutture) è una funzione di “servizio” reso alla diffusione radio-televisiva, ad oggi necessaria ma ad impatto e rilevanza decrescenti in relazione all’evoluzione delle tecnologie disponibili, in futuro.
Nella parte “Privatizzazione” le attività descritte saranno meglio declinate.
Canone televisivo e “lottizzazione politica”.
Le “critiche” più rilevanti e storicamente significative si sono focalizzate su 2 aspetti: l’”iniquità” del canone televisivo pagato a fronte di un servizio ritenuto di qualità e contenuto decrescenti, non riconosciuto da una importante fascia di utenti come “pubblico” o a valenza pubblica; la “lottizzazione politica” della Rai da parte dei partiti, che ne nominano anche la maggioranza dei consiglieri di amministrazione, secondo logiche di “lottizzazione”. Tale fenomeno presenta elementi peculiari, come la sovra-esposizione mediatica dei partiti maggiori (che detengono, alternandosi, le “leve del comando”) e la sotto-esposizione dei partiti minori (cui vengono assegnati “spazi” spesso inferiori al loro peso elettorale).
Il canone televisivo è un’imposta sulla detenzione di apparecchi atti o adattabili alla ricezione di radioaudizioni televisive nel territorio italiano: « Chiunque detenga uno o più apparecchi atti od adattabili alla ricezione delle radioaudizioni è obbligato al pagamento del canone di abbonamento, giusta le norme di cui al presente decreto» (R.D.L. 21 febbraio 1938, n. 246 art. 1, in materia di “Disciplina degli abbonamenti alle radioaudizioni). La sua qualificazione giuridica è stata sancita dalla Corte costituzionale (Sentenza del 26 giugno 2002 n. 284):
« Benché all’origine apparisse configurato come corrispettivo dovuto dagli utenti del servizio […] ha da tempo assunto, nella legislazione, natura di prestazione tributaria, fondata sulla legge […] E se in un primo tempo sembrava prevalere la configurazione del canone come tassa, collegata alla fruizione del servizio, in seguito lo si è inteso come imposta»
(da Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Canone_televisivo_in_Italia); l’imposta ha una raccolta netta di circa 1.700.000 milioni annui, con un tasso di evasione (stimato) del 40%.
Eliminazione del canone e de-lottizzazione politica della Rai sono obiettivi “di impatto mediatico”; ma come realizzarli e soprattutto che impatti avrebbero sulla struttura dell’offerta radiotelevisiva e, nel caso si adottasse la soluzione di una privatizzazione della Rai, come “graverebbero” sul soggetto (o soggetti) acquirente, in un contesto liberalizzato e privatizzato?
Privatizzazione sì, privatizzazione no.
Un “manuale delle giovani marmotte” sulle privatizzazioni imporrebbe che prima di procedere a privatizzazioni (intese come apertura del capitale a soggetti terzi diversi dallo stato e sue entità, direttamente od indirettamente controllate; sia procedendo alla vendita di quote di maggioranza che di minoranza, tali da consentire la “contendibilità” del possesso azionario post-privatizzazione) si proceda ad una adeguata liberalizzazione del mercato di riferimento. Sull’aspetto liberalizzazione si rinvia a quanto sopra esposto (sezione Liberalizzazione del mercato).
Attesi gli obiettivi di eliminazione del canone e de-lottizzazione politica, una privatizzazione si confronterebbe con un nuovo “paradigma”: assenza di risorse finanziarie derivanti dall’imposta del canone televisivo, che oggi assicura 1.7000 milioni annui circa (oltre la metà dei ricavi complessivi della Rai).
Ne derivano alcuni “driver”:
1. Che cosa privatizzare
2. Quale “valore” assegnare alla società (o a rami di azienda) da privatizzare
3. Come “assicurare” l’eventuale fornitura di “servizio pubblico” (laddove ne sia riconosciuta l’esistenza; vedi, sezione Che cosa è il “servizio pubblico”? ).
Che cosa privatizzare.
Possono essere privatizzate le attività aventi una natura “commerciale”: produzione e diffusione radiofonica a livello nazionale, produzione e diffusione televisiva a livello nazionale.
Queste attività “assorbono” la stragrande percentuale delle risorse fisiche e professionali della Rai (che attualmente ha 13.229 dipendenti all’ultimo censimento, di cui 11.569 a tempo indeterminato e 1.660 a tempo determinato; fonte: DG Rai).
Quale “valore” assegnare alla società ( o a rami di azienda) da privatizzare.
Il “valore” che un soggetto acquirente può riconoscere al momento dell’acquisto di una società, in particolare nel caso della Rai che opera in settore “sensibile” come quello dei media, è legato – inter alia – ai seguenti elementi:
a) Redditività dell’attività caratteristica; nel caso della Rai, questa è storicamente negativa (http://www.rai.it/dl/bilancio2013/Rai_Bilancio_31.12.2013.pdf );
b) Potenzialità di sviluppo aziendale e conseguente attesa redditività futura;
c) Eventuale “pesi ed obblighi” assegnati all’acquirente in sede di acquisto: gestione di servizi “strutturalmente in perdita” per assenza di ricavi o per la loro natura; impegni a fornire servizi a titolo gratuito, o con modalità non remunerative;
d) Quadro legislativo di riferimento: apertura e liberalizzazione del settore; “plain level ground competition” intesa come equivalenza dei punti di partenza per tutti gli operatori del settore;
e) Limitazioni alla libera concorrenza: “tetti” a raccolta pubblicitaria a pagamento ed altre forme di ricavi non caratteristici; obblighi e/o limiti a sviluppare attività e programmi radiotelevisivi.
In tale contesto, l’attuale quadro competitivo e normativo in cui operano la Rai e gli altri operatori radiotelevisivi non presenta elementi adeguati di certezza, apertura del mercato, livelli minimi di “plain level ground competition”.
Quale futuro per la TV “di stato”?
Abbiamo sopra indicato che una modifica del quadro attuale deve prevedere, come premessa logica e normativa, una liberalizzazione del settore radio-televisivo, per consentire una effettiva competizione “plain legel ground”. Solo a valle di tale modifica – che è lasciata al legislatore – si potrà ben considerare il “che fare” della Rai.
In merito, nel seguito sono indicati elementi utili per meglio inquadrare il “che fare”, che comprendono le valutazioni di ItaliAperta.
La struttura economica della Rai presenta anomalie e criticità. Maggiore anomalia è la presenza di un “canone” – più correttamente, una imposta che ogni anno viene richiesta agli utenti-contribuenti, che la evadono, secondo stime non verificate, nella misura del 40% — che rappresenta oltre il 50% dei ricavi (valore della produzione), sino al 65% nel 2013:
in milioni di Euro                                                          2009        2010        2011        2012        2013
CANONI                                                                      1.630       1.661        1.689       1.729     1.737
VALORE DELLA PRODUZIONE                                3.134       2.962       2.924       2.705     2.673
% CANONI SU VALORE DELLA PRODUZIONE         52%          56%           58%           64%          65%
Fonte: Bilancio consolidato RAI 2009-2010-2011-2012-2013 prospetti contabili consolidati
Come rimarcato nella sezione Che cosa è il “servizio pubblico”? non esistono, a nostro avviso, le ragioni di sussistenza di un “servizio pubblico” in capo alla Rai, che è – a tutti gli effetti – una emittente generalista e commerciale (salvo le eccezioni indicate nella sezione citata); riteniamo che il “canone” debba essere eliminato, in una condizione normale.
In assenza di un flusso costante di incasso da canone, toccherà all’azionista (MEF) identificare eventuali risorse per il sostegno economico e patrimoniale della Rai.
La gestione della Rai, attualmente (e quindi, grazie al contributo finanziario ed economico del canone incassato), è negativa, come verificabile dai bilanci aziendali (http://www.rai.it/dl/bilancio2013/Rai_Bilancio_31.12.2013.pdf) , e come riassunto nella tabella seguente, che riassume la situazione patrimoniale degli anni 2009-2013:
MOVIMENTI PATRIMONIO NETTO GRUPPO RAI (in milioni di €)
VOCE / ANNO                                                                2009        2010        2011        2012        2013
PATRIMONIO NETTO                                  all’1/1 692,1
Capitale                                                                           242,5        242,5       242,5      242,5       242,5
Riserva legale                                                                     7               7                 7               9                 9
Altre riserve                                                                    443,8         379,5       281,7        284           39,4
Utile (perdita) dell’esercizio di Gruppo                            -62,1           -98,2            4,1       -244,6          5,3
TOTALE PN DI GRUPPO al 31/12                                 631,2          530,8       535,3       290,9     296,2
Capitale e riserve di terzi                                                    0,3               0                 0                0              0
Utile (perdita) dell’esercizio di terzi                                     0,3                0                 0               0               0
TOTALE PATRIMONIO NETTO DI TERZI                         0,6                0                 0               0               0
TOTALE PATRIMONIO NETTO al 31/12                          631,8          530,8        535,3       290,9     296,2
Fonte: Bilancio consolidato RAI 2009-2010-2011-2012-2013 prospetti contabili consolidati
Nel periodo considerato, la diminuzione del patrimonio netto (capitale e riserve) per perdite è stato di 395,9 milioni, oltre la metà del patrimonio a fine 2008.
La Rai è “fonte di perdite”, e lo sarebbe ancor più nel caso non vi fosse il contributo del canone, che nel periodo 2009-2013 è stato di 8.446 milioni, cui si aggiungono circa 1.700 milioni nel corrente anno 2014, per totali oltre 10.000 milioni che la collettività (al netto della evasione sopra ricordata) ha elargito alla “TV di stato”.
Oggi, la Rai ha un valore economico negativo, se si adottano corretti parametri economici. La Rai, in termini semplici, ha un corpo appesantito da troppi anni sedentari, pieni di sprechi, appesantito da una struttura di personale largamente eccedente le effettive necessità, che rappresenta da un lato un “peso” non più sostenibile dal punto di vista economico, dall’altro una “remora” ad interventi di “chirurgia” per il consolidato potere di interdizione negli anni costruito, nel più classico scenario di “diritti acquisiti” (che sono tali sino a che ce li si può permettere, e la Rai non se li può permettere da lungo tempo).
In tale quadro, non vediamo come oggi si possa immaginare una “vendita”, anche nella forma di “privatizzazione” o di apertura del capitale a terzi, attesa la insoddisfacente redditività aziendale attuale ed attesa, visti i costi di struttura elevati e “fuori controllo”, su cui l’azionista e la direzione aziendale non hanno sinora ritenuto di intervenire in modo efficiente. Alcune ragioni, peraltro non giustificate, attengono alla già ampiamente citata “lottizzazione”.
Riteniamo che un processo logico per immaginare un diverso contesto di “governance” possa comprendere:
(1) Una valutazione dell’impatto economico e finanziario derivante dalla abolizione del canone;
(2) Una adeguata politica di contenimento e riduzione dei costi aziendali, per riportare la redditività aziendale in territorio positivo;
(3) Una razionale identificazione delle attività aziendali, nelle sue componenti “caratteristiche”:
  a) Produzione e diffusione radiofonica a livello nazionale
        b) Produzione e diffusione televisiva a livello nazionale
        c) Produzione diffusione televisiva a livello regionale
        d) Trasmissione “infrastrutturale” (Rai Way)
(4) La adeguata valorizzazione di tali attività, specificando la “strategia” di valorizzazione (vendita di singoli rami di azienda, vendita in blocco, …), tempistica e modalità;
(5) L’attività (3) c), svolta in ambito e livello regionale, appare meritevole di adeguata valutazione per verificarne, e del caso regolarne, le componenti di servizio pubblico; le soluzioni adottabili per mantenerne la “rilevanza” potrebbero essere:
a. Il mantenimento in ambito pubblico, con una rete più ridotta ed unicamente “vocata” alle televisioni regionali (stante anche l’obbligo di legge per la diffusione in aree regionali “protette”);
b. Un sistema che preveda l’erogazione/esecuzione di tali attività da parte dell’acquirente, contro pagamento di una “fee” da parte dello stato a fronte di tale erogazione;
(6) L’attività (3) d), consistente nella proprietà, gestione e conduzione delle c.d. infrastrutture, è una funzione di “servizio” reso alla diffusione radio-televisiva, ad oggi necessaria ma ad impatto e rilevanza decrescenti in relazione all’evoluzione delle tecnologie disponibili, in futuro.
Sotto l’aspetto “comunicazione trasparente”, si tratta di un processo che deve essere comunicato in via preventiva, al fine di “rasserenare” i cittadini, che da troppo tempo comprendono che il contesto in cui opera la Rai è “inquinato” da rapporti e pesi non più accettabili.
In assenza di un tale processo, l’azionista dovrà trovare altre forme di “sostegno” che, per le ragioni appena accennate, risulteranno di ancor maggior difficile accettazione da parte dei cittadini, salvo procedere ad una “cessione con dote”, in una situazione ove la “dote” lo stato non è in grado di metterla sul tavolo.
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