Annunci

SUD ITALIA. UNA SITUAZIONE ECONOMICA DIFFICILE CHE NON DEVE DIVENTARE UN ALIBI.

LA QUESTIONE MERIDIONALE.

DATI SCONFORTANTI RICHIEDONO SOLUZIONI URGENTI

I dati diffusi periodicamente dai Centri Studi, Istat e Governo, circa le variazioni del PIl italiano devono essere letti con la lente fornita poche settimane fa, dallo Svimez (l’Associazione per lo Sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno), nel suo rapporto sull’economia meridionale. Ed è una lente opaca e deformata, che riporta dati preoccupanti.

Scorrendo le note che accompagnano il Rapporto, leggiamo che “La flessione dell’attività produttiva è stata molto più profonda ed estesa nel Mezzogiorno che nel resto del Paese, con effetti negativi che appaiono non più solo transitori ma strutturali. La crisi ha depauperato le risorse del Sud e il suo potenziale produttivo: la forte riduzione degli investimenti ha diminuito la sua capacità industriale, che, non venendo rinnovata, ha perso ulteriormente in competitività. La lunghezza della recessione, la riduzione delle risorse per infrastrutture pubbliche, la caduta della domanda interna, sono fattori che hanno contribuito a “desertificare” l’apparato economico delle regioni del Mezzogiorno colpendo non solo le imprese inefficienti, ma espellendo dal mercato anche imprese sane e tuttavia non attrezzate a superare una crisi così lunga e impegnativa”.

Analizziamo allora le cifre emerse dal Rapporto (che ha il pregio di aver focalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica sui veri numeri di un disastro) raggruppando per sezioni i dati forniti.

Produzione industriale e investimenti 

Dal 2008 al 2014 il settore manifatturiero al Sud ha perso il 34,8% del proprio prodotto, contro un calo nazionale del 16,7% e ha più che dimezzato gli investimenti (-59,3%), tanto che nel 2014 la quota del valore aggiunto manifatturiero sul Pil del Sud è stata pari solo all’8% (diminuzione del 2,7% contro il -0,1% del Centro-Nord), ben lontano dal 17,9% del Centro-Nord. Dato che si unisce alla caduta delle esportazioni che in nel Centro-Nord salgono del 3% e al Sud crollano del 4,8%. In calo anche l’industria in senso stretto:    -0,7% al Centro-Nord, -3,6% al Sud.

Il Sud sconta inoltre un forte calo sia dei consumi interni che degli investimenti industriali. I consumi delle famiglie meridionali sono ancora in discesa, arrivando a ridursi nel 2014 dello 0,4%, a fronte di un aumento del +0,6% nelle regioni del Centro-Nord. Se si guarda dall’inizio della crisi al Sud i consumi sono scesi del 13,2%, oltre il doppio che nel resto del paese. Considerando questi  periodi, tutti gli italiani hanno stretto la cinghia. Dal 2004 al 2014, infatti, la spesa media mensile delle famiglie è aumentata di soli 108 euro (+4,5%). E’ continuato a crescere anche il divario di spesa tra le regioni del Nord e quelle del Sud, con il carrello della spesa del settentrione che lo scorso anno supera del 42,4% quello del meridione (2.790 euro contro 1.959 euro, con una differenza di 831 euro). Lo rilevano i dati Istat contenuti negli annuari statistici ‘L’Italia in cifre’ del 2004 e del 2014, messi a confronto dall’Adnkronos.

Una parziale mitigazione viene dai dati Nielsen dell’ultimo periodo di Agosto, con una sperabile ripresa degli acquisti presso la GDO che possa certificare anche dati in aumento per settori non censiti del commercio meridionale.

Anche peggiore la situazione degli investimenti: 2008 al 2014 sono crollati del 38%, mentre il calo nel Centro-Nord è stato pari al 27%, con una differenza di 11 punti percentuali. Anche nel 2014 gli investimenti fissi lordi hanno segnato una caduta maggiore al Sud rispetto al Centro-Nord: -4% rispetto a -3,1 per cento. A livello settoriale, si è registrato un crollo storico al Sud degli investimenti dell’industria in senso stretto, ridottisi dal 2008 al 2014 addirittura del 59,3%, oltre tre volte in più rispetto al già pesante calo del Centro-Nord (-17,1%). Giù anche gli investimenti nelle costruzioni, con un calo cumulato del -47,4% al Sud e del -55,4% al Centro-Nord. Quasi allineata nella crisi la dinamica dei servizi collegati all’industria: -33% al Sud, -31% al Centro-Nord.

Non è immune dal crollo nemmeno la spesa pubblica. A livello nazionale dal 2001 al 2013 la spesa pubblica in conto capitale è infatti diminuita di oltre 17,3 miliardi di euro da 63,7 miliardi a 46,3 ma al Sud il calo è stato di 9,9 da 25,7 a 15,8. Scendono soprattutto al Sud i trasferimenti in conto capitale a favore delle imprese pubbliche e private: tra il 2001 e il 2013 si è registrato un calo del 52%, pari a oltre 6,2 miliardi di euro.

Mitighiamo, riportando un nostro paper della scorsa Stagione, la valutazione netta del livello di PIL meridionale, con i dati diffusi dal DBGEO dell’Agenzia delle Entrate.

Dai suoi rilevamenti, a livello nazionale, il Tax gap, cioè il rapporto tra imposta versata e imposta dovuta sulla base del reddito presunto (ricavabile dai dati Istat), è pari al 38,41%. Ma questo dato si può articolare sul territorio e scoprire che la propensione a evadere varia molto.

Su tali basi, l’Agenzia ha fatto una prima aggregazione in otto gruppi omogenei e su questa base ha costruito una mappa dell’Italia a colori e una tabella di sintesi.

Osservando i risultati, si scopre così che si va da un tasso di evasione minima, pari in media al 10,93%, per il gruppo che comprende le province dei grandi centri produttivi – Milano, Torino, Genova, Roma, Lecco, Cremona, Brescia – a uno massimo del 65,67% nel gruppo che contiene le province “difficili” di Caserta e Salerno in Campania, di Cosenza e Reggio in Calabria e di Messina in Sicilia.

In quest’ultimo gruppo, quindi, caratterizzato anche da alti tassi di criminalità organizzata, disagio sociale, truffe e altre frodi (6.726 per milione di abitanti, contro una media nazionale di 4.625), mediamente ogni 100 euro d’imposta versata se ne evadono quasi 66. Appena sotto, troviamo, con un tasso d’evasione del 64,47%, l’area che comprende tutte le altre province del Sud (incluse Nuoro, Oristano e Ogliastra in Sardegna), ad eccezione di Bari, Napoli, Catania e Palermo, dove il Tax gap è mediamente inferiore (38,19%). Questi dati aiutano a comprendere come, in molte zone del Meridione, si riesca comunque a portare avanti l’esistenza, nell’attesa di una sistemazione “ufficiale” e dignitosa, facendo così risultare queste zone molto più disagiate e povere nelle statistiche ufficiali di quanto sia la situazione reale.

Ricchezza pro-capite ed occupazione

In termini di Pil pro capite, il Mezzogiorno nel 2014 è sceso al 53,7% del valore nazionale, un risultato mai registrato dal 2000 in poi. Lo scorso anno infatti quasi il 62% dei meridionali ha guadagnato meno di 12 mila euro annui, contro il 28,5% del Centro-Nord. Nel dettaglio a livello nazionale, il Pil è stato di 26.585 euro, risultante dalla media tra i 31.586 euro del Centro-Nord e i 16.976 del Sud. A livello di regioni il divario tra la più ricca, il Trentino Alto-Adige con oltre 37.000 euro, e la più povera, la Calabria con poco meno di 16.000 euro, è stato di quasi 22.000 euro, in crescita di 4.000  euro in un solo anno. Tutto questo si riflette nel rischio povertà che coinvolge una persona su tre al Sud e solo una su dieci al Nord. In Sicilia il rischio riguarda il 41,8% della popolazione, in Campania il 37,7%. In generale al Sud la povertà è aumentata rispetto al 2011 del 2,2% contro il +1,1% del Centro-Nord.

Il tasso di disoccupazione in Italia arriva nel 2014 al 12,7%, quale media tra il 9,5% del Centro-Nord e il 20,5% del Sud. Nel 2014 i posti di lavoro in Italia sono cresciuti di 88.400 unità, tutti concentrati nel Centro-Nord (133.000), mentre il Sud ne ha persi 45.000. Segnali di un debole miglioramento solo nell’ultimo periodo: tra il primo trimestre del 2014 e quello del 2015 gli occupati sono saliti in Italia di 133.000 unità, di cui 47.000 al Sud e 86.000 al Centro-Nord. Rimane il dato che tra il 2008 e il 2014 delle 811.000 persone che in Italia hanno perso il posto di lavoro ben 57.000 sono residenti a Sud.

Il numero degli occupati nel Mezzogiorno, arriva così a 5,8 milioni, il livello più basso almeno dal 1977, anno di inizio delle serie storiche Istat.

In cerca di maggiori opportunità e soprattutto di un lavoro, centinaia di migliaia di persone negli ultimi anni si sono spostate dal Sud verso il Nord. Si stima che tra il 2001 e il 2013 più di 700.000 persone si siano trasferite nelle regioni italiane settentrionali: il 70 per cento aveva un’età tra i 15 e i 34 anni, circa un quarto aveva una laurea. In dieci anni, dal 2001 al 2014 sono migrate dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord oltre 1 milione 667.000 persone, di cui 526.000 ‘under 34’ e 205.000 laureati. Secondo l’ISTAT infine, nei prossimi 50 anni il flusso migratorio dal Sud verso il Nord e l’estero potrebbe interessare in tutto 4,2 milioni di persone.

Al Sud lavora solo una donna su cinque. Nel 2014, a fronte di un tasso di occupazione femminile medio del 64% nell’Europa a 28 in età 35-64 anni, il Mezzogiorno è fermo al 35,6 per cento. Ancora peggio, sottolinea Svimez, se si osserva l’occupazione delle giovani donne under 34: a fronte di una media italiana del 34% (in cui il centro-Nord arriva al 42,3%) e di una europea a 28 del 51%, il Sud si ferma al 20,8 per cento. Per quello che riguarda i giovani Svimez parla di una “frattura senza paragoni in Europa“: il Sud negli anni 2008-2014 ha perso 622.000 posti di lavoro tra gli under 34 (-31,9%) e ne ha guadagnati 239.000 negli over 55, con un tasso di disoccupazione under 24 che raggiunge il 56%. Infine, sono meridionali quasi 2 milioni di Neet, ovvero i giovani che non lavorano né studiano.

Dal 2001 al 2014 – secondo il rapporto – la popolazione è cresciuta a livello nazionale di circa 3,8 milioni, di cui 3,4 milioni al Centro-Nord e 389.000 al Sud. Il tasso di fecondità al Sud è arrivato a 1,31 figli per donna, ben distanti dai 2,1 necessari a garantire la stabilita’ demografica, e inferiore comunque all’1,43 del Centro-Nord. Nel 2014 al Sud “si sono registrate solo 174.000 nascite, un livello che ci riporta al minimo storico registrato oltre 150 anni fa, durante l’Unità d’Italia” dice lo Svimez, che per gli anni a venire  prevede uno “stravolgimento demografico”,  con l’ipotesi che si  perderanno 4,2 milioni di abitanti nei prossimi 50 anni, arrivando cosi’ a pesare per il 27,3% sul totale nazionale a fronte dell’attuale 34,3%”.

Il Mezzogiorno, nelle affermazioni dello Svimez, è la Grecia d’Italia e si avvia verso “un sottosviluppo permanente”. Se il Paese ellenico dal 2000 al 2013 è cresciuto del 24%, il Sud della Penisola si ferma al 13%. Contro il 53,6% che rappresenta la media dell’Europa a 28. Che sottolinea come nei 13 anni considerati dall’indagine l’Italia nel suo complesso sia stato il Paese con meno crescita dell’area euro a 18: il tasso cumulato di avanzamento del pil è stato del 20,6% a fronte di una media del 37,3%.

L’immagine di un Sud affamato, oltre a deprimere chi si sofferma sui dati, può dar luogo al solito piagnisteo, se nessuno metterà mano ad un progetto. Se ci fosse invece, come potrebbe e dovrebbe esserci, l’analisi reale muoverebbe ancora di più la volontà, la “rabbia” positiva e costruttiva. Perché non è vero che non c’è niente da fare. Non è vero che non si sa che fare. Si sa cosa non fare, ed è già molto: si sa che l’austerità praticata già prima del Fiscal compact, e che ha portato, ad esempio, alla riduzione in quindici anni del 40% della spesa in conto capitale nel Mezzogiorno, non è la strada da seguire.

Ha senso continuare su questa strada, magari per togliere le tasse sulle case di lusso o dare 80 Euro a chi ha già un’occupazione? O piuttosto non bisogna puntare a rilanciare gli investimenti, nuove politiche industriali, ridare un ruolo allo Stato tanto da farlo diventare promotore di competenze, di progetti e di realizzazioni. Non è vero che non si sa che fare: istituzioni, intellettuali, centri studi (la stessa Svimez), indicano strade, proposte, con un’analisi realistica delle potenzialità, degli scenari.

Una verità che emerge dai dati e dalla storia del Meridione, dice che ci sono nemici interni e nemici esterni del Mezzogiorno. E la critica, anche severa, alle classi dirigenti locali, alle loro inefficienze, collusioni e commistioni improprie, non può diventare un alibi per il mancato impegno di quelle nazionali, ché hanno le stesse responsabilità, anzi la responsabilità ultima, nel tenere unito un Paese. La questione meridionale non può essere derubricata a questione tra meridionali.

Serve un progetto, e non serve solo al Mezzogiorno. Perché se non è vero che il Nord è entrato in crisi per colpa del Sud (se il Mezzogiorno è la Grecia, il Nord da tempo non è più la Baviera…) è vero che la spirale recessiva del Sud rischia di rendere fragile la possibile ripresa del resto del Paese. E serve un disegno a partire dall’Europa, nella quale possa esistere un governo dell’Euro che non voglia dire austerità. Perché la Grecia non è mai stata soltanto la Grecia. È anche questa pezzo d’Italia, con cui non sono soltanto comuni i problemi, è soprattutto comune il destino. Perché la questione meridionale è ormai da tempo questione europea. E allora, che fare del Sud? Certo, non aiuta che oggi non vi sia più un Ministro e nemmeno un sottosegretario a occuparsi di Mezzogiorno. Ma ciò che soprattutto sembra mancare è la consapevolezza della posta in gioco, e del poco tempo che ci resta. Perché, caro politico, pure quando hai preso il Mezzogiorno, poi, puoi rischiare di guardarti tra le mani e di non trovare niente.

Mezzogiorno. Ma ciò che soprattutto sembra mancare è la consapevolezza della posta in gioco, e del poco tempo che ci resta. Perché, caro politico, pure quando hai preso il Mezzogiorno, poi, puoi rischiare di guardarti tra le mani e di non trovare niente.

Annunci

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: