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CHINA ANALYSIS con Rebecca ARCESATI

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Alcune tra le maggiori delle 111 SOE gestite dal governo centrale, tra cui compaiono, fra gli altri, colossi che detengono il monopolio nelle telecomunicazioni, nel settore petrolifero, nel metallurgico, nell’agricoltura. A destra, una provocatoria vignetta della Xinhua: il serpente rappresenta le aziende di Stato che divorano i “beni statali”. Sprechi, corruzione, inefficienza sono mali endemici dell’economia statale cinese.

Alcune tra le maggiori delle 111 SOE gestite dal governo centrale, tra cui compaiono, fra gli altri, colossi che detengono il monopolio nelle telecomunicazioni, nel settore petrolifero, nel metallurgico, nell’agricoltura. Sopra, una provocatoria vignetta della Xinhua: il serpente rappresenta le aziende di Stato che divorano i “beni statali”. Sprechi, corruzione, inefficienza sono mali endemici dell’economia statale cinese.


Pechino ha approvato un piano di privatizzazioni parziali.  L’attesa riforma delle aziende statali é il passo chiave verso l’economia di mercato; per molti versi, una battaglia di Xi Jinping

VIA ALLA “PROPRIETA’ MISTA” DELLE STATE-OWNED ENTERPRISES

Rebecca ARCESATI, 18 settembre 2015

Domenica scorsa l’agenzia di stampa Xinhua ha reso noto che il governo ha finalmente approvato un piano ristrutturazione delle aziende di proprietà statale (le cosiddette SOE). Le linee guida promulgate dal Comitato Centrale del Partito e dal Consiglio di Stato dovrebbero attuare, tra le altre cose, alcuni consolidamenti e fusioni, non meglio specificati. L’obiettivo è quello di rendere il settore più efficiente e trasparente attraverso una maggiore apertura al mercato, rafforzando al contempo il controllo del Partito.

La riforma delle aziende di Stato ­– che controllano quasi tutto, dalle telecomunicazioni al settore bancario, ma con un return on assets che è circa la metà delle aziende private – non è argomento di oggi: è nell’agenda del Partito almeno dal Terzo Plenum del 18esimo Congresso nel 2013. Allora Xi Jinping  espresse la volontà di dare “più spazio al mercato” e meno allo Stato e di “mettere in moto un sistema buono e moderno per le aziende di Stato [e] sostenere il sano sviluppo dell’economia non statale”. Tradotto, più partecipazione del capitale privato nelle SOE, ambiente competitivo maturo tra aziende statali e private, miglioramento dell’efficienza.

Ora che l’economia rallenta,  è urgente ristrutturare un settore affossato dal debito e dannoso per l’ascesa delle imprese private nei settori più competitivi; un settore che in tempo di difficoltà sperimenta particolare debolezza, non a caso il piano viene dopo i dati economici non incoraggianti di agosto. “Ci sforzeremo di riformare le ‘aziende zombie’, quelle che da tempo generano perdite, e di liberarci degli asset inefficienti e che non producono utili”, ha affermato Zhang Xiwu, vice capo della State-owned Assets Supervision and Administrative Commission (SASAC). Il tutto allo scopo di renderle “entità di mercato indipendenti” più forti e competitive.

Le imprese statali rappresentano un quarto dell’economia cinese e sono i principali attori nei settori del petrolio e dell’energia, dell’elettricità, delle telecomunicazioni, dei trasporti, dei minerali e materiali e delle costruzioni. 111 agglomerati vengono gestiti centralmente dalla SASAC, mentre i governi locali possiedono circa 25000 aziende che impiegano attorno ai 7 milioni e mezzo di persone. Negli ultimi anni si è vista la rapida ascesa dei maggiori gruppi nella classifica Fortune Global 500 (la lista dei primi 500 gruppi economici mondiali, stilata ogni anno sulla base del loro fatturato dalla rivista Fortune), che dimostra il loro status di vere e proprie multinazionali competitive sul piano internazionale. Esse giocano un ruolo importante nell’esportazione delle capacità infrastrutturali cinesi in paesi come l’Africa, e faranno altrettanto nell’ambito della Nuova Via della Seta in Asia Centrale, con il sostegno della Asian Infrastructure and Investment Bank.

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Il problema è che all’interno delle SOE si annida la corruzione, poiché in Cina la politica, l’economia e la finanza si legano indissolubilmente, creando immensi patrimoni familiari che proteggono i propri interessi a discapito di quelli dello Stato. Il sistema è stato oggetto di dibattito internazionale con la clamorosa indagine del New York Times sul patrimonio familiare del premier Wen Jiabao, ma la vendita di cariche politiche ai manager delle SOE e il clientelismo sono all’ordine del giorno.

La riforma è stata osteggiata soprattutto da chi è determinato a mantenere tale status quo: le SOE hanno beneficiato di un accesso preferenziale al credito dalle banche di stato e di un’iniqua protezione dalla competizione, il che ha reso i manager sempre più ricchi e le aziende sempre meno efficienti. Esse gestivano miliardi per i loro interessi, senza controlli e sfruttando gli stretti legami politici per ottenere vantaggi. Il loro potere finanziario permetteva loro di allocare  le risorse finanziarie ai privati, ossatura dell’economia, a loro piacimento.

Certo riformare le SOE è complesso, anche perché il ridimensionamento porta con sé la perdita di posti di lavoro, che può alimentare l’instabilità sociale. Alla fine degli anni ’90 Zhu Rongji aveva avviato la privatizzazione e la liquidazione di decine di migliaia di aziende, portando alla chiusura di numerose SOE più piccole e al consolidamento delle aziende maggiori: il tutto risultò nel licenziamento di circa 6 milioni di impiegati. Nel 2012, con la conclusione del mandato di Wen Jiabao sono cresciute le pressioni per una riforma che guardasse al mercato, dato il gap di efficienza tra imprese pubbliche e private. Secondo i dati del Ministero delle Finanze, i profitti totali sono caduti  del 4,5 % nel 2015, a 157 miliardi di dollari, rispetto allo scorso anno.

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 Ma il ritardo nell’attuazione è dovuto più ai conflitti di potere che a ritorsioni sociali; lo stesso Xi Jinping ha ammesso come le dispute sulla “distribuzione di potere, denaro e risorse” siano il principale ostacolo. Il presidente si è rivelato secondo molti analisti un leader accentratore, che ha portato avanti una dura battaglia anticorruzione, sfidando forti interessi politici ed economici. Nel 2013 sono stati condannati 182 mila funzionari a tutti i livelli del governo, e in questi anni sono state colpite alcune delle “tigri” più potenti: il caso Bo Xilai, con la sua rete di clientele, ha aperto le danze nel 2012, mentre quest’anno è stata la volta di Zhou Yongkang , uno degli uomini più potenti in Cina e capo di un impero familiare da 90 milioni di yuan; ex membro del Politburo, da ultimo a capo del servizio di sicurezza e in precedenza segretario di Partito nel Sichuan, era il maggiore ostacolo alle riforme di Xi insieme a Bo Xilai. La campagna non è solo un modo per consolidare il potere della leadership e conquistare il consenso dell’opinione pubblica, ma anche strumento per risanare l’economia: la classe di funzionari, come Zhou, vicini a Jiang Zemin, osteggiò la riforma negli anni ’90 per proteggere il sistema corrotto e inefficiente delle SOE; così Zhou si oppose alle liberalizzazioni nel petrolifero quando era signore assoluto della China National Petroleum Corporation.

Già in estate c’erano state anticipazioni su un’immediata decisione in merito al destino delle SOE: il South China Morning Post aveva parlato dell’operazione potenzialmente più grande in oltre  un decennio. La riforma consisterebbe nella parziale privatizzazione delle grandi aziende di Stato per migliorarne la performance economica pur mantenendo un controllo pubblico: ridurre (non eliminare) l’interferenza politica nella gestione aziendale per focalizzare l’attenzione sui profitti, modificando essenzialmente il finanziamento e l’amministrazione. I consigli di amministrazione dovrebbero avere più autonomia decisionale, ad esempio in materia di licenziamenti e assunzioni. Una fonte governativa ha spiegato al South China Morning Post che verranno creati due tipi di compagnia per gestire l’allocazione di risorse alle SOE, sul modello amministrativo della Temasek di Singapore che ha mantenuto un controllo pubblico delle proprie aziende pur aumentando gli utili grazie all’ingresso di investitori privati: le società operative a capitale statale dovrebbero incanalare i fondi alle SOE monopolistiche in settori strategici, mobilitando investimenti, finanziamenti e costruzioni con i beni statali; le società di investimento a capitale statale invece sarebbero create a partire da SOE orientate al mercato soprattutto per occuparsi dei diritti di capitale. Secondo le linee guida datate 2013, queste ultime dovrebbero formarsi da operazioni di trasformazione e ristrutturazioni aziendali. La fonte di finanziamento dovrà essere più chiara che mai e le compagnie dovranno generare utili tali da accrescere il valore dei beni statali.

Un progetto pilota già coinvolge sei delle maggiori SOE con l’obiettivo di attrarre investitori privati in settori non strategici, mentre 16 governi provinciali hanno proposto riforme a fine agosto. Tali piani prevedono la modifica della gestione aziendale da tipo interamente statale a misto per circa il 60-70% delle SOE entro un orizzonte temporale di 3-5 anni, spiega una ricerca dell’ISPI. Due SOE del governo centrale – State Development and Investment Corp  e Cofco (China National Cereals, Oils and Foodstuffs Corp) – saranno tra le prime ad essere testate secondo la Xinhua.

 Nel comunicato di domenica si legge che risultati dovranno essere raggiunti in alcune aree chiave, entro il 2020: dividere la classificazione delle SOE tra quelle dei servizi pubblici (quelle impegnate nel miglioramento del benessere del popolo) e quelle commerciali (orientate al profitto e alla crescita economica nazionale); promuovere la “proprietà mista”, ovvero la parziale privatizzazione; prevenire le perdite; migliorare il sistema di gestione dei beni statali; modernizzare il settore.

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La partecipazione del capitale privato è fondamentale per consolidare questi enormi gruppi industriali e migliorare la loro situazione finanziaria: Sinopec, uno dei giganti nazionali del petrolio, ha annunciato che venderà la maggior parte delle sue catene alberghiere  e oltre 4.000 concessionarie di automobili.  La proprietà mista è segnalata dalla Xinhua come la riforma più significativa, con diversi tipi di investitori che verranno gradualmente incoraggiati a entrare nel settore pubblico; le imprese private potranno comprare azioni e bond convertibili, si sperimenterà la vendita azioni agli impiegati e così via. La presenza di attori non statali, oltre a portare liquidità, è mirata a migliorare la corporate governance: infatti si accoglieranno sempre più manager professionisti rispetto ai funzionari statali, e i salari dovranno essere in linea col mercato e basati sulla performance aziendale.

La supervisione sui beni statali rimane però un punto fermo. Secondo la Xinhua, essa è volta a migliorare la sicurezza e prevenire perdite e abusi di potere. Per questo andrà migliorato il meccanismo di accountability, ma sempre deciso e regolato dallo Stato, l’unico con il potere di sanzionare la corruzione. L’intervento delle agenzie governative dovrebbe essere vietato nella gestione e il ruolo della SASAC dovrebbe limitarsi alla supervisione e alla gestione di alcune compagnie strategiche, ma il suo nuovo status è ancora da definire. Ha ragione il Financial Times quando afferma che la riforma delle SOE si svolgerà all’insegna del compromesso, in una Cina dove Stato e mercato coesistono in un delicato equilibrio. Già nel 2013 si invocava un “ruolo più deciso del mercato” nell’allocazione delle risorse, preservando però il “ruolo dominante del settore statale”. Suona strano? Forse, ma certo la linea che si sta seguendo è quella di promuovere la competitività e efficienza delle SOE senza ricadere nella privatizzazione totale.

La privatizzazione parziale si svolgerà molto lentamente per evitare che lo Stato perda ricchezze, ovvero le svenda sul mercato. Secondo quanto riportato dalla Xinhua, il governo mira a “coltivare una spina dorsale di numerose SOE, con capacità innovativa e competitive a livello internazionale”. Le aziende strategiche (trasporti, telecomunicazioni, energia), rimarranno saldamente in mano allo Stato e potranno subire soltanto privatizzazioni limitate.

Il consolidamento, che dovrebbe ridurre a 40 le SOE amministrate dal governo centrale, è necessario per migliore allocazione risorse ed eliminare gli sprechi, attraverso operazioni di M&A (fusioni e acquisizioni). Si veda la maxi fusione tra le due maggiori società produttrici di treni a inizio anno. Reuters ha rivelato la potenziale fusione delle due maggiori produttrici di alluminio, State Power Investment Corp e Chinalco. Candidate anche, secondo l’agenzia di stampa, le due maggiori costruttrici di reattori nucleari, China National Nuclear Corp (CNNC) e China General Nuclear Power Corp – sebbene il presidente di CNNC abbia smentito – e i giganti del siderurgico Baosteel e Wuhan Iron and Steel. L’interrogativo maggiore riguarda i necessari tagli all’enorme capacità produttiva in eccesso in questi settori e i costi di fusione: Jiang Feitao, dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali, auspica una ristrutturazione guidata dal mercato, non spinta dall’alto, per migliorare l’efficienza del settore siderurgico.

Per la leadership di Xi Jinping, la lotta al clientelismo è lo strumento di una nuova legittimazione politica, fondamentale per gestire la transizione verso un modello economico più maturo. La sfida è il superamento del “modello Chongqing”  (il nome deriva dalla provincia amministrata da Bo Xilai) e la creazione di un legame virtuoso tra Stato e mercato, con normali condizioni concorrenziali. Per Francesco Sisci, si tratta di una modificazione profonda nella “cultura del business” cinese, che richiederà anche un certo grado di amnistia per i manager privati coinvolti nei casi di corruzione per non bloccare l’economia, data la profonda integrazione tra settore statale e privato. Infatti, i manager dovranno essere l’ossatura della privatizzazione, manageriale e finanziaria, di cui la Cina ha disperatamente bisogno. D’altra parte i funzionari, abituati a agire in cambio di bustarelle, sono scoraggiati dalla campagna punitiva del presidente:  la sfida è quella di convincerli ad essere efficienti nel nuovo ordine. Sisci scrive che le pratiche opache proibite nell’industria sono state riversate nei mercati finanziari attraverso strumenti come lo shadow banking e che il primo crack estivo della borsa può essere letto come una speculazione per spaventare Xi Jinping. La questione è quanto mai delicata.

Rimangono perplessità che il sistema possa cambiare attraverso riforme incrementali. Per Fred Hu, ex general manager di Goldman Sachs Asia-Pacific, la competizione equa non potrà mai esistere finché esisteranno le SOE. L’influente economista Liu Shengjun su Weibo si è espresso di recente a favore della privatizzazione, denunciando i “crony capitalists”. Finché la maggioranza nelle SOE sarà dello stato, secondo Liu, i privati non avranno potere decisionale e gli investitori rimarranno scettici sul ritorno degli investimenti. Scettico sulla riforma è anche Scott Cendrowski, su Fortune: fino a quando esisterà il partito, finché le imprese locali gestiranno giornali e altre “vestigia dell’economia sovietica”, le esigenze del mercato non verranno mai per prime.

 Del resto, è irrealistico pretendere che il Partito abbandoni ideologicamente la proprietà collettiva per lanciarsi nella privatizzazione totale: significherebbe la fine della sua legittimità storica e del suo potere. Inoltre, non dimentichiamo che l’efficienza comincia davvero ad interessare ad aziende che sono entrate a pieno titolo fra i colossi mondiali e affrontano la competizione globale!

Se le SOE saranno lasciate fallire rimane un interrogativo. In passato molti fantasmi sono stati mantenuti vivi con iniezioni di liquidità. Il debito (282% del PIL) è uno dei problemi strutturali più preoccupanti nell’economia cinese a partire dalla crisi dei mutui subprime americani nel 2008 e le SOE nel 2013 avevano accumulato un rapporto tra debito e patrimonio netto pari a circa il 200%, 60 punti percentuali in più dal 2007; al contrario, il leverage delle imprese private e straniere è diminuito. E’ di pochi giorni fa la notizia che il gruppo Erzhong, produttore di macchinari pesanti, ha annunciato un default potenziale dopo essere stato denunciato da un creditore.  L’unico default precedente è finora Baoding Tianwei, produttore di equipaggiamenti nel settore dell’energia, che non era riuscito a pagare un bond nazionale di 85,5 milioni di yuan ad aprile. I fallimenti come questo sono visti come positivi, perché rappresentano un cambio di rotta del governo verso il rischio finanziario.

E’ positivo che la riforma ponga un enfasi sulla quotazione in borsa e sulle IPO, come evidenziato dal Financial Times: tutti gli asset possibili dovranno essere quotati, non soltanto quelli più redditizi. Ciò incoraggerà le aziende a migliorare la performance di alcuni asset o a disfarsene. Un esempio viene dalla Citic, che lo scorso anno ha immesso 37 miliardi di dollari di beni non quotati in una sussidiaria di Hong Kong. Nel 2014 il ritorno di capitale delle SOE era al 4.6%, contro il 9.1% del settore privato. Secondo una fonte governativa intervistata dal giornale americano, la proprietà mista e le IPO rappresentano un significativo “disinvestimento” da parte dello Stato. E’ già qualcosa …

 

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