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CHINA ANALYSIS con Rebecca ARCESATI

ANZIANI E RISPARMIATORI: I FIGLI CON CUI LA CINA DEVE FARE “I CONTI”
Anni di pianificazione familiare hanno lasciato la popolazione più “vecchia” del mondo. Uno spettro sul sistema produttivo, ma anche sui consumi, perché i costi di una sanità da riformare incoraggiano le famiglie a non spendere.
Di Rebecca ARCESATI, 8 settembre 2015
E’ in corso un dibattito tra gli economisti sulla reale consistenza di una crisi cinese. Che di tale si tratti, o piuttosto della naturale fine di un periodo di crescita drogata (l’insostenibile iperinvestimento nel settore delle costruzioni fa pensare più alla seconda)  l’Occidente potrebbe doversi abituare alla nuova convivenza con una Cina che cresce al 3-4%. L’emotività internazionale che accompagnava investimenti ed entusiastiche acclamazioni del boom cinese è bene riassunta su China File da David Schlesinger, ex presidente di Reuters China: “Chi in futuro coglierà ciò che la Cina ha da offrire saranno i realisti, non i sognatori. E questa, malgrado sia una transizione dolorosa, sarà certamente una buona cosa”. Dunque, come ci ha ricordato Francesco Sisci, si cresce meno ma meglio.
Tuttavia, mentre lo scoppio della bolla sui mercati finanziari ha relativamente poche conseguenze sull’economia reale, altri dati continuano a minare la fiducia nella solidità della seconda economia mondiale. Ne citiamo tre: contrazione dell’export attorno all’8% in luglio, indice manifatturiero cinese (il China Manufacturing Purchasing Managers della rivista Caixin) al 47,1, il minimo da due anni, immobiliare con il 23% di invenduto. Vacillano i pilastri tradizionali della crescita. In questa tempesta, il governo vorrebbe che i consumi interni fossero il motore del New Normal, la nuova era dell’economia cinese; lo vogliono i Paesi occidentali, bisognosi di un bacino che accolga le loro esportazioni; lo vuole il buon senso, affinché si raggiunga un’economia matura, meno energivora e più sostenibile. Ma ci sono degli ostacoli, ad esempio la straordinaria attitudine al risparmio delle famiglie cinesi, al 47,8%.
Perché i cinesi, che tanto hanno imparato ad amare lo shopping, tengono stretto il portafoglio? Un problema fondamentale sta nel fatto che circa il 55% del reddito mensile è impiegato per la spesa previdenziale e sanitaria (dato 2013). Problema che acquista proporzioni allarmanti se si guarda al trend demografico di un Paese dove la popolazione invecchia senza crescere, e spenderà sempre di più in cure mediche.
Nel 2012, con più di 120 milioni di over 65, la Cina ha ottenuto il primato per la più grande popolazione di anziani al mondo. E il futuro non appare roseo: un rapporto ONU stima che il Paese avrà circa 440 milioni di anziani entro il 2050. Intanto, la popolazione in età da lavoro (15-59) è diminuita di 3,71 milioni rispetto al 2014 e si avvia verso un calo a lungo termine. Questi dati hanno due conseguenze su cui riflettere: primo, un pericoloso calo della forza-lavoroche pesa sul sistema produttivo cinese; secondo, la gestione socio-sanitaria di una tale massa di pensionati.
Vediamo prima le cause. Nel 1979 il governo ha introdotto la Politica del Figlio Unico come strumento di controllo demografico attraverso la pianificazione familiare. Una legge, promulgata da Deng Xiaoping a pochi anni dalla morte di Mao,  vietava alle donne di avere più di un figlio. In concreto, le famiglie dovrebbero pagare laute tasse per ogni figlio extra, per bilanciare i costi aggiuntivi in istruzione, cibo, sanità ecc. che gravano sullo Stato comunista (sotto Mao lo Stato provvedeva a tutti questi bisogni). Alla legge (normativa ufficiale dal 2001) sono state aggiunte diverse deroghe nel corso degli anni: politiche preferenziali per le minoranze etniche, due figli per i residenti in campagna se il primogenito è femmina, peculiarità regionali.  L’applicazione della normativa non è priva di risvolti drammatici, che si leggono nelle belle pagine del premio Nobel Mo Yan e che perdurano ancora oggi: culturalmente, le famiglie rurali considerano fondamentale avere molti figli; la resistenza al divieto ha causato e causa aborti forzati, tirannia dei funzionari locali, figli “invisibili” e infanticidi, soprattutto di bambine, dato che queste non costituiscono una risorsa produttiva. Questo spiega anche lo squilibrio di genere, come analizzato nel 2010 da una clamorosa inchiesta dell’Economistsu questo “gendercide”, l’omicidio di genere. E così nel 2020 la popolazione maschile supererà quella femminile di ben 30 milioni di unità, alimentando  non poche problematiche sociali (è il caso del mercato matrimoniale).
Triste a dirsi, la pianificazione familiare è stata fondamentale per varie ragioni: durante il Maoismo si stima che la popolazione sia aumentata annualmente di circa 30 milioni di persone. La colossale cifra di 1,3 miliardi di cinesi è stata paradossalmente contenuta dal controllo delle nascite: in trent’anni si sono bloccati 400 milioni di parti, portando al dimezzamento della popolazione nell’arco della vita media di una generazione di persone. Ciò ha garantito secondo gli esperti l’aumento di vari indici di benessere della nazione, primo fra tutti la speranza di vita alla nascita.
Il controllo delle nascite è però un’arma a doppio taglio, dato che è alla base dell’invecchiamento della popolazione; non a caso gli esperti parlano di “bomba demografica a orologeria”. Da anni si attende un doveroso cambiamento anche in seno alla leadership, non senza vistose resistenze: la preoccupazione principale è che la Cina non possa permettersi un tasso di natalità più alto a causa dell’alta densità demografica nelle zone urbane, combinata con la scarsità di risorse e la crisi ambientale. Comunque sia, la Corte Suprema di Pechino si è espressa a favore di un allentamento della politica a fine 2013. Ora, come rivelato da un funzionario anonimo della Commissione Nazionale per la Salute e la Pianificazione Familiare a China Business News, il governo potrebbe rinunciare davvero alla sua politica entro fine anno o al massimo all’inizio del prossimo anno. Il passo arriverebbe dopo un primo rilassamento, datato sempre 2013: le coppie in cui uno dei genitori è figlio unico possono avere due figli. Un cambio di rotta importante, ma insufficiente per ribaltare in positivo la bilancia demografica: le richieste – circa 1 milione – sono state ben al di sotto delle  aspettative.

Ma veniamo alle conseguenze economiche di tutto questo. Una popolazione di anziani produce di meno, dunque consuma anche meno. La contrazione della forza-lavoro potrebbe rivelarsi uno spettro su un’economia in rallentamento, tradizionalmente basata su un bacino immenso di manodopera a basso costo, che per di più si avvia verso la delicata transizione ad una crescita trainata dai consumi. Secondo un’analisi dell’Economist, gli investimenti rappresentano ancora il 50% dell’output economico, e sebbene la loro crescita si sia dimezzata negli ultimi anni, quella dei consumi si è mantenuta stabile. Essi costituiscono appena il 35% del PIL, una cifra di molto inferiore rispetto alle economie occidentali. Il PIL pro-capite a parità di potere d’acquisto è di 12.000 dollari, appena 2 terzi di quello della Turchia e 1 terzo di quello della Corea del Sud. Tuttavia, nei prossimi anni i consumi giocheranno un ruolo sempre maggiore: il progetto di medio termine è quello di portarli al 55% del PIL e ci sono segnali positivi. Nella prima metà del 2015, ben il 60% della crescita è stato garantito dai consumi. Anche il ribilanciamento in corso a favore dei servizi (48,2% della produzione, 40% della spesa al consumo), essenziale per frenare il surplus di capacità nei settori tradizionali, favorisce i consumi attraverso l’occupazione e l’aumento dei salari, scrive la rivista britannica.
E se l’attitudine al risparmio delle famiglie rimane alta, ha smesso di crescere negli ultimi anni, segno che il governo sta pian piano cercando di costruire un sistema di sicurezza sociale. È chiaro come tale riforma rappresenti una delle sfide da affrontare per garantire lo sviluppo futuro, sfida ancora più complessa dato che circa 1/3 dei cinesi sarà in età da pensione: non dimentichiamo che negli ultimi anni l’aumento dei prezzi al consumo, insieme con una scarsa protezione del sistema previdenziale, ha impoverito molto questa categoria, togliendo alla Cina una grossa fetta di consumatori.
Tradizionalmente, i figli cinesi avevano il dovere sociale di obbedire alla “pietà filiale” e prendersi cura dei genitori, obbligo previsto anche dalla legge. La Politica del Figlio Unico ha scardinato il sistema, specie nelle aree rurali: i figli unici vivono e lavorano lontano dal paese di origine, lasciando agli anziani la previdenzacome unica via di sostentamento. Ma allo stato attuale il sistema di tutela degli anziani è inefficiente e non omogeneo e le pensioni sono un nodo fondamentale per la leadership, come evidenziato nel Dodicesimo Piano Quinquennale. Profonde disuguaglianze esistono tra la popolazione rurale, quella urbana e gli impiegati pubblici che costituiscono 3 categorie previdenziali distinte, accanto a disparità regionali. A beneficiare dei privilegi di un sussidio integrativo sono impiegati pubblici, funzionari statali e governativi, pensionati dei monopoli. Questi, insieme ai pensionati dipendenti di imprese, rientrano anche nel programma di assicurazione urbana. Nel 2009, per migliorare la situazione della popolazione rurale, la più danneggiata dalla Politica del Figlio Unico, il governo ha istituito finalmente piani previdenziali speciali. Prima infatti, i  fondi erano principalmente a carico dei contadini, mentre il nuovo fondo pensionistico rurale prevede una duplice remunerazione, in parte su base individuale, in parte sovvenzionata dal governo. Come scrive Giuliano Crisanti su Formiche: “L’obiettivo è quello di garantire una pensione equivalente al 25% del reddito rurale pro capite indipendentemente dai contributi”. Per quanto riguarda invece le pensioni urbane, dal 2005 sono miste: una parte dipende dai contributi, un’altra dal salario medio nell’area e dal tasso di crescita dei salari medi nell’area. Ma si è lontani da una copertura sufficiente: secondo una stima della Banca Mondiale del 2010, l’enorme debito pensionistico oscillava tra il 120% e il 140% del PIL, mentre solo 150 milioni di lavoratori su 780 milioni percepivano la pensione.  
Il governo sta manifestando una chiara intenzione di affrontare il problema, investendo ingenti risorse per i fondi pensionistici. Ed ecco che il mercato  va in soccorso della previdenza (e viceversa), con la decisione di agosto che permetterà al fondo pensioni statale (548 miliardi di dollari), di investire sul mercato azionario fino al 30% delle sue risorse in azioni, ma anche in altri strumenti come i derivati. Intanto si promuove il nuovo business dell’assistenza agli anziani. La riforma avviata negli ultimi anni comprende assistenza a domicilio, comunità di alloggio e comunità sanitarie, e dal 2013 nuove politiche incoraggiano l’accesso a investitori stranieri e privati. Come segnala l’ISPI, l’iniziativa più recente in materia è la “Circular on Various Issues on Foreign Investment in For-profit Senior Care Facilities” per la creazione di nuove cliniche e residenze private di alto livello avviate e finanziate da soggetti stranieri. 
Altro nodo sociale di un paese “vecchio”, la sanità. Lo smantellamento del sistema dei “medici a piedi scalzi” delle comuni agricole di epoca Maoista ha causato una grave carenza di cure sanitarie. Al momento appena il 6% del PIL è rappresentato dalla sanità, ma il governo intende destinare molte più risorse al settore. Da qualche anno ormai si cerca di portare avanti il titanico compito di allargare le tutele sanitarie a tutta la popolazione, uniformando un sistema affidato in larga parte alle autorità locali e inefficiente, con condizioni arretrate per un Paese sviluppato. Se dal 2009 al 2011 il governo è riuscito a portare la copertura totale al 90% della popolazione, molto resta da fare in termini di qualità. La maggior parte degli ospedali sono pubblici, ma con un grave gap qualitativo tra città e campagne. I medici sono dipendenti diretti degli istituti e non possono spostarsi, il che genera una carenza di personale a livello nazionale. Le risorse sono limitate e la spesa sanitaria è sì aumentata, ma a carico dei cittadini: dal momento che lo Stato destina poche risorse alle strutture, queste fanno lievitare il costo dei farmaci per aumentare gli introiti. Il futuro potrebbe essere il settore privato, di gran lunga più efficiente ma con costi insostenibili per gran parte della popolazione. Un sistema di assicurazioni private favorite da sussidi statali potrebbe essere una soluzione, ma non la sola.
Nel Paese più popoloso al mondo la gestione delle dinamiche sociali e demografiche conta ancora di più delle politiche monetarie. Una delle riforme più urgenti è quella – annunciata lo scorso anno ma ancora in alto mare – del sistema di registrazione familiare basato sugli hukou. Strumento di controllo sociale ed economico, questi passaporti interni “assegnano” ogni individuo al suo luogo di nascita, unica base legale della sua residenza, occupazione, e dei servizi sociali di cui beneficia. Lo hukou ha contribuito in maniera decisiva al colossale divario sociale tra città e campagne, specie in materia di welfare. Le riforme iniziate nel 1978 hanno spinto in 30 anni circa 340 milioni di persone a migrare verso le aree urbane inseguendo il miracolo economico. Per scoraggiare l’abbandono delle zone interne, Pechino ha mantenuto criteri molto severi per cambiare il proprio status da “rurale” a “urbano”, ma allo stesso tempo ha tollerato milioni di migrazioni irregolari a causa dell’urgenza di manodopera. Ecco che, oltre alla massa di anziani, esiste un’altra massa, la cosiddetta “popolazione fluttuante”, ovvero quell’insieme di individui non registrati che risiedono e lavorano illegalmente nelle città cinesi in condizioni di disagio ed emarginazione, con bassi salari, pessime condizioni abitative, esclusione da welfare e istruzione. Questo è il bacino di manodopera a basso costo che ha sostenuto più di tutti il boom del Dragone. Secondo le stime dell’Ufficio Nazionale di Statistica, a fine 2012 la popolazione fluttuante era di 236 milioni di persone (i dati reali potrebbero essere più alti).
Secondo le statistiche ufficiali cinesi, nel 2020 la popolazione urbana raggiungerà il 60% (nel 2014 era IL 53%): si tratta di 100 milioni di migranti urbani, che se ben gestiti dovrebbero favorire la produttività, i consumi e l’occupazione. La riforma dovrebbe porre fine alla differenziazione tra hukou rurale e hukou urbano e alle relative discriminazioni, attraverso la separazione netta tra la residenza e i benefici sociali specifici ad essa subordinati. I lavoratori migranti normalizzerebbero gradualmente il proprio status, acquisendo la residenza nella città di lavoro. Per rendere possibile tutto questo, l’urbanizzazione deve affrontare immense difficoltà logistiche: la necessità di creare un sistema socio-sanitario che soddisfi la domanda e un mercato del lavoro sano, la profonda carenza di alloggi nelle grandi città; la sfida sarà evitare il collasso delle megalopoli, favorendo i flussi verso i centri minori. Perciò i requisiti per il trasferimento saranno via via più severi all’aumentare delle dimensioni del centro urbano. Insomma, i pianificatori statalisti avranno molto da fare.
           
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