ABOUT ASIA di Alberto FORCHIELLI



FUGA DI CAPITALI DALLA CINA



Per gentile concessione dell’autore, riproduciamo l’ articolo  di Alberto Forchielli, Mandarin Capital Partners, Osservatorio Asia



I capitali stanno defluendo dalla Cina a un ritmo record, innescando timori sulla stabilità finanziaria e complicando gli sforzi da parte della banca centrale che in contemporanea cerca di sostenere un rallentamento dell’economia (abbassando i tassi di interesse). Ingenti flussi di capitale stanno lasciando la Cina, alla ricerca di rendimenti superiori altrove. Tutto ciò, per un’economia che ha calamitato capitali stranieri nel boom dell’ultimo decennio, costituisce un’inversione di rotta rilevante. 
Per quanto riguarda l’uscita dei capitali, un nuovo ciclo di preoccupazioni deriva dal fatto che le riserve di valuta estera detenute dalla Cina sono scese per quattro trimestri consecutivi. Il più lungo declino fino ad oggi. Si tratta di uno storico capovolgimento. Dal 2006 fino allo scorso anno le riserve di valuta estera sono quadruplicate fino a raggiungere un valore complessivo di circa $4 trilioni di dollari. Questi capitali provenivano sia dagli avanzi commerciali sia dalle spese di investitori stranieri per effettuare investimenti a lungo termine in Cina. Un’altra fetta dei $4 trilioni era “denaro caldo” (hot money), ossia capitale proveniente da investitori che ricercano nel mondo obbligazioni al giusto tasso o azioni con rendimenti da ottenere in tempi rapidi. Dopo aver toccato un massimo di $3,99 trilioni alla fine di giugno 2014, il livello delle riserve ha iniziato a ridursi. 
Ma perché la Cina si sta trovando ad affrontare una tale fuga di capitali?
Le cause scatenanti questo fenomeno sono molteplici e diverse fra loro. Tra le cause principali c’è il crollo immobiliare, la contrazione generale dei profitti aziendali e la fine delle oscillazioni verso l’alto della valuta nazionale
Questa serie di cause sta via via demotivando gli investitori ad accalcarsi in questo mercato. I rendimenti stellari che gli investitori si erano abituati a guadagnare in Cina sono adesso in continuo calo. Tutto questo sta accadendo in un momento storico in cui la Cina porta avanti iniziative che rendono più facile spostare il denaro dentro e fuori al paese. La Cina sta infatti implementando una serie di liberalizzazioni volte a raggiungere l’obiettivo di conquistare lo status di valuta di riserva nel paniere del Fondo Monetario Internazionale. Parlando di cifre, l’analista Charles Dumas di Lombard Street Research ha dichiarato che l’anno scorso il deflusso di capitali ha raggiunto quota $800 miliardi, chiedendosi quando questo movimento di fondi sarà chiamato “fuga di capitali” piuttosto che “deflusso di capitali”. Secondo Zhu Haibin, capo economista cinese di JP Morgan, l’uscita di capitale dai confini nazionali ha totalizzato i 450 miliardi di dollari negli ultimi quattro trimestri, se nella stima si considerano i cambiamenti nella valutazione delle riserve estere. Si è così raggiunto, secondo quanto dichiarato da Robin Brooks a Goldman Sachs,”un livello superiore a quanto mai visto prima”. Sebbene i dati pubblicati nella giornata di giovedì 24 Luglio 2015 confermano l’elevato deflusso netto di capitali nei primi sei mesi dell’anno, la State Administration of Foreign Exchange ha insistito sul fatto che non vi è stata una “grande e continua fuga di capitali finora.” Tra le categorie di investitori che stanno muovendo i capitali al di fuori dei confini cinesi ci sono fondi speculativi, individui e aziende cinesi. I capitali lasciano la Cina in una varietà di modi. Talvolta illegittimamente dribblando le strette regolamentazioni in materia. Talvolta invece i trasferimenti sono approvati dalle autorità, come ad esempio i prestiti da banche cinesi all’estero. Gli analisti sono discordanti sulla quantità di “denaro caldo” che lascia la Cina. Certamente, non tutte le uscite di capitale sono speculative. Va inoltre considerato che una parte considerevole è effettivamente un segno dello sviluppo dell’economia cinese, come ad esempio gli investimenti in società estere mirati ad espandere la presenza cinese nel globo. Gli economisti sostengono che anche alcuni dei puri flussi finanziari devono essere considerati un sano movimento da parte dei risparmiatori cinesi che vogliono diversificare in attività estere, piuttosto che un segno di panico circa il rallentamento dell’economia. I deflussi di capitale riflettono anche le recenti riforme intese ad allentare i controlli sui capitali, che cautamente incoraggiano flussi finanziari in uscita attraverso iniziative come lo Shanghai-Hong Kong Stock Connect, che permette dalla Cina di investire in titoli esteri. Va infine ricordato che una notevole quantità di capitale è trasferito illegalmente dai “funzionari nudi”, nonostante il giro di vite sulla corruzione attivato dal presidente XI Jingping.  
Per coloro che interpretano il rallentamento economico in Cina come un segnale dell’arrivo di una crisi finanziaria, i deflussi di capitale sono un segno del calo di fiducia. Costoro avvertono e temono che i flussi di capitale in uscita causeranno un prosciugamento della liquidità nell’economia, rendendo più difficile per le imprese e i governi locali raccogliere fondi. Secondo gli analisti rialzisti, i deflussi di capitale moderati sono un segno che la Cina sta liberalizzando i controlli sui capitali e sta abbandonando la sua ossessione mercantilistica di accumulare riserve in valuta estera. Essi ritengono che la liquidità interna stia generando preoccupazioni ingiustificate, poiché a parere loro la Banca Popolare Cinese (BPC) ha un sacco di nuovi meccanismi per espandere l’offerta di moneta, e così rimpiazzare la liquidità che prima veniva creata dall’iniezione di capitale estero.  In prospettiva mondiale, con la Federal Reserve che si prepara ad aumentare i tassi di interesse ed il mercato azionario cinese che soffre grandi perdite, i flussi di capitale in uscita hanno assunto un’importanza ancora maggiore. Tassi di interesse negli USA più elevati attireranno con ottime probabilità capitali sia dalla Cina che da altri paesi emergenti, mettendo ancora più pressione al ribasso sui prezzi dei titoli azionari cinesi. Un’altro meccanismo che potrebbe incoraggiare la fuga di capitali è un taglio dei tassi in Cina. Un taglio dei tassi significherebbe un minor rendimento per gli investitori, altro motivo per togliere i loro soldi dal sistema. La Cina ha fatto quattro aggiustamenti dei tassi dallo scorso autunno, e Wall Street confida pienamente in una ulteriore riduzione. Se l’esodo di capitali dovesse continuare, la Banca Popolare Cinese si troverà a dover affrontare un dilemma. Se da una parte la Cina potrebbe trattenere parte dei flussi di capitale aumentando i tassi, dall’altra va considerato come ad oggi la BPC è orientata a tagliare i tassi per stimolare la crescita. In questo modo, la fuga di capitale può complicare gli sforzi della Banca Popolare Cinese a sostegno dell’economia. 
Nel corso dell’ultimo decennio, gli acquisti della banca centrale di valuta estera sono stati la fonte principale per la creazione della base monetaria nel sistema bancario cinese. Ora, con una fuga di capitali capace di minacciare l’offerta di moneta, la banca centrale sta prendendo in considerazione nuovi meccanismi per espandere la base monetaria. Il più importante di questi consiste nei tagli sulla riserva obbligatoria imposta alle banche. La BPC una volta utilizzava questo metodo per frenare la crescita di denaro in eccesso, costringendo le banche commerciali a tenere una parte della moneta in riserva presso la banca centrale, non disponibile per i prestiti. Adesso la logica sarebbe quella opposta: ridurre la riserva obbligatoria per compensare la perdita di liquidità causata dalla fuga di capitali. Nel segno di una così pronunciata fuga di capitali, i tassi di interesse a breve termine sono aumentati notevolmente dopo che Pechino inaspettatamente, nelle scorse settimane, ha attuato la svalutazione dello Yuan rispetto al dollaro. Come il denaro lascia il paese, la quantità di denaro nel sistema finanziario diminuisce, spingendo i tassi ad aumentare. Kewei Yang di Morgan Stanley, si aspetta che i politici cinesi non consentiranno che il valore della loro moneta cada troppo velocemente, scrivendo che “una debolezza della moneta non programmata porterebbe potenzialmente ad un grave rischio per la stabilità finanziaria in Cina (più grave delle turbolenze dei mercati azionari).” Un crollo pronunciato del valore dello Yuan, infatti, potrebbe velocizzare la fuga di capitali, e per questa ragione la banca centrale probabilmente spenderà più riserve estere per evitare una caduta libera dello Yuan. La vendita di altre valute in cambio di Yuan tenderebbe a ridurre ulteriormente la liquidità del sistema. Recentemente (17 Agosto 2015) la BPC ha versato un’ingente quantità di denaro (la più alta degli scorsi 19 mesi) nel sistema finanziario in un singolo giorno, segnalando le crescenti preoccupazioni di Pechino per il deflusso di capitale dal paese, a seguito del recente indebolimento della sua moneta. Alcuni analisti di Bloomberg sostengono che ci vorranno circa $40 miliardi di dollari al mese per mantenere lo Yuan dove la BPC vuole, nel corso del 2015. Gli analisti hanno idee divergenti sulla prospettive future della Cina. Wang di UBS ritiene che il governo cinese ha a sua disposizione gli strumenti necessari per impedire che i deflussi di capitali escano fuori dal controllo delle autorità e che causino eccessivi problemi di liquidità: “Se il governo cinese è preoccupato per improvvisi e destabilizzanti deflussi di capitale può stabilizzare l’aspettativa sul tasso di cambio ancorando il tasso giornaliero e intervenendo nel mercato Forex.” “Riteniamo che le riserve cinesi pari a $3,7 trilioni in valuta estera e i controlli sui movimenti di capitale possano fornire sufficiente copertura contro le grandi pressioni al deprezzamento indesiderate ed attese per il prossimo anno.” Charlene Chu di Autonomous Research, l’analista cinese più ambita al mondo, ha calcolato in un suo recente paper che nel 2018 tutte le riserve in eccesso della BPC potrebbero esaurirsi. Ora la situazione è anche più drammatica dato che il paper è stato scritto dalla Chu prima della recente fase di deprezzamento dello Yuan. Tuttavia, tutti sono concordi nel sostenere che le uscite di capitale possono diventare un grosso problema quando esse riducono la liquidità interna, e se raggiungono livelli notevoli rischiano di generare un forte deprezzamento della moneta. Se la fuga di capitali dovesse ad un certo punto avviarsi in modo drammatico, la Cina potrebbe attuare controlli sui movimenti di capitale. Ma un intervento diretto sul mercato non sarebbe apprezzato dai mercati mondiali. Potrebbe infatti risultare in un ulteriore allontanamento da due obiettivi fondamentali per la Cina:
l’entrata nel paniere dei Diritti Speciali di Prelievo (DSP) del Fondo Monetario Internazionale;
• l’inclusione nel calcolo dell’Indice dei Mercati Emergenti da parte di MSCI. 
Per quanto riguarda il primo obiettivo, pochi giorni fa, il FMI ha dichiarato che la Cina non entrerà a far parte dei DSP almeno fino a settembre 2016. Deludendo così le aspettative delle autorità che si auguravano di entrare a far parte del paniere entro la fine dell’anno corrente. La strada per il raggiungimento degli obiettivi di Pechino è ancora lunga, e col tempo che passa sembra essere anche sempre più in salita.

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