EURO SI, EURO NO. RIFLESSIONI

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EURO SI EURO NO

La Moneta Comune Europea ha fatto discutere di sé quasi dalla sua adozione.

Abbiamo cominciato a criticarne il rapporto di cambio (ricordiamo che venne fissato a 1.936,27 lire per Euro), la sorveglianza del cangeover dei prezzi al pubblico (si verificarono aumenti spesso non giustificati in quasi tutti i settori, talvolta di entità percentualmente notevole in rapporto al basso valore del bene) oppure la perdita di potere d’acquisto percepita dalla popolazione ed attribuita alla nuova moneta. Ultimamente il discorso di è concentrato sull’eccessivo valore dell’Euro nei confronti delle altre monete, che di fatto rendeva meno convenienti i prodotti europei, sull’impossibilità di emettere moneta da parte di un Ente di emanazione statale, i costi del mantenimento dei sistemi di salvaguardia delle Economie del mercato a moneta unica ed altri ancora, come emergeranno da questa analisi.

Vorremmo con questo scritto, comparare le posizioni degli Esperti di Economia favorevoli o contrari al permanere dell’Italia nel sistema a Valuta Unica, senza la pretesa di essere esaustivi né volendo prendere posizioni apodittiche, che potrebbero comunque venire smentite sotto diversi aspetti.

SI PUO’ USCIRE DALLA MONETA UNICA?

Uno dei primi aspetti da analizzare riguarda la mancata esplicita previsione di una via normativa per l’abbandono del sistema monetario europeo.

Al contrario delle procedure strettamente previste per l’adesione al Trattato di Maastricht ed i suoi corollari, non si immaginarono (ottimisticamente) regolamenti espliciti per l’uscita dal sistema e le pulsioni che attualmente stanno attraversando l’Europa, anche divulgate da partiti politici attivi in varie Nazioni (in Italia soprattutto Lega Nord e M5S) richiedono elaborazioni giuridiche ed economiche piuttosto ardite.

L’articolo 50 del trattato di Lisbona rappresenta la sola strada percorribile per chi voglia divorziare dalla moneta unica e dai vincoli comunitari.

La procedura di addio impone alla nazione che vuole abbandonare l’Unione di comunicare la scelta al Consiglio. A seguito di tale comunicazione si aprirà un negoziato che si dovrebbe chiudere con un accordo in grado di fissare  le modalità del recesso, con una delibera adottata a maggioranza dal Consiglio e approvata dall’Europarlamento. Si fa cenno anche alle tempistiche: dall’avvio della separazione passeranno due anni. A quel punto il divorzio sarebbe definitivo. Nel frattempo, ovvero dall’entrata in vigore dell’accordo di recesso, i Trattati smetterebbero di essere applicabili per lo Stato in questione.

Stando alle interpretazioni non sembrerebbe possibile lasciare la moneta unica senza dire addio all’Unione. Teoricamente. Invece, secondo la specialista dell’Istituto francese di relazioni internazionali (Ifri) Vivien Pertusot, intervistata da Le Figaro, «nessun Trattato prevede questa possibilità, perché non è mai stata ipotizzata». Nonostante questo, uscire dall’Eurozona non dovrebbe essere impossibile perché «l’unica cosa “irrevocabile”, come precisato nell’articolo 140 comma 3 del Trattato di Lisbona, è il tasso al quale l’euro subentra alla moneta dello Stato membro».
Secondo l’interpretazione della Commissione europea, «non si può lasciare l’Eurozona senza abbandonare l’Unione Europea». Per l’esperta dell’Ifri, «da un punto di vista puramente legale, non c’è un rapporto di causa-effetto tra i due fenomeni. Siccome non esiste un quadro giuridico per l’uscita dall’Eurozona, uno Stato membro può chiedere di abbandonare l’Euro pur restando nell’Ue e viceversa». Il problema è: a chi presentare concretamente la domanda di uscita dall’Eurozona? In teoria alla Commissione europea, che però non è autorizzata da nessun Trattato a decidere su questo tema. Ecco perché, per il momento, per abbandonare l’Eurozona bisogna lasciare l’Ue.
Certo è invece che nessuna nazione può aderire all’Emu (European and Monetary Union) senza prima aver passato tutti gli esami per diventare membro Ue.

A puro titolo di discussione, riportiamo due ipotesi create dalla Dottrina, per uscire dall’Euro.

Nel primo si potrebbe procedere a un cambio forzoso, cambiando probabilmente nottetempo ogni euro in circolazione con una nuova lira. Appellandosi alla lex monetae l’intero debito pubblico subirebbe analoga sorte. E’ un’ipotesi cara a molti che però non si rendono conto che il solo fatto di annunciare quest’operazione causerebbe una fuga di capitali con successiva corsa agli sportelli. Non vediamo come sia possibile in pratica operare in questo modo senza di fatto creare grossi problemi.
L’altra soluzione è stata delineata in un articolo apparso il 4 luglio 2013 sul Wall Street Journal a firma Ross H.McLeod, Adjunct Associate Professor alla Crawford School of Public Policy dell’Australian National University e permetterebbe d’introdurre una nuova moneta con un meccanismo graduale e di mercato senza momenti di singolarità sistemica. In sintesi, s’aprirebbe la prospettiva d’un sistema in cui le due monete avrebbero corso parallelo, con lo Stato che da un certo momento in poi userebbe solo la neomoneta per qualsiasi uso che lo riguarda (nuovi contratti con fornitori, nuove emissioni di debito, stipendi, pensioni), conservando i pagamenti in euro per il debito preesistente e per tutti i contratti firmati antecedentemente. Le tasse si pagherebbero in euro per la quota di reddito in euro e in neovaluta per la quota a essa relativa. Tutti i depositi in euro sarebbero rigorosamente preservati; tutta la ricchezza reale preesistente, sia dei privati sia dei dipendenti del settore pubblico, sarebbe preservata. Non ci sarebbe alcun’operazione nottetempo dal sapore fraudolento di conversione dei soldi dei cittadini depositati sui conti correnti delle banche. Non ci sarebbe alcuna conversione forzosa dei titoli di Stato esistenti nelle mani dei cittadini e delle banche; nessun default mascherato dello Stato italiano. Nessun effetto, inoltre, sul sistema Target2 della Banca Centrale Europea.
In entrambi i casi ci sarebbe probabilmente un aumento dei prezzi in neovaluta dovuti al deprezzamento della stessa contro euro.

Procediamo ora ad analizzare alcuni degli aspetti salienti dell’eventuale processo di dismissione della Moneta Unica, precisando che sono soltanto alcuni di quelli che potrebbero essere valutati in un avvenimento così importante.

QUALI EFFETTI SUL VALORE DELLA MONETA E SULL’INFLAZIONE?

L’adozione di una nuova moneta con l’abbandono dell’Euro (denominiamola Nuova Lira convenzionalmente, senza pensare di essere originali) porterebbe sicuramente effetti importanti sui rapporti di cambio della stessa rispetto alle altre valute mondiali. Ipotizzando una conversione di 1:1 con gli Euro in mano agli Italiani, si dovrebbe prevedere un primo periodo di svalutazione molto importante della Nuova Lira nei confronti di Dollaro, Euro, Yen, Sterlina e Franco Svizzero (citiamo le più importanti ed utilizzate nella nostra economia).

Nel breve periodo, tale svalutazione porterebbe ad un forte incremento delle esportazioni sia in volume che in valore. Tale svalutazione permetterebbe al nostro Paese di compensare il gap che abbiamo accumulato in questi anni nel CUP (Costo Unitario per Prodotto) nei confronti, per esempio, della Germania. Cosa questa che ha fatto sì che l’Euro portasse un grande vantaggio a quella nazione (+ 22,5% dal 2005), dotata di una valuta deprezzata rispetto alla forza relativa della sua economia, (fatto certificato anche dal costante sforamento del limite imposto dalle regole di Maastricht sul saldo di commercio estero della Germania) e non altrettanto all’Italia (- 25% dal 2005).  Per ridare competitività alle economie dei paesi della periferia europea sarebbe importante che il livello dei prezzi della Germania aumentasse più velocemente di quello italiano e spagnolo.

Nel medio periodo, di converso, la svalutazione che l’Upa, l’associazione degli utenti pubblicitari, stima da un minimo del 20 a un massimo del 40 per cento, potrebbe causare diversi problemi, soprattutto pensando che la nostra è un’economia di trasformazione. I costi del prodotto aumenterebbero ed i consumi domestici potrebbero risentirne; le famiglie potrebbero ridurre la mole dei loro “acquisti ripetuti”,  quelli tipici del largo consumo. Manager e imprenditori operanti in Italia a larghissima maggioranza, non vedono niente di buono in un’eventuale uscita dell’Italia dall’euro.

Uno degli effetti che potrebbero verificarsi in caso di Eurexit, sarebbe la corsa all’accaparramento delle vecchia valuta, che verrebbe vista un buon “investimento” in relazione alla possibile svalutazione della nuova lira e questo quasi sicuramente, dovrebbe portare all’adozione di politiche restrittive di cambio e circolazione della moneta, subito prima e poco dopo il nuovo changeover. Però pensare a una uscita dall’euro accompagnata da una politica monetaria restrittiva, che limiti l’impatto della svalutazione sull’inflazione, è una contraddizione. Una delle principali motivazioni addotte per uscire dall’euro consiste nella possibilità di riprendersi la sovranità monetaria e monetizzare il debito pubblico: ma questo comporta una forte creazione di moneta, che rende impossibile un inflation targeting.

Per capire cosa accadrebbe all’inflazione vediamo cosa accadde nel 1992-1995 quando la Lira svalutò da 750 a 1100 sul Marco, vale a dire del 50%. Accadde che il differenziale di inflazione con la Germania scese dal 3,3% del 1990-92 all’1,6% del 1993-95. Ma come e’ possibile? Semplice: crollò il volume dell’import (più caro) e parte di questo venne sostituito da produzione nazionale (più a buon mercato) e ciò calmierò i prezzi. L’impatto più severo fu ovviamente sui beni energetici (che però hanno un’incidenza modesta sul paniere inflattivo complessivo rispetto alla componente del costo del lavoro, che e’ squisitamente un parametro interno). Ovviamente, per quest’ultima classe di prodotti, un eventuale aumento delle accise scompenserebbe notevolmente i prezzi al consumo dei derivati del petrolio ed assimilati, con effetti moltiplicativi sull’aumento dell’inflazione.
E’ ovvio, comunque, che i vantaggi della svalutazione permarrebbero nel tempo, solamente se ci fosse una politica seria di contenimento dell’inflazione, con differenziali sulla Germania (sempre per guardare ad un Paese in diretta competizione e rapporto con il nostro) che restino nell’alveo della ragionevolezza. Per far ciò e conservare ed utilizzare al meglio il vantaggio competitivo, servirebbe una classe dirigente seria e responsabile, che adottasse riforme serie di liberalizzazione, le quali incidessero pesantemente sui settori distributivi e sui servizi semi-monopolisti, dove sarebbe possibile ottenere tramite maggior efficienza una decisa caduta dei prezzi, e quindi una tenuta della competitività del paese.

QUALI EFFETTI SUL DEBITO PUBBLICO?

Innanzitutto dobbiamo pensare che il Debito Pubblico deve essere remunerato e rimborsato. La remunerazione sarebbe un serio problema, in quanto i tassi di interesse di una moneta soggetta a svalutazione e relativa ad un Paese svincolato da un Sistema come quello dell’Euro che garantisce la solvibilità di massima del debitore Stato, sarebbero sicuramente destinati a salire. Non ci sarebbe un impatto immediato e significativo sugli interessi (se s’alzasse anche del 2-3% la curva dei tassi, l’impatto il primo anno sarebbe solo dello 0,3-0,5%) anche in considerazione della durata dei Titoli del Debito pubblico, che rimarrebbero comunque legati al tasso di emissione (nel caso di mantenimento dei titoli di debito originari). In sintesi, l’adozione della Nuova Lira avrebbe certamente nel  primo e secondo anno vantaggi notevoli sull’ammontare del Debito (minori sul fronte del deficit, dove la ripresa economica ed inflattiva, comunque, compenserebbe nettamente la maggior spesa per interessi). E’ ovvio che nel medio e lungo periodo, le spese per interessi avrebbero un’incidenza maggiore.

Il problema dei tassi di interesse sul debito pubblico è legato anche ad un argomento che tratteremo in seguito, quello della sovranità monetaria e dell’emissione di moneta. In questo caso, come avvenuto in Inghilterra ultimamente, la Banca Centrale potrebbe intervenire sul mercato acquistando nuove emissioni e mantenendo, artificiosamente, bassi i tassi.

Riguardo il rimborso del debito, il problema sorgerebbe gravemente riguardo quello denominato in Euro. Pur valutando la scadenza futura di un rimborso, la svalutazione che colpirebbe sicuramente la Nuova Lira, renderebbe più oneroso il pagamento in valuta del capitale. In aggiunta, questo problema riguarderebbe tutti i soggetti (imprese e banche), che hanno debiti verso soggetti esteri: il contenzioso sarebbe enorme, e in caso di esito sfavorevole alcuni di loro potrebbero ritrovarsi con un debito in valuta estera rivalutata, con un danno economico potenzialmente notevole.

Nell’ipotesi migliore, quella in cui tutto il bilancio pubblico venisse ridenominato nella nuova lira, l’operazione sarebbe neutrale: tutte le entrate e le uscite del settore pubblico sarebbero in lire; in particolare, teniamo presente che tutti i redditi e i patrimoni, che sono la base imponibile che fornisce il gettito fiscale necessario per ripagare il debito, sarebbero in lire. Nell’ipotesi peggiore, in cui alcuni titoli di stato (emessi sui mercati internazionali) non potessero essere ridenominati, il peso del debito pubblico aumenterebbe, perché parte di esso resterebbe in euro e si rivaluterebbe rispetto alla nuova lira (in pratica sarebbe un debito in valuta estera, destinata a rivalutarsi rispetto alla valuta nazionale).

Non volendo ipotizzare una svalutazione forzosa dei capitali a debito, che sarebbe un danno enorme per la credibilità della Nazione che ha scelto una nuova valuta, una delle soluzioni ipotizzate da alcuni commentatori sarebbe quella di ripagare il debito tramite vendita dei beni statali che, se fossero pagati in valuta forte, potrebbero in parte pareggiare la perdita di valore della nuova lira.

QUALI EFFETTI SUI RISPARMI ED I PATRIMONI?

L’analisi degli effetti dell’uscita dall’Euro per i risparmiatori italiani deve essere effettuata riguardando e valutando gli stessi secondo i vari tipi di investimento effettuati. Ovviamente questo ragionamento non varrebbe integralmente per le Aziende.

Se parliamo degli investimenti liquidi, magari su conti di deposito, ipotizzando di avere 100.000 euro in un conto deposito in Italia, dopo l’uscita sarebbero 100.000 nuove lire sullo stesso conto deposito (se si applicasse un cambio 1:1) che, ipotizzando una svalutazione del 20% rispetto all’euro (ma non è detto), consentirebbero di acquistarne 80 mila. Il punto è: per che cosa mi occorrono gli Euro?  Quale è l’utilizzo che ne debbo fare? Se dovessero occorrermi  per  acquistare una casa in Germania del valore di  100 mila euro e che magari prima avrei potuto comprare con gli stessi soldi versati sul c/c, in questo caso, subirei  una svalutazione del mio risparmio del 20%, o di un livello in perfetta sintonia alla svalutazione che la nuova lira subirebbe nei confronti dell’euroCosì come la subirei nel caso dovessi recarmi in Germania o Francia per motivi di lavoro, vacanza o studio, spendendo euro in Germania o Francia, che dovrebbero essere acquistati con una lira svalutata.

Ma se io non avessi  questo tipo di esigenze (cioè l’esigenza di  comprare una casa in Germania e Francia o trasferirmi per vacanza, studio o lavoro) e la mia esistenza si svolgesse in Italia così come le mie spese, la svalutazione rispetto all’euro che deriverebbe dall’uscita dal sistema , non mi colpirebbe affatto e sarebbe un fattore del tutto  marginale.

Diciamo anche che, per i risparmiatori, la svalutazione della nuova lira potrebbe essere un’occasione di guadagno, qualora avessero risparmi (titoli, fondi comuni, azioni ecc.) investiti in attività estere oggetto di rivalutazione nei confronti della stessa. Ad esempio, se il mio fondo comune investisse in bond denominati in  Usd, considerando  che il dollaro Usa si rivaluterebbe, in caso di liquidazione delle quote del fondo, porterei a casa una plusvalenza pari alla rivalutazione del dollaro sulla Lira. Anzi, se le cose dovessero andare per come le abbiamo appena descritte, è anche verosimile attendersi un ritorno di capitali  attualmente allocati all’estero, proprio per sfuggire dal rischio derivante dalla ristrutturazione del debito italiano. Questi investitori, per monetizzare i guadagni derivati dalla rivalutazione della valuta in cui sono allocati i risparmi, potrebbero liquidare i propri investimenti, riportare in Italia i capitali,  e magari investirli sul debito italiano o altre attività presenti nel paese, contribuendo ad aumentarne (o stabilizzarne) il valore.

In questi casi possiamo dire  che la perdita che potrebbero patire i risparmiatori non sarebbe tanto riconducibile alla svalutazione (per i motivi su esposti) ma ad altri 2 fattori:  l’inflazione che deriverebbe da una svalutazione, e la diminuzione del valore degli investimenti per effetto della caduta più o meno profonda che potrebbe innescarsi sui mercati a seguito di questo evento.

Sul primo punto esistono  studi autorevoli che affermano l’inesistenza di una correlazione diretta tra svalutazione ed inflazione. E i precedenti storici che riguardano il nostro paese confermano tale tesi.

Proseguendo il ragionamento, crediamo comunque che si possa concordare  sul fatto che un’eventuale uscita dall’euro produrrebbe delle tensioni sui mercati e quindi un aumento dell’avversione nei confronti dell’Italia da parte degli investitori esteri,  che venderebbero titoli in portafoglio generando ribassi dei corsi azionari e obbligazionari, creando in questo caso problemi agli investitori privati, i quali dovrebbero essere fronteggiati o previsti con adeguate iniziative e, comunque, molto dipenderà anche dal genere di investimento effettuato dal risparmiatore. Ad esempio, se si fossero acquistate obbligazioni, queste, nonostante una perdita di valore (prezzo) che potrebbero subire durante la loro vita (anche in virtù delle turbolenze che potrebbero manifestarsi sui mercati come conseguenza dell’uscita di qualsiasi Nazione dalla moneta unica, e quindi non solo dell’Italia), verrebbero comunque rimborsate a scadenza al prezzo determinato all’atto dell’emissione del titolo, cioè alla pari in genere. Mentre diverso sarebbe il discorso riguardo i titoli azionari che, per loro natura, essendo delle classi di investimento in via di principio più rischiose rispetto alle obbligazioni, incorporano la possibilità di perdite maggiori, la cui eventualità di verificarsi dovrebbe essere nota al risparmiatore che investe in questa tipologia di attività. 

Giova ricordare che già dal 2012, Banca Unicredit, in occasione dell’aumento di capitale da 7,5 miliardi di euro, nel prospetto informativo dell’offerta di azioni, contemplò  la possibilità che l’eventualità di una  dissoluzione della moneta unica o più semplicemente di ritorno alla lira, avrebbe potuto incidere negativamente sul valore del titolo. Successivamente anche altre  banche hanno seguito l’esempio di  Unicredit nel dotarsi  di precauzioni simili nell’ambito della documentazione ufficiale relativa ad operazioni straordinarie.

Quindi, il rischio dovrebbe esser noto a chi investe in azioni o in titoli che incorporano già per loro natura la possibilità di oscillazioni, piccole o grandi che siano.

Riguardo gli investimenti in immobili, invece, il discorso sarebbe diverso e tutto interno alla nuova valuta. Il loro valore sarebbe rapportato sempre agli indici dei prezzi e dell’economia nazionale e (come sopra analizzato) acquisterebbe un significato importante la svalutazione soltanto in caso di cross buying con immobili o valori denominati in altre valute, che nel frattempo potrebbero essersi rivalutate.

Diverso sarebbe il discorso relativo ai mutui per l’acquisto degli immobili. Ma qui si rientra nel mercato internazionale dei capitali e nei meccanismi operativi del Sistema Bancario internazionale. I tassi sui prestiti per acquistare un alloggio,  che oggi viaggiano mediamente poco sopra il 5 per cento, aumenterebbero velocemente. A patto di trovare banche liquide per le erogazioni in quanto le Banche italiane, una volta fuori dal circuito dell’euro, non avrebbero più accesso ai capitali, se non a prezzi impossibili. E l’erogazione dei mutui, già faticosa da tempo, crollerebbe.

QUALI EFFETTI SULL’ECONOMIA NAZIONALE?

Gli ultimi anni, caratterizzati dall’adozione dell’Euro in diversi Stati d’Europa, e’ risultato che questa moneta ha causato un colossale trasferimento di produzione industriale da tutti i paesi periferici verso la Germania, come conseguenza dell’invariabilita’ dei cambi, che consente al sistema meno inflattivo (quello tedesco) e più efficiente (con un CUP inferiore a seguito della ristrutturazione dell’Economia effettuata in passato), di sottrarre ampie quote di produzione. Il risultato è che l’Europa nel suo insieme da tempo non ha una dinamica crescente nella produzione, a causa della concorrenza asiatica e quella al suo interno creata dalla situazione di cui sopra.
Per capirsi, dal 2007 ad oggi, il Pil dell’Italia ha fatto -20% e quello della Germania +13%.
La dinamica in caso di mantenimento dell’EURO e’ prevedibilmente la stessa degli ultimi 10 anni, con una Germania che sottrarrebbe quote a tutti gli altri. Il trend proseguirebbe inevitabilmente, fintanto che la Germania mantenesse un’inflazione minore o uguale ai partners, e potrebbe mutare solo quando tale tendenza cambiasse in modo duraturo a seguito di riforme strutturali o eventi eccezionali. Ovviamente gli aumenti di tassazione indiretta in Italia (IVA, accise) e Spagna (IVA), causa prima di sovra-inflazione, promettono che il differenziale inflattivo tra Germania e Sud Europa permarrà anche nei prossimi anni, ricordando le cifre previste dal Documento di Programmazione Italiano da qui al 2018, con aumenti di tassazione imponenti ed effetti importanti sulla dinamica dei costi di produzione.
In caso di abbandono dell’Euro e ritorno alla valuta nazionale, e’ ovvio che accadrebbe qualcosa di analogo a quanto accadde nel 1992-95. L’Italia (e gli altri paesi che svalutarono) all’epoca ebbe un’impennata nella Produzione Industriale e la Germania subì il trasferimento di domanda alle altre Nazioni produttrici.  E’ ciò che accade in corrispondenza di ogni riaggiustamento monetario. E’ vero che l’Italia ha minore peso industriale rispetto all’epoca, ma e’ anche vero che l’incidenza dell’Import-Export rispetto alla produzione e’ aumentata molto rispetto a 20 anni fa, per cui e’ prevedibile che vi potrebbero essere gli stessi effetti.

L’Euro ha consentito alla Germania di ampliare a dismisura i propri attivi commerciali (ricordiamo ancora il recente rilievo da parte dell’Europa a fronte dell’ennesimo sforamento dei parametri di Maastricht relativi al surplus commerciale) in una misura pari esattamente alla somma della crescita dei passivi in Spagna, Italia, Francia ed altri periferici.
E’ ovvio che molto dipenderebbe dalla quotazione della nuova Lira in rapporto alle altre valute (Dollaro ed Euro in primis) e dalle politiche restrittive imposte all’interno dei singoli paesi. I dati di questi ultimi periodi, con un Euro debole rispetto al Dollaro, vedono l’Italia ricuperare competitività e timidi cenni di aumento delle esportazioni, pur convivendo con un’economia (quella tedesca) che parimenti si avvantaggia della moneta sottovalutata, essendo l’economia Italiana assai più sensibile di molte altre a queste dinamiche.

Dobbiamo comunque ricordare che le previsioni degli economisti riguardo la competitività indotta dalla svalutazione della moneta dicono che, se è vero che l’impatto immediato della svalutazione sarebbe un guadagno di competitività, tuttavia, esso sarebbe presto compensato  dalla ripresa dell’inflazione, dovuta alla svalutazione della nuova lira e dal fatto che il 60 per cento del valore dei prodotti italiani, ha calcolato il Centro studi della Confindustria, è composto da materie prime e semilavorati importati. Inoltre, l’Italia subirebbe molto probabilmente ritorsioni commerciali dagli altri paesi, che non starebbero a guardare inerti di fronte alla perdita di competitività conseguente alla rivalutazione della loro moneta rispetto alla nostra nuova valuta.

Corollario importante dell’aumento di esportazioni legato alla svalutazione della nuova Lira, sarebbe un aumento dell’occupazione nei settori più beneficiati dal miglioramento della bilancia commerciale e che sono quelli nei quali storicamente l’Italia primeggia nei mercati internazionali.

Analizzando però i casi storici verificatisi nelle crisi valutarie che nella storia recente hanno comportato ampie svalutazioni del tasso di cambio e che si sono accompagnate ad abbandoni di precedenti accordi o sistemi di cambio e concentrando l’attenzione sulle crisi valutarie successive al 1980 (esistono ben 28 casi di ampie svalutazioni superiori al 25% rispetto al corso del Dollaro) si osserva che dopo la crisi valutaria il tasso di disoccupazione progressivamente si contrae, riducendosi in media di un punto entro tre anni dallo scoppio della crisi valutaria.

Tuttavia, il calo della disoccupazione interesserebbe in media solo i paesi a basso reddito. Infatti, nei paesi ad alto reddito il tasso di disoccupazione sarebbe perfettamente stazionario. Addirittura nell’esperienza di alcuni paesi, come l’Italia, il tasso di disoccupazione è cresciuto piuttosto significativamente. È chiaro quindi che nei paesi ad alto reddito storicamente la crescita dopo le crisi valutarie venne stata garantita da un più intenso grado di utilizzo del capitale industriale e del lavoro. Tuttavia, anche su questo aspetto sussistono differenze significative tra i paesi ad alto reddito, segno che i diversi assetti dei mercati del lavoro (istituzionali e normativi) e le diverse politiche economiche adottate hanno inciso significativamente sugli impatti occupazionali.

Per comprendere cosa potrebbe inceppare una ripresa occupazionale all’indomani di una uscita dall’euro, nonostante il tendenziale miglioramento della bilancia commerciale, occorre esaminare cosa potrebbe accadere sul fronte dei salari. L’esperienza storica mostra inequivocabilmente che gli effetti delle crisi valutarie sui salari possono essere particolarmente gravi. Per verificare queste conclusioni, consideriamo sia i salari reali (cioè il potere di acquisto dei salari monetari medi dei lavoratori) sia la quota dei salari sul pil (wage share), che mostra quale sia la quota percentuale del prodotto interno lordo che va ai percettori di redditi da lavoro.

Come si osserva nella Tabella successiva, nei primi tre anni dopo la svalutazione nei 28 casi considerati mediamente si assiste a un calo drastico dei salari reali e della quota salari sul Pil, che appare essere principalmente la conseguenza dei processi inflazionistici che generano una redistribuzione dai salari ai profitti e alle rendite.

Naturalmente, ancora una volta è opportuno separare il caso dei paesi ad alto reddito dagli altri. Ebbene, l’effetto è pesante anche considerando solo i paesi ad alto reddito dove, escludendo dall’analisi l’eccezione della piccola Islanda (dove si registrò un forte aumento dei salari reali), si osserva che i salari reali dopo tre anni continuano ad essere inferiori rispetto al valore registrato nell’anno della crisi valutaria. Soprattutto nei paesi ad alto reddito cade la quota salari del 7,8% in soli tre anni, con un repentino e massiccio effetto redistributivo a danno dei lavoratori.

È facile dedurre che la caduta dei salari abbia contribuito a tenere bassa la domanda di beni di consumo interna, a danno dei settori più tradizionali, e ciò abbia frenato significativamente la ripresa occupazionale, zavorrando la già asfittica domanda interna Italiana.

A riguardo può essere significativo ricordare il caso della crisi valutaria del 1993 in Italia, quando furono messe in atto politiche salariali restrittive. Ciò limitò evidentemente la spinta inflazionistica, e quindi permise alle esportazioni di continuare a crescere, ma determinò una caduta dei salari dopo tre anni di oltre il 4% e un crollo della quota salari che sfiorò il 9%. Il che spiega il calo della domanda interna e la mancata crescita del nostro paese in quegli anni, oltre alla maggiore disoccupazione. In altre parole, alla luce dei dati sulla crescita del saldo della bilancia commerciale e della diminuzione dei salari reali, è chiaro che in Italia l’aumento della domanda estera è stato sostanzialmente compensato dal ristagno di quella interna con effetti nulli sulla crescita. Si tratta degli effetti complessivi delle politiche di contenimento salariale di allora.

QUALI EFFETTI SUI PREZZI?

La prima cosa da verificare è in che misura le crisi valutarie tendano ad innescare processi inflazionistici e quanto questi ultimi possano vanificare gli effetti positivi della svalutazione. Per sviluppare l’analisi, consideriamo i deprezzamenti rispetto al dollaro nei 28 casi sopra accennati e poi il differenziale tra l’inflazione USA e quello di ciascun Paese.

Ebbene, nell’esperienza storica che stiamo considerando (Vedi Tabella seguente) si è avuto un valore medio delle svalutazioni rispetto al dollaro addirittura pari al 558%, il che significa che le crisi valutarie hanno portato a un deprezzamento delle valute interessate dalla crisi di circa cinque volte e mezzo rispetto al dollaro.

Ma è bene tenere l’attenzione principalmente su cosa è accaduto nei paesi ad alto reddito, che evidentemente ci forniscono le maggiori indicazioni per il nostro caso, anche perché la differenza con le dinamiche dei paesi a basso reddito è rilevante. Infatti, il deprezzamento delle valute nei paesi ad alto reddito è stato contenuto intorno al 32%. Ad esempio, la lira italiana si deprezzò, nel 1993, del 27,69% rispetto al dollaro. Ma ciò che più conta è la diversa reattività dell’inflazione, che viene descritta in letteratura con il coefficiente di trasmissione del cambio all’inflazione (pass-through). Infatti, come conferma l’esperienza storica, le svalutazioni danno spesso luogo a processi inflazionistici significativi. Basti notare che nell’anno della crisi valutaria si registra complessivamente un differenziale di inflazione di circa il 58% rispetto agli USA (si veda ancora la Tabella), ed entro soli due anni il differenziale di inflazione risulta essere intorno al 450%, mangiando così l’80% del guadagno competitivo legato alla svalutazione. Anche in questo caso però, vi è una differenza non trascurabile tra l’esperienza dei paesi ad alto reddito e quelli a basso reddito. Infatti, nei paesi ad alto reddito il differenziale di inflazione è pari al 6% nel primo anno e non raggiunge il 16% dopo tre anni.

Si conferma quindi che le svalutazioni tendono a innescare significativi processi inflazionistici, che risultano però più attenuati nei paesi ad alto reddito, dove entro due anni dalla crisi l’inflazione erode l’effetto della svalutazione in una misura che sfiora il 50%. Ma stabilire regole rigide è impossibile. Guardando infatti ai casi specifici dei Paesi ad alto reddito, si osserva che la casistica è eterogenea. In alcuni casi, infatti, nonostante un deprezzamento superiore al 25% rispetto al dollaro non si registrò un divario di inflazione significativo con gli USA (Finlandia, Corea, Svezia); in altri casi, la fiammata inflazionistica fu contenuta (come l’Italia del 1993 nella quale, dopo tre anni, il differenziale inflazionistico cumulato si limitava al 5,7%); in altri ancora, fu piuttosto spiccata (Australia, Spagna e soprattutto la piccola Islanda, unico caso tra i paesi ad alto reddito in cui dopo tre anni il differenziale di inflazione superava il valore della svalutazione).

Una inflazione elevata inoltre avrebbe pesanti effetti redistributivi. Colpirebbe i percettori di stipendio, mentre favorirebbe chi può fare suoi i prezzi: lavoratori autonomi, commercianti, ecc. concorrendo ad aumentare gli effetti discorsivi dell’uscita dal sistema Euro dell’Italia.

QUALI EFFETTI GRAZIE ALLA POLITICA MONETARIA AUTONOMA DELLA BANCA D’ITALIA?

Il far parte di un Sistema unitario ove le Nazioni più forti o con un ciclo economico più favorevole, compensavano quello delle Nazioni meno dinamiche, è stato da anni uno dei baluardi alle crisi periodiche che attanagliavano l’Italia e la Lira. Tutto questo ha svolto egregiamente i suoi effetti sino al periodo 1996-2008. Dal 2008, dopo la crisi economica e bancaria internazionale non e’ piu’ così vero.
Con l’adozione dei Trattati legati a Maastricht abbiamo rinunciato a tutti gli strumenti di flessibilità cui dispone una nazione sovrana: Banca Centrale, possibilità autonoma di stampare moneta, fare QE e muovere i tassi. Sono i tradizionali strumenti cui dispone una nazione per gestire l’ordinario e lo straordinario. Tali strumenti vengono prontamente mossi da una nazione nel suo interesse ed al momento opportuno. Quando, nel passato, sono giunte le crisi, si sono variati i tassi, il panico muoveva la speculazione e la Banca d’Italia stampava e difendeva la Lira, e poi alla fine svalutava. Tutti gli indicatori oscillavano, e dopo un po’ tutto il sistema tornava ad un equilibrio con una sua logica.

A seguito degli Accordi di cui sopra, dopo la crisi gli interventi non si poterono più porre in essere: nessun QE, niente stampa, polemiche infinite, classi politiche nazionali divise su costi e benefici della nuova moneta, la Germania (ertasi a Capo indiscusso dell’Unione Europea in virtù degli ottimi parametri di Bilancio esibiti) che si rifiutò ripetutamente di garantire per gli altri e chiese misure che manderebbero in recessione anche economie gigantesche. In sintesi, non solo non siamo stati protetti, ma abbiamo avuto mani legate, completamente privi di strumenti di flessibilità per azioni sul breve periodo.

Inoltre, a seguito dei vari accordi relativi alla gestione del Sistema Creditizio adottati in seno all’Unione Europea, la Banca d’Italia perse anche la potestà di intervento diretto sulle Banche (almeno le più grandi) riducendo anche i propri poteri di Sorveglianza ed intervento regolamentare.

Tutto questo ha dato forza alle motivazioni dei Movimenti contro l’Euro nell’attivare le coscienze pubbliche a chiedere l’uscita delle varie nazioni dal Sistema Monetario Europeo.

Molti fautori di queste posizioni ritengono che tornare ad avere tutti gli strumenti di flessibilità finanziaria (Banca centrale, Tassi, stampa, QE, ecc), darebbe maggiori garanzie alle Economie nazionali, piuttosto che lottare contro altri per ottenere misure finanziarie ritenute necessarie ed urgenti in momenti di forti perturbazioni dei mercati.

Insomma, a meno di un auspicabile cambiamento in senso espansivo e redistributivo delle politiche europee e l’abbandono della c.d. austerità (che in Italia viene declinata in maniera del tutto particolare), l’uscita dall’euro potrebbe essere la soluzione scelta da alcuni paesi in un futuro non lontano.

E ciò potrebbe forse rianimare quelle economie. Ma non è sufficiente un ritorno alla sovranità monetaria e alle manovre di cambio per cancellare, come d’incanto, i problemi legati alle inadeguatezze degli apparati produttivi o alla sottodotazione di infrastrutture materiali e immateriali. La lezione più importante che possiamo trarre dall’esperienza storica è che i risultati in termini di crescita, distribuzione e occupazione dipendono da come si resta nell’euro e, più che dall’abbandono del vecchio sistema di cambio in sé, dalla qualità delle politiche economiche che si varano una volta tornati in possesso delle leve monetarie e fiscali.

La nostra posizione, alla luce dei fatti sopra esposti e delle nostre convinzioni economiche, propendono comunque per restare nel Sistema Euro ed adottare, piuttosto, politiche economiche nazionali più corrette, già accennate in altri scritti e pensieri. La situazione attuale delle varie Nazioni adottanti la Moneta comune infatti, riflette quanto di positivo o meno posto in essere dai vari Governi, in costanza delle stesse strutture monetarie per cui, una corretta gestione delle Finanze Statali, delle riforme strutturali e delle politiche industriali potrebbe permettere di convivere con una Struttura che, comunque, è in grado di proteggere le economie più sbilanciate, da attacchi e perturbazioni altrimenti devastanti.

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