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SPAZIODONNA con Vitalba AZZOLLINI


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Questo paper molto importante viene pubblicato suddiviso in argomenti. Troverete le altre edizioni ogni giorno a seguire sino al completamento
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Fare cultura è un’“impresa”

le sponsorizzazioni culturali in Italia
Introduzione
L’Italia possiede un “giacimento culturale” di enorme rilevanza, costituito da beni di preminenza a livello mondiale, [1] diffusi capillarmente sull’intero territorio nazionale, nonché dotati di un potenziale economico molto alto .[2] Al momento, tuttavia, le esigenze di conservazione e valorizzazione di detti beni, sempre più impellenti, non possono essere adeguatamente soddisfatte, dati gli ingenti investimenti a ciò necessari e, al contempo, la carenza di fondi dovuta alla precaria condizione delle finanze statali: il supporto pubblico è, quindi, insufficiente. Ferma restando la competenza esclusiva attribuita dalla Costituzione alla “Repubblica” (art. 9) per la tutela del patrimonio culturale,[3] da quanto esposto appare evidente che la partecipazione dei privati al finanziamento degli interventi aventi a oggetto il patrimonio stesso risulta quanto mai importante. La crisi in corso “sta vincendo quella che sembrava una battaglia ideologica impossibile: sdoganare i privati”,[4] nel tentativo di superare la diffidenza spesso avvertita quando l’area della cultura viene in qualche modo sfiorata dall’impresa e, di conseguenza, dal “mercato”. Infatti, le circostanze attuali – la scarsità di fondi pubblici e gli interventi di cui necessita l’area suddetta[5]– inducono ad auspicare l’apporto di capitali privati effettuato sulla base di motivazioni anche diverse da “l’arte per l’arte”. Fino a tempi recenti, in Italia, quest’ultimo veniva concepito esclusivamente sotto forma di mecenatismo, unica modalità idonea a esprimere un interesse “puro” per l’arte, avulso cioè dall’idea di un qualsivoglia profitto: le circostanze sopra menzionate richiedono, invece, che il supporto dei privati alle operazioni di tutela e valorizzazione dei beni culturali si realizzi anche in altre forme. Peraltro, se serve che risorse indispensabili vengano convogliate all’arte attraverso quanti più canali, può ritenersi che la propensione ad investirle sia maggiore qualora se ne tragga un ritorno adeguato, ciò soprattutto in tempi di crisi. In base a queste considerazioni, la sponsorizzazione – contratto mediante il quale un soggetto, “a fronte di un corrispettivo da pagare, acquisisce il diritto, in varie forme, di utilizzare a proprio vantaggio l’immagine o il nome di un certo bene culturale, ad esempio, associandolo a quello di un certo prodotto o di una certa operazione imprenditoriale”[6]– rientra tra gli strumenti che è utile favorire affinché i fondi necessari possano pervenire al settore. Essa consente, infatti, di soddisfare interessi differenti, ma confluenti verso una direzione condivisa: da un lato, quello dello Stato che, non disponendo di mezzi sufficienti alla cura del patrimonio culturale, ha bisogno di fonti alternative di finanziamento; dall’altro, quello di aziende private che, contribuendo a detta cura, ottengono il beneficio promozionale, anche in termini reputazionali, dell’abbinamento del proprio marchio alle iniziative supportate. Di recente, “sulla frontiera dove la cultura incontra il mercato (…) imprenditori illuminati, ma anche consapevoli delle ricadute sul loro brand”,[7] hanno realizzato sponsorizzazioni importanti: quella avente a oggetto il restauro del Colosseo[8] è forse la più conosciuta, ma notevole rilevo assumono, tra gli altri, gli interventi per il finanziamento dei lavori riguardanti il Ponte di Rialto e Ca’ Corner della Regina a Venezia, nonché l’Arco Etrusco di Perugia.  La sponsorizzazione, quale modalità di sostegno all’arte, ancorché relativamente recente trova nella Carta costituzionale diversi principi di riferimento,[9]oltre a quello fondamentale relativo alla “tutela del patrimonio storico-artistico” e alla “promozione dello sviluppo della cultura” di cui all’art. 9 Cost. sopra citato.[10]
Innanzi tutto, essa può ritenersi strumento teso ad attuare il principio pluralista di cui all’art. 33 Cost., che proclama il valore della libertà dell’arte e della scienza, sia come libera espressione del pensiero, affinché la personalità dell’individuo possa realizzarsi esaustivamente; sia come libero accesso alla conoscenza, quale mezzo di emancipazione dei singoli e di arricchimento della collettività al contempo. Il pluralismo così inteso, peraltro, concorre ad agevolare il “pieno sviluppo della persona umana” previsto dall’art. 3 Cost.. La sponsorizzazione culturale può altresì considerarsi estrinsecazione del valore della solidarietà sociale – quale si desume essenzialmente dagli artt. 2,3, 4 Cost. – che funzionalizza i comportamenti individuali al perseguimento di obiettivi d’interesse collettivo;[11] nonché, per altri versi, del principio di sussidiarietà orizzontale di cui all’art. 118 Cost., volto a favorire l’autonoma iniziativa dei cittadini per lo svolgimento di attività di interesse generale.[12]Ne consegue che la sponsorizzazione sia, altresì, riconducibile al principio della libertà di iniziativa economica privata exart. 41 Cost..[13]Quanto sopra premesso, il fatto “che i beni culturali vengano utilizzati per produrre reddito di per sé non può considerarsi in alcun modo contrario ai principi che governano questa materia”.[14]“La cultura, non meno dell’iniziativa economica privata, ha bisogno di concorrenza per spiegare al meglio tutte le sue potenzialità, mettendole al servizio del più generale sviluppo del Paese”.[15] Con specifico riguardo alle sponsorizzazioni in discorso, ciò risulta evidente laddove si consideri, da un lato, come in precedenza accennato, che da esse discendono utilità e vantaggi in termini di pubblicità e ritorno di immagine a favore delle imprese sponsor, “competitor” potenziali; dall’altro, che la selezione concorrenziale consente alle amministrazioni di individuare la controparte che possa offrire beni e servizi alle condizioni migliori. Infatti, la disciplina che nel tempo è stata elaborata per le operazioni suddette riconosce l’importanza della sana competizione tra privati quale elemento di efficienza anche nel settore in esame, tendendo a creare un ambiente favorevole al suo svolgimento. Essa, tuttavia, non pare aver raggiunto pienamente tale obiettivo, stante – tra l’altro – la circostanza che le sponsorizzazioni continuano a essere poco utilizzate, forse anche a causa della scarsa “attrattività” della disciplina predetta. Infatti, se la tutela del confronto tra gli interessati viene perseguita mediante l’iper-regolazione degli strumenti preposti a realizzarla – come in appresso verrà dimostrato attraverso un excursus normativo e taluni esempi concreti – essa finisce per tradursi in appesantimento operativo e burocrazia onerosa, che mortifica il dinamismo del mercato e scoraggia la partecipazione e l’investimento dei privati. Vista la carenza di risorse pubbliche che caratterizza il settore dei beni culturali, non è certo questo il più auspicabile risultato.
1.     Il quadro normativo
Le sponsorizzazioni[16] cominciarono a diffondersi in Italia nei primi anni ’50 nel campo degli sport di massa,[17]l’interesse ai quali, direttamente o tramite i media, da parte di un pubblico ampio e variegato garantiva la pubblicità del marchio dell’impresa sponsor.[18]In seguito, esse vennero utilizzate anche nel settore culturale, parallelamente all’acquisizione da parte di quest’ultimo – ambito tradizionalmente “elitario” – di una dimensione più popolare e aperta a molti livelli sociali. Nonostante in passato le operazioni in discorso fossero assimilate ai contratti pubblicitari, rispetto a essi rivestono un’autonoma rilevanza:[19]mentre la pubblicità in senso stretto realizza ladiffusione di un messaggio creato ad hocin modi e tempi convenuti, al fine di accrescere in via diretta la conoscenza di ciò che ne è a oggetto, le sponsorizzazioni permettono di conseguire lo stesso risultato ma in maniera indiretta, ossia attraverso il legame che la generalità è indotta a instaurare fra l’identità aziendale e il bene ad essa associato.[20]Nel settore culturale, in particolare, esse si connotano quale canale di comunicazione atto a migliorare la reputazione dello sponsor, in quanto correlata al sistema di valori connesso all’arte; a differenza della pubblicità vera e propria, peraltro, concretano un’attività di marketing non unilaterale, ma “congiunto”. Infatti, l’amministrazione, concedendo all’impresa l’abbinamento della propria immagine a un determinato evento culturale o a un’opera d’arte, con il contributo ricevuto può alleviare la cronica penuria di fondi disponibili per il settore e così esercitare in modo migliore i compiti a essa demandati; l’impresa, a propria volta, avvalendosi di detto abbinamento, può ottenere un efficace ritorno promozionale e un vantaggio competitivo rilevante rispetto ai propri concorrenti.
La prima disciplina generale delle sponsorizzazioni risale alla l. n. 449/1997 (legge finanziaria per il 1998),[21] che riconobbe a tutte le amministrazioni la possibilità di ricorrere – nel rispetto di determinate condizioni, di cui si dirà in prosieguo – a tali operazioni, al dichiarato scopo “di favorire l’innovazione dell’organizzazione amministrativa e di realizzare maggiori economie, nonché una migliore qualità dei servizi prestati” (art. 43, c. 1). In vista di quest’ultimo fine il d.lgs. n. 267/2000 (T.U.E.L., art. 119), richiamando espressamente la predetta legge, estese a comuni, province e altri enti locali la facoltà di stipulare i contratti in argomento.[22]Nella Determinazione n. 24/2001,[23]l’Autorità per la Vigilanza sui Contratti Pubblici chiarì che essi restavano fuori dall’ambito della disciplina comunitaria e nazionale degli appalti pubblici, non essendo catalogabili come contratti passivi, bensì comportando “un vantaggio economico e patrimoniale direttamente quantificabile per la pubblica amministrazione mediante un risparmio di spesa”. Conformemente a tale pronuncia, il legislatore modificò la l. n. 109/1994 (c.d. legge Merloni, art. 2),[24]escludendo le  sponsorizzazioni, di cui alle leggi sopra menzionate, dall’applicazione della normativa in materia di lavori pubblici, ad eccezione delle disposizioni inerenti la qualificazione degli esecutori dei lavori. Detta esclusione venne ribadita dal d.lgs. n. 30/2004 (art. 2) con riguardo a lavori concernenti beni del patrimonio culturale.[25]
Il Codice dei Beni culturali e del paesaggio ha previsto specificamente le sponsorizzazioni per gli interventi nel settore culturale. Il primo comma dell’art. 120, così come sostituito dal d.lgs. n. 62/2008,[26] ne fornisce una definizione ampia, che include “ogni contributo, anche in beni o servizi, erogato per la progettazione o l’attuazione di iniziative in ordine alla tutela ovvero alla valorizzazione del patrimonio culturale, con lo scopo di promuovere il nome, il marchio, l’immagine, l’attività o il prodotto dell’attività del soggetto erogante”. Dal disposto dell’articolo citato si evince che la sinallagmaticità costituisce un elemento fondamentale della fattispecie considerata poiché, in sua assenza, l’apporto erogato dal privato all’amministrazione potrebbe essere ricondotto a figure giuridiche diverse; si desume, inoltre, che tale apporto è necessariamente strumentale alla predisposizione o alla realizzazione di iniziative istituzionali riguardanti beni culturali, non essendo possibile, quindi, un’ipotesi di sponsorizzazione fine a se stessa.[27] Allo scopo di garantire la corretta esecuzione delle operazioni in esame, il Codice contempla specifiche forme di controllo da parte dei contraenti: all’art. 120, c. 1, stabilisce che il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo effettui “la verifica della compatibilità di dette iniziative con le esigenze della tutela” del patrimonio culturale in conformità alle norme del Codice stesso; parallelamente, all’art. 120, c. 3, dispone che il soggetto erogante controlli lo svolgimento dell’iniziativa cui il contributo si riferisce, secondo quanto definito con il contratto.[28]Limiti alle sponsorizzazioni culturali sono posti dall’art. 120, c. 2, in forza del quale “l’associazione del nome, del marchio, dell’immagine, dell’attività o del prodotto all’iniziativa oggetto del contributo” può avvenire solo “in forme compatibili con il carattere artistico o storico, l’aspetto e il decoro del bene culturale da tutelare o valorizzare”, la valutazione delle quali compete al Ministero dei beni culturali.[29] Altri limiti discendono dalla disposizione di cui alla citata l. n. 449/1997 (art. 43), secondo cui le sponsorizzazioni devono: i) essere dirette al perseguimento di interessi pubblici; ii) escludere forme di conflitto di interesse tra l’attività pubblica e quella privata; iii) comportare risparmi di spesa per le amministrazioni interessate.[30]
Le sponsorizzazioni concernenti beni culturali hanno trovato per molto tempo disciplina, oltre che nell’art. 120 del Codice dei Beni culturali, altresì negli artt. 26 e 27 del d. lgs. n. 163/2006 (Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture), con specifico riguardo ai profili attinenti la scelta dello sponsor.[31]L’art. 26 rappresenta una sorta di temperamento alla richiamata esclusione delle operazioni in argomento dalla normativa in materia di lavori pubblici e, quindi, dalla relativa procedura di evidenza pubblica. Infatti, i contratti di sponsorizzazione, nonché quelli a essi assimilabili, se “aventi ad oggetto i lavori di cui all’allegato I, nonché  gli  interventi  di  restauro e manutenzione di  beni mobili  e  delle  superfici  decorate di beni architettonici  sottoposti  a tutela ai sensi del decreto legislativo 22 gennaio  2004,  n. 42,  ovvero i servizi di cui all’allegato II, ovvero  le  forniture  disciplinate  dal  presente codice,  quando i lavori, i servizi, le forniture sono acquisiti o realizzati a cura e a spese dello sponsor” (c.d. sponsorizzazione tecnica, come si vedrà in appresso) sono assoggettati ai principi del Trattato per la scelta  dello sponsor e, dunque, a una procedura di evidenza pubblica semplificata, in luogo di quella più onerosa prevista dal Codice stesso per contratti diversi.[32] Alle fattispecie in discorso si applicano le regole di detto Codice in materia di requisiti di qualificazione dei progettisti e degli esecutori del contratto; inoltre, l’amministrazione “impartisce le prescrizioni opportune in ordine alla progettazione, nonché alla direzione ed esecuzione del contratto”.[33]L’art. 27 dispone, poi, che l’affidamento dei contratti pubblici aventi a oggetto lavori, servizi e forniture esclusi, in tutto o in parte, dall’applicazione del Codice (e, quindi, anche quelli di cui all’art. 26) avvenga nel rispetto dei principi di economicità, efficacia, imparzialità, parità di trattamento, trasparenza, proporzionalità”, nonché invitando alla selezione concorsuale almeno cinque concorrenti, se compatibile con l’oggetto del contratto.
I principi previsti dagli artt. 26 e 27 del Codice degli appalti sono stati oggetto di attuazione in via legislativa per il tramite dell’art. 2, c. 7, del d.l. n. 34/2011. “Allo scopo di favorire l’apporto di risorse provenienti da soggetti privati” per gli interventi di tutela nell’area archeologica di Pompei, la norma citata prevede, con riferimento ai relativi contratti di sponsorizzazione, che “gli obblighi di pubblicità, imparzialità, parità di trattamento, trasparenza, proporzionalità, previsti dagli articoli 26 e 27” si considerino assolti “con la pubblicazione di un avviso pubblico nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana e, ove occorrente, nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea, nonché su due quotidiani a diffusione nazionale, per almeno trenta giorni, contenente un elenco degli interventi da realizzare, con l’indicazione dell’importo di massima stimato previsto per ciascun intervento. In caso di presentazione di una pluralità di proposte di sponsorizzazione, la Soprintendenza provvede ad assegnare a ciascun candidato gli specifici interventi, definendo le correlate modalità di valorizzazione del marchio o dell’immagine aziendale dello sponsor, secondo quanto previsto dall’art. 120 del codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, e successive modificazioni. In caso di mancata o insufficiente presentazione di candidature, il Soprintendente può ricercare ulteriori sponsor, senza altre formalità e anche mediante trattativa privata”.[34]
La procedura di selezione degli sponsor per la realizzazione delle operazioni riguardanti beni culturali è stata in seguito specificamente regolamentata nel dettaglio dal d.l. n. 5/2012 (c.d. decreto semplificazioni, convertito nella l. n. 35/2012), che – oltre a modificare l’art. 26, c. 1, del Codice dei contratti pubblici, fissando una soglia di rilevanza di 40.000 euro sotto cui le relative prescrizioni non vengono applicate[35]– introduce nel Codice stesso l’art. 199-bis, concernente la procedura suindicata. Detta norma non sostituisce, bensì integra quella dell’art. 26, alla quale è raccordata dal comma 2-bis di tale ultimo articolo: “Ai contratti di sponsorizzazione di lavori, servizi e forniture aventi ad oggetto beni culturali si applicano altresì le disposizioni dell’art. 199-bis del presente codice”. Pertanto, i contratti già sottratti – se pure parzialmente, come visto – alla disciplina degli appalti dall’art. 26 del relativo Codice sono espressamente assoggettati al citato art. 199-bis.[36]Quest’ultimo distingue tra due tipi di sponsorizzazione: la prima, definita “di puro finanziamento”, in cui lo sponsorassume, anche mediante accollo, le “obbligazioni di pagamento dei corrispettivi dell’appalto dovuti dall’amministrazione”, rimanendo tuttavia estraneo all’esecuzione dello stesso; la seconda, definita “tecnica”, che realizza “una forma di partenariato estesa alla progettazione e alla realizzazione di parte o di tutto l’intervento a cura e a spese dello sponsor”. [37]L’art. 199-bis dispone, innanzitutto, che “i lavori, i servizi e le forniture” oggetto di sponsorizzazione, sia essa del primo o del secondo tipo,[38]vengano inseriti nell’ambito della programmazione triennale ex art. 128 del Codice degli appalti.[39]Per quanto attiene ai profili procedurali, lo stesso articolo indica “molto puntualmente, quasi puntigliosamente, le modalità di ricerca dello sponsor”, da adottare per entrambe le tipologie di sponsorizzazione sopra indicate:[40]essa avviene mediante bando pubblicato sul sito istituzionale dell’amministrazione interessata per almeno trenta giorni e di detta pubblicazione è dato avviso su almeno due dei principali quotidiani a diffusione nazionale e nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana nonché, per contratti di importo superiore alle soglie di cui all’art. 28 del Codice stesso, nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea. L’avviso contiene una sommaria descrizione di ciascun intervento, con l’indicazione del valore di massima e dei tempi di realizzazione, con la richiesta di offerte in aumento sull’importo del finanziamento minimo indicato. Nell’avviso è altresì specificato se si intende acquisire una sponsorizzazione di puro finanziamento ovvero una sponsorizzazione tecnica. In quest’ultimo caso, nel bando sono indicati gli elementi e i criteri di valutazione delle offerte. Le offerte pervenute sono esaminate direttamente dalla stazione appaltante oppure, in caso di operazioni di valore superiore a un milione di euro o di particolare complessità, mediante un’apposita commissione giudicatrice. L’amministrazione stila la graduatoria delle offerte e può indire una successiva fase finalizzata all’acquisizione di ulteriori offerte migliorative, stabilendo il termine ultimo per i rilanci. In caso di sponsorizzazione pura, il contratto sarà stipulato con il soggetto che ha offerto il finanziamento maggiore; in caso di sponsorizzazione tecnica, con quello che ha proposto l’offerta realizzativa giudicata migliore. Nell’ipotesi in cui alla scadenza del termine fissato nel bando (non inferiore a sessanta giorni) non sia stata presentata nessuna offerta, o nessuna offerta appropriata, ovvero tutte le offerte presentate siano irregolari ovvero inammissibili, in ordine a quanto disposto dal Codice degli appalti in relazione ai requisiti degli offerenti o delle offerte, o non siano rispondenti ai requisiti formali della procedura, la stazione appaltante può, nei successivi sei mesi, ricercare di propria iniziativa lo sponsor con cui negoziare il contratto di sponsorizzazione, ferme restando la natura e le condizioni essenziali delle prestazioni richieste nel bando. Se attraverso tale modalità la stazione appaltante non trovasse offerte utili, può nuovamente pubblicare la richiesta di sponsorizzazione nell’allegato del programma triennale dei lavori dell’anno successivo.
Allo scopo di definire ancora più dettagliatamente l’iter da seguire per le sponsorizzazioni in discorso, il richiamato d.l. n. 5/2012 ha altresì previsto l’approvazione, con decreto del Ministro per i beni e le attività culturali, di “norme tecniche e linee guida applicative delle disposizioni contenute nell’articolo 199-bis del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, nonché di quelle contenute nell’articolo 120 del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, e modificazioni, anche in funzione di coordinamento rispetto a fattispecie analoghe o collegate di partecipazione di privati al finanziamento o alla realizzazione degli interventi conservativi su beni culturali, in particolare mediante l’affissione di messaggi promozionali sui ponteggi e sulle altre strutture provvisorie di cantiere e la vendita o concessione dei relativi spazi pubblicitari”. Detta norma è stata attuata mediante l’emanazione del decreto ministeriale 19 dicembre 2012, recante Approvazione delle norme tecniche e linee guida in materia di sponsorizzazione di beni culturali e di fattispecie analoghe o collegate”.


[1] La Commissione Franceschini (Commissione di indagine per la tutela e la valorizzazione delle cose di interesse storico, archeologico, artistico e del paesaggio), istituita dalla l. n. 310/1964 , definì i “beni culturali” in modo unitario e omnicomprensivo: sono quelli “di interesse archeologico, storico, artistico, ambientale e paesistico, archivistico e librario, ed ogni altro bene che costituisca testimonianza materiale avente valore di civiltà”. “La Commissione rifiutò d’affidarsi alle enumerazioni, agli elenchi, a un catalogo chiuso di beni da proteggere, secondo l’uso fin allora invalso nella legislazione posta a presidio del nostro patrimonio culturale”. In questo senso, M. Ainis, “Beni culturali – XXI Secolo” http://www.treccani.it/enciclopedia/beni-culturali_(XXI_Secolo). L’art. 2 del Codice dei Beni culturali e del paesaggio (d. lgs. n. 42/2004), definisce i beni in discorso come “le cose immobili e mobili che, ai sensi degli articoli 10 e 11, presentano interesse artistico, storico, archeologico, etnoantropologico, archivistico e bibliografico”, insieme alle “altre cose individuate dalla legge o in base alla legge quali testimonianze aventi valore di civiltà”.
[2] Al riguardo, per approfondimenti, v. “Il valore della cultura: ricerca sugli investimenti delle imprese italiane in cultura, Ufficio Studi Ministero per i Beni e le Attività Culturali”, Newsletter n. 5/2010. Civita – Osservatorio “G. Imperatori” (2010)  http://www.fondazioneflorens.it/wp-content/uploads/studio_strategico_2010.pdfnonché, da ultimo, “Io sono cultura – L’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi”, Rapporto 2014, Fondazione Symbola e Unioncamere, in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura della Regione Marche
http://www.symbola.net/assets/files/Io%20sono%20Cultura%202014%20Completa_1404117089.pdf
[3] G. Fidone, “Il ruolo dei privati nella valorizzazione dei beni culturali: dalle sponsorizzazioni alle forme di gestione”, in Aedon, 2012, 1-2, http://www.aedon.mulino.it/archivio/2012/1_2/fidone.htm, la “tutela dei beni culturali è riservata alla Repubblica (…). Peraltro, il termine Repubblica deve essere inteso come riserva delle stesse funzioni ai pubblici poteri, intesi come Stato – ordinamento, ovvero allo Stato in tutte le articolazioni territoriali che lo compongono, secondo il disposto dell’art. 114 Cost.”.
[4] A. Mingardi, “Il cambio di passo solo con privati ‘partner’ – Come modernizzare la governance dei beni culturali” http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=13518
[5] Al riguardo, v. I. Borletti Buitoni, “Il ruolo dei privati insostituibile sostegno per la valorizzazione dei Beni culturali” http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2013-08-22/ruolo-privati-insostituibile-sostegno-185437.shtml?uuid=AbZwLXPI: “Lo sponsor, oltre al vantaggio fiscale, vuole ovviamente anche un ritorno in termini di ‘awareness’ per il proprio marchio il che non significa affatto mercificare l’arte ma semplicemente garantire a chi sostiene un istituzione culturale un riconoscimento pubblico ovviamente nel rispetto della vocazione del bene e della sua tutela”.
[6]  Tra gli altri, v. G. Fidone, op. cit.. Prima della qualificazione operatane dalla legge, la giurisprudenza l’aveva definita come il contratto con cui un soggetto “assume, normalmente verso corrispettivo, l’obbligo di associare a proprie attività il nome o il segno distintivo di altro soggetto, detto sponsor o sponsorizzatore” (Cons. di Stato, sez. VI, sent. n. 6073/2001 http://www1.interno.gov.it/mininterno/export/sites/default/it/sezioni/sala_stampa/notizie/enti_locali/notizia_16011.html_599670053.html ). Al riguardo, v. anche N. Ferrante, “Gli accordi di sponsorizzazione”
http://www.altalex.com/index.php?idnot=10422. L‘Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture (AVCP) l’ha definita come un contratto atipico a prestazioni corrispettive mediante il quale lo sponsor offre le proprie prestazioni nei confronti della Pubblica Amministrazione, la quale si obbliga verso il primo a pubblicizzare in appositi spazi nome, logo, marchio o prodotti durante lo svolgimento di determinate attività (cfr. Deliberazione AVCP n. 9/2012 che richiama la Determinazione AVCP n. 48/2008 http://www.avcp.it/portal/public/classic/AttivitaAutorita/AttiDellAutorita/_Atto?ca=4911). V. anche V. Falce, “I contratti di sponsorizzazione”, in “I contratti di pubblicità e di sponsorizzazione” a cura di A. M. Gambino, Giapichelli Editore, 2012,  p. 53 ss..
[7]“Io sono cultura” cit, p. 8.
[8]v. capitolo 4.
[9] Le sponsorizzazioni si collocano entro il perimetro normativo tracciato dal menzionato art. 9 Cost. (v. anche nota seguente), nonché dall’art. 117 Cost. che, a seguito della riforma del Titolo V, ha devoluto alla potestà legislativa concorrente degli enti regionali la valorizzazione dei beni culturali e ambientali”, nonché la “promozione e organizzazione di attività culturali”, lasciando alla competenza esclusiva della legge statale i compiti di tutela.
[10] Al riguardo, P. Carpentieri, “Fruizione, valorizzazione, gestione dei beni culturali”, Relazione tenuta al convegno “Il nuovo codice dei beni culturali e del paesaggio. Prospettive applicative”, 26 giugno 2004, http://www.avvocatiamministrativisti.it/html/carpentieri.html osserva come tradizionalmente la disciplina dei beni culturali sia stata improntata a una connotazione “difensiva”, volta cioè ad assicurarne “la conservazione, l’integrità e la sicurezza” (v. l’intitolazione del Capo II della legge 1 giugno 1939, n. 1089, sulla “Tutela delle cose d’interesse artistico e storico”). Solo successivamente si è affermata la concezione che detti beni esprimessero un valore non solo materiale e, quindi, che la loro tutela dovesse essere funzionalmente connessa a un’attività di promozione finalizzata alla loro fruizione. La cultura è “fattore d’emancipazione individuale, e insieme come asse su cui poggia l’identità del popolo italiano” e, in questo senso, “è al tempo stesso conservazione e rielaborazione del passato, è memoria rinnovata”: così M. Ainis, op. cit.. Tra gli altri, P. Carpentieri, op. cit.: “L’idea del pubblico godimento e della pubblica fruizione del valore culturale insito nelle cose di interesse storico-artistico si collega a un ideale illuministico di diffusione della cultura e ai valori democratici espressi dalla Rivoluzione francese. La tutela non è più intesa come pura conservazione, ma diviene strumento della crescita culturale”. Detta impostazione – e, dunque, la connessione teleologica tra il concetto di “tutela” e quello di “promozione”, al fine di tramandare i valori fondanti della Nazione, quale risulta dalla lettura di sintesi dell’art. 9 Cost. – è stata altresì evidenziata dal Presidente della Repubblica C.A. Ciampi (5 maggio 2003): “sviluppo, ricerca, cultura, patrimonio formano un tutto inscindibile. Anche la tutela, dunque, deve essere concepita non in senso di passiva protezione, ma in senso attivo, e cioè in funzione della cultura dei cittadini, deve rendere questo patrimonio fruibile da tutti (…) oggi e domani per tutte le generazioni. La doverosa economicità della gestione dei beni culturali, la sua efficienza, non sono l’obiettivo della promozione della cultura, ma un mezzo utile per la loro conservazione e diffusione” http://www.quirinale.it/qrnw/statico/ex-presidenti/ciampi/dinamico/discorso.asp?id=22144.  Circa il “nesso finalistico che lega i due commi dell’art. 9 Cost.”, vedi anche la “Relazione Finale della Commissione per il rilancio dei beni culturali e del turismo e per la riforma del ministero in base alla disciplina sulla revisione della spesa”
http://www.aedon.mulino.it/primopiano/relazione_finale_commissione_beni_culturali_2013.pdf. Ugualmente, secondo la Corte costituzionale (sentenza n. 9 del 2004), la tutela “è diretta principalmente a impedire che il bene possa degradarsi nella sua struttura fisica e quindi nel suo contenuto culturale; ed è significativo che la prima attività in cui si sostanzia la tutela è quella del riconoscere il bene culturale come tale”; mentre “la valorizzazione è diretta soprattutto alla fruizione del bene culturale, sicché anche il miglioramento dello stato di conservazione attiene a quest’ultima nei luoghi in cui avviene la fruizione ed ai modi di questa” http://www.aedon.mulino.it/archivio/2004/2/9.htm. L’impostazione per cui la conservazione di detti beni è funzionale all’elevazione morale e civile della persona viene, peraltro, rafforzata dal principio di cui all’art. 33 Cost. relativo alla libertà dell’arte – intesa  non solo quale libera “espressione” artistica, ma altresì come libera “fruizione” per l’acquisizione della conoscenza dell’arte stessa – tesa a garantire un più compiuto “pluralismo”. Tra gli altri, S. Silvieri, “Spunti sulle ‘nuove’ modalità fruitive e diffusive del contenuto culturale”, Aedon, 1/2013 http://www.aedon.mulino.it/archivio/2013/1/silverio.htm: “Una piena espansione della libertà di espressione culturale costituisce il presupposto indispensabile per l’integrazione delle culture, in una dimensione di molteplicità ormai irriducibile, e dunque per la compiuta realizzazione del pluralismo democratico”. Peraltro, “La conservazione del patrimonio culturale non è un’attività routinaria, è una politica culturale”, così F. Cavazzoni e M. Friel, “Pompei. Il ruolo degli incentivi per una buona gestione del patrimonio culturale”, p. 5 http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=10018#sthash.t8gi0PWZ.dpuf.
[11]In questo senso, M. Ainis op. cit.. Si consideri che l’art. 111, c. 4, del Codice dei Beni culturali dispone e che la valorizzazione dei beni culturali “ad iniziativa privata è attività socialmente utile e ne è riconosciuta la finalità di solidarietà sociale”.
[12]Il Codice dei Beni culturali prevede un’ampia gamma di concessioni e convenzioni per la gestione, da parte di privati, di attività di valorizzazione e di servizi per il pubblico (artt. 115 e 117).
[13]Il Codice dei Beni culturali e del paesaggio, a propria volta, attribuisce rilevanza all’intervento dei privati nella materia in oggetto, disponendo esplicitamente che la Repubblica favorisce e sostiene la loro partecipazione alla “valorizzazione del patrimonio culturale” (art. 6, c. 3). Il concetto di “valorizzazione” ha insito in sé quello di “promozione” di cui al citato art. 9 Cost., così come esplicitato, peraltro, nel Codice dei Beni culturali, art. 6, c. 1: “La valorizzazione consiste nell’esercizio delle funzioni e nella disciplina delle attività dirette a promuovere la conoscenza del patrimonio culturale e ad assicurare le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica del patrimonio stesso, al fine di promuovere lo sviluppo della cultura. Essa comprende anche la promozione ed il sostegno degli interventi di conservazione del patrimonio culturale”.

[14] G. Manfredi, “La valorizzazione dei beni culturali come compito costituzionalmente necessario”, Atti del workshop “Le ragioni di una rivista”, Fermo, 6-7 maggio 2011, p. 29 http://riviste.unimc.it/index.php/cap-cult/article/view/122/98.

[15]M. Ainis, op. cit…
[16] L’etimo dell’espressione “sponsorizzazione” è riconducinile al verbo latino “spondere”, nel significato di “rendersi garante” di obbligazioni assunte da altri (“centum mihi dari spondes? Spondeo”). Al riguardo,  R. Rossotto, “Contratti di sponsorizzazione: opportunità giuridiche”, Aedon n. 1/2010  http://www.aedon.mulino.it/archivio/2010/1/rossotto.htm. Inoltre, S. Cavaliere,Le sponsorizzazioni e la tutela del patrimonio culturale”, p. 1
 http://www.amministrazioneincammino.luiss.it/wp-content/uploads/2012/07/Cavaliere_Sponsorizzazioni-patrimonio-culturale.pdf e V. Falce, “Il contratto di sponsorizzazione tra autonomia negoziale e regolazione pubblicistica” http://www.dimt.it/2013/03/16/il-contratto-di-sponsorizzazione-tra-autonomia-negoziale-e-regolazione-pubblicistica/. All’entrata del Colosseo vi è una targa che ricorda la sponsorizzazione dei lavori effettuati a seguito di un terremoto, nel 200 D.C., come rammenta D. De Feo, “L’intervento di sponsor privati? Il problema è la burocrazia” http://www.ilsussidiario.net/News/roma/2012/6/13/ALLARME-MONUMENTI-De-Feo-l-intervento-di-sponsor-privati-Il-problema-e-la-burocrazia/290823/.
[17]S. Cavaliere, op. cit., p. 2.
[18] Il talento che conferiva notorietà a un determinato soggetto veniva utilizzato al fine di avvalorare, sia pure in maniera del tutto irrazionale, la bontà di un prodotto o di un servizio. In questo senso, “I contratti di pubblicità e di sponsorizzazione” cit., p. 7, nonché A.M. Gambino, “I contratti di pubblicità e sponsorizzazione – Relazione introduttiva”
[19] “I lineamenti della sponsorizzazione consentono di collocarla nell’ampio genus dei contratti di pubblicità, costituendone una species dotata di rilevanza autonoma”, v. V. Falce, op. cit..
[20]“La causa del contratto di sponsorizzazione non è la realizzazione di un ritorno pubblicitario, ha lucidamente notato M. Bianca, ma la realizzazione del ritorno pubblicitario attraverso la veicolazione dichiarata e palese di un’attività di diversa natura, finanziata dallo sponsor”. Così V. Falce, op. cit..
[21]Per una disamina delle norme succedutesi nel tempo N. Ferrante http://www.altalex.com/index.php?idnot=10422. Inoltre, un chiaro excursusdell’evoluzione dell’istituto in esame è nella già menzionata Deliberazione AVCP n. 9 dell’8 febbraio 2012 http://www.avcp.it/portal/public/classic/AttivitaAutorita/AttiDellAutorita/_Atto?ca=4911. Prima della citata l. n. 449/1997 una definizione della sponsorizzazione era stata data dalla legge n. 223/1990 (Disciplina del sistema radiotelevisivo pubblico e privato), che la definiva come “ogni contributo in beni o servizi, denaro o ogni altra utilità proveniente da terzi allo scopo di promuovere il loro nome, marchio o attività, ovvero conseguire una proiezione positiva di ritorno e quindi un beneficio di immagine”. La giurisprudenza, a propria volta, aveva fornito indicazioni essenziali al fine di consentirne l’utilizzo nella pratica, come rammenta S. Cavaliere, op. cit., p. 2, richiamando gli estremi delle pronunce di riferimento. In particolare, i giudici hanno qualificato la sponsorizzazione come contratto atipico, a titolo oneroso e a prestazioni corrispettive che “comprende una serie di ipotesi nelle quali si ha che un soggetto – il quale viene detto “sponsorizzato” (ovvero, secondo la terminologia anglosassone sponsee) – si obbliga a consentire, ad altri, l’uso della propria immagine pubblica e del proprio nome, per promuovere un marchio o un prodotto specificamente marcato, dietro corrispettivo” (cfr. Cass., civ., sez. I, 11 ottobre 1997, n. 9880 http://www.ricercagiuridica.com/sentenze/sentenza.php?num=65).
[22]“A prima vista, il richiamo del citato art. 43 da parte dell’art. 119 del t.u.e.l. può sembrare pleonastico, in quanto già il medesimo art. 43 prevedeva ab origine gli enti locali tra i destinatari della disciplina in esso contenuta. In realtà, l’art. 119, t.u.e.l. è il frutto della volontà del legislatore del 2000 di rilanciare ancora una volta l’istituto della sponsorizzazione, prevedendo espressamente la legittimazione degli enti locali di ricorrervi anche per realizzare interventi aventi come obiettivo quello di migliorare la qualità dei servizi erogati dagli enti medesimi”. Così G. Piperata, “Sponsorizzazioni e appalti pubblici degli enti locali”, relazione pubblicata in Rivista trimestrale degli appalti, 2002 http://www.osservatorioappalti.unitn.it/content.jsp?id=31&page=2. E’ importante sottolineare che la espressa previsione in via normativa per gli enti statali e locali della possibilità di stipulare contratti di sponsorizzazione ha consentito di superare i dubbi fino a quel momento sussistenti al riguardo. Al riguardo, G. Piperata, “Sponsorizzazione ed interventi di restauro sui beni culturali”, Aedon n. 1/2005, http://www.aedon.mulino.it/archivio/2005/1/piperata.htme A. Fantin, “La sponsorizzazione dei beni culturali: nuovi orizzonti del partnenariato pubblico-privato”, in “Il Capitale culturale”, Studies on the Value of Cultural Heritage, Vol. 2, 2011, p. 118, http://riviste.unimc.it/index.php/cap-cult/article/view/110.
[24]Tale modifica avvenne a opera della l. n. 166/2002.
[25] L’art. 2 del d.lg. 30/2004, , recante “Modificazioni alla disciplina degli appalti di lavori pubblici concernenti i beni culturali”, contemplava i lavori pubblici aventi a oggetto beni mobili ed immobili e gli interventi sugli elementi architettonici e sulle superfici decorate di beni del patrimonio culturale, realizzati mediante contratti di sponsorizzazione. Il primo comma di tale articolo escludeva l’applicazione delle disposizioni nazionali e regionali in materia di appalti di lavori pubblici, ritenendo sufficiente il rispetto dei principi e dei limiti comunitari in materia e delle norme interne sulla qualificazione dei progettisti e dei soggetti esecutori delle opere. Il secondo comma disponeva che spetta all’amministrazione preposta alla tutela del bene oggetto dell’intervento sponsorizzato il compito di impartire le prescrizioni opportune con riferimento alla progettazione, all’esecuzione delle opere e alla direzione dei lavori. Il corpo normativo nell’ambito del quale detta disposizione era inserita è stato poi abrogato ed è confluito nel Codice dei contratti pubblici, artt. 197 e ss..
[26] Nella formulazione precedente, l’ambito di applicazione (soggettivo e oggettivo) del richiamato art. 120 era più ristretto. Il d.lgs. 62/2008, da un lato, ha eliminato il riferimento esclusivo ai soggetti privati come possibili sponsor; dall’altro, ha ampliato l’oggetto del contratto in discorso, aggiungendo le iniziative di “altri soggetti pubblici” a quelle del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, regioni ed enti territoriali, nonché precisando, sul versante dei beneficiari privati, che deve trattarsi di iniziative di “persone giuridiche private senza fine di lucro” ovvero di “soggetti privati su beni culturali di loro proprietà”.
[27]In questo senso Piperata, op. ult. cit..
[28]S. Cavaliere, op. cit. p. 11, evidenzia come detta disposizione lasci “ampio spazio all’accordo delle parti per regolare concretamente l’attuazione della sponsorizzazione”.
[29]Nella relazione di accompagnamento allo schema di decreto legislativo in discorso, si precisa che la disposizione ha l’obiettivo di ribadire “il potere di vigilanza del ministero sia per quanto riguarda la compatibilità fra le iniziative ipotizzate come suscettibili di sponsorizzazione e le esigenze della tutela, sia in ordine alla corretta realizzazione delle iniziative autorizzate a beneficiare del contributo rinveniente dallo sponsor”. Così, G. Piperata, “Servizi per il pubblico e sponsorizzazioni dei beni culturali: gli artt. 117 e 120”, Aedon, n. 3/2008 http://www.aedon.mulino.it/archivio/2008/3/piperata.htm. Detta verifica rientra nella competenza esclusiva del Ministero indipendentemente dal fatto che i soggetti proprietari o consegnatari del bene siano pubblici o privati. Pertanto, essi sono sempre tenuti a richiedere a quest’ultimo la necessaria autorizzazione. Al riguardo, v. d.m. 19 dicembre 2012, recante “Norme tecniche e Linee guida applicative delle disposizioni in materia di sponsorizzazione di beni culturali, anche in funzione di coordinamento rispetto a fattispecie analoghe o collegate di partecipazione di privati al finanziamento o alla realizzazione degli interventi conservativi su beni culturali” (Linee Guida) http://www.aedon.mulino.it/archivio/2012/3/lineeguida.htm. Per gli aspetti problematici inerenti le valutazioni di compatibilità, v.  A. Bartolini, “L’immaterialità dei beni culturali”, Aedon, n. 1/2014, punto 3 http://www.aedon.mulino.it/archivio/2014/1/bartolini.htm.
[30]Fidone, op. cit., richiama anche limiti ulteriori: “devono considerarsi escluse sponsorizzazioni riguardanti propaganda di natura politica, sindacale, filosofica o religiosa; produzione o distribuzione di tabacco, alcoolici o materiale pornografico o a sfondo sessuale; messaggi offensivi, espressioni di fanatismo razzismo, odio o minaccia. Altre limitazioni al contratto di sponsorizzazione possono essere ricavate anche da altre disposizioni dello stesso Codice dei Beni culturali, quali quelle di cui agli artt. artt. 20 e 21 che dettano la disciplina in materia di interventi vietati e soggetti ad autorizzazione e di cui all’art. 49, nel caso in cui la promozione preveda anche l’uso di manifesti o cartelloni pubblicitari”.
[31] Da detti articoli emerge la differenza – specificatamente dettagliata dalla normativa successiva, come si vedrà in prosieguo – tra le due diverse tipologie di sponsorizzazione: quelle pure o di puro finanziamento, nelle quali lo sponsor si impegna nei confronti della stazione appaltante esclusivamente al riconoscimento di un contributo (in cambio del diritto di sfruttare spazi per fini pubblicitari) e non anche allo svolgimento di altre attività; quelle tecniche, aventi a oggetto l’acquisizione o la realizzazione di lavori, servizi e forniture, a cura e spese dello sponsor. Le disposizioni citate nulla prevedono circa la disciplina della prima tipologia indicata, considerata invece dall’art. 120 del Codice dei Beni culturali sotto il  profilo della compatibilità con le esigenze di tutela.
[32]A. Fantin, op. cit., p. 120, parla di “procedura ad evidenza pubblica, seppur depotenziata” e richiama talune motivazioni che hanno indotto il legislatore nazionale a escludere i contratti di sponsorizzazione dalle previsioni del Codice degli appalti e a imporre – a garanzia della concorrenza – solamente l’osservanza dei principi del Trattato sull’Unione Europea.
[33]Già l’AVCP, nella richiamata Determinazione n. 24/2001, aveva precisato che, nonostante il contratto di sponsorizzazione nel settore dei lavori pubblici non rientri “nella disciplina comunitaria e nazionale sugli appalti pubblici per quanto attiene in particolare alle procedure di scelta del contraente, non sembra, invece, potersi prescindere per esso dall’obbligo generale stabilito dalla legge 11 febbraio 1994 n. 109 e successive modificazioni in base al quale gli esecutori di lavori pubblici debbano essere all’uopo qualificati”, a garanzia della “qualità delle lavorazioni effettuate su beni pubblici, a prescindere dal titolo sulla base del quale dette lavorazioni vengano eseguite”.
[34] G. Manfredi, “Le sponsorizzazioni dei beni culturali e il mercato”, Aedon n. 1/2014, http://www.aedon.mulino.it/archivio/2014/1/manfredi.htm, evidenzia come l’art. 2 del d.l. n. 34/2011, pur dichiarando di costituire “attuazione” dell’art. 27 del Codice, in realtà lo deroga in melius, nel senso di attenuarne le rigidità procedurali: ciò dimostrerebbe che degli inconvenienti prodotti dalla rigidità procedurale del Codice degli appalti “non è inconsapevole neppure il legislatore”.
[35] Per le sponsorizzazioni di valore inferiore ai 40.000 euro vigono “unicamente i principi di legalità, buon andamento e trasparenza imposti dalle norme di contabilità pubblica, i quali (…)  potranno ritenersi assolti mediante la pubblicazione di una scheda dell’intervento sul sito dell’amministrazione e la successiva negoziazione anche semplicemente con il primo operatore economico che abbia manifestato interesse”. Così F. Di Mauro, “Le norme tecniche e linee guida applicative delle disposizioni in materia di sponsorizzazioni di beni culturali: i tratti essenziali”, Aedon n. 3/2012 http://www.aedon.mulino.it/archivio/2012/3/dimauro.htm.
[36]“Ai contratti di sponsorizzazione di lavori, servizi e forniture aventi ad oggetto beni culturali si applicano le disposizioni di cui agli artt. 26 e 27 del Codice dei contratti pubblici (…) e si applicano ‘altresì’ le disposizioni dell’articolo 199-bis dello stesso codice. La disciplina introdotta dall’art. 199-bis si aggiunge alle previsioni di carattere generale previste per tutte le sponsorizzazioni dall’art. 26 del Codice dei contratti pubblici”. Così R. Chieppa, “Il nuovo regime delle erogazioni liberali e delle sponsorizzazioni: il settore dei beni culturali e l’intervento delle fondazioni”, Aedon, n. 2/2013 http://www.aedon.mulino.it/archivio/2013/2/chieppa.htm.
[37] Anche nell’art. 199-bis, così come nel menzionato art. 2 del d.l. n. 34/2011, il legislatore dichiara l’intento di dare attuazione ai principi sanciti dal Codice degli appalti (“Al fine di assicurare il rispetto dei principi di economicità, efficacia, imparzialità, parità di trattamento, trasparenza, proporzionalità, di cui all’articolo 27…”). Tuttavia, come si preciserà in prosieguo, nella suddetta norma del Codice degli appalti, le “modalità di attuazione sono ben diverse da quelle previste nel decreto dell’anno precedente”. In questo senso, G. Manfredi, op. ult. cit..
[38] Nella citata Deliberazione n. 9/2012, l’AVCP aveva affermato che il contratto di “sponsorizzazione pura o di puro finanziamento, nella quale lo sponsor si impegna nei confronti della stazione appaltante esclusivamente al riconoscimento di un contributo (in cambio del diritto di sfruttare spazi per fini pubblicitari) e non anche allo svolgimento di altre attività” doveva ritenersi sottoposto solo alle norme di contabilità di Stato, che richiedono l’esperimento di procedure trasparenti. Con la sottoposizione di detta tipologia contrattuale alla più onerosa disciplina prevista dall’art. 199-bis, tale impostazione è stata, quindi, radicalmente mutata, come precisato in prosieguo.
[39]F. Di Mauro, op. cit., sulla base di quanto indicato nelle citate Linee Guida, evidenzia che lo scopo della previsione è quello di evitare che le amministrazioni tendano ad assumere un ruolo passivo a fronte dell’iniziativa del privato. Soprattutto tenuto conto della contingenza economica attuale, che rende il ricorso a risorse private “sempre più necessario per lo svolgimento dei compiti di tutela e di valorizzazione del patrimonio culturale, l’assunzione di un ruolo attivo delle amministrazioni assume rilevanza cruciale, allo scopo di canalizzare le risorse ottenibili mediante le sponsorizzazioni nei confronti delle iniziative e con le modalità ritenute più opportune in vista del perseguimento dell’interesse pubblico”. G. Manfredi, op. ult. cit., invece, evidenzia come la programmazione di cui all’art. 199-bis non risulti funzionale alla concorrenza, nonostante a quest’ultima sembri essere ispirata tale norma, stanti i  principi che essa richiama.
[40] Così G. Manfredi, op. ult. cit., il quale aggiunge che la disciplina dettata da tale norma rappresenta una deroga in peius all’art. 27, richiamato dalla norma stessa, “introducendo un regime che elimina ogni flessibilità nell’affidamento delle sponsorizzazioni dei beni culturali (non escluse le sponsorizzazioni pure)”. Al contrario, G. Fidone, op. cit.. qualifica la scelta compiuta dal legislatore, mediante l’art. 199-bis, come volta a “dare regolazione minima alle diverse fattispecie di sponsorizzazione”.

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