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CHINA ANALYSIS con Rebecca ARCESATI

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L’impatto del rallentamento della seconda economia mondiale si fa sentire sui mercati delle commodities

Di Rebecca ARCESATI, venerdì 25 settembre 2015

Gli effetti della difficile congiuntura economica cinese si stanno manifestando in molteplici modi sui mercati globali. Uno di questi è senza dubbio la spinta deflattiva della domanda debole di alcune materie prime, in particolare di metalli pesanti, segno di un rallentamento dell’industria: si è chiusa la fase di boom infrastrutturale (e di crescite del PIL fino al 14%) del gigante asiatico, che dal 2000 al 2008 aveva contribuito da solo al totale incremento netto dei consumi globali di metalli, da tempo depressi.

Mercoledì le borse asiatiche hanno subito il più drastico calo giornaliero del mese, dopo la pubblicazione di un’indagine privata secondo cui l’industria cinese ha subito a settembre la contrazione più rapida in sei anni e mezzo. I dati preliminari dell’indice Markit (China Manifacturing Purchasing Managers Index) della rivista Caixin – che misura la produttività del settore manifatturiero – hanno registrato il valore di 47, contro le aspettative di un 47,5: si tratta del settimo mese di fila di contrazione, il che mostra tutta la difficoltà di superare la recessione per la Cina e i suoi leader, e spaventa gli investitori.

Del resto, la cifra del 7% relativa alla crescita del PIL sembra ormai ufficialmente truccata. Lo fa notare il Sole 24Ore, che invita ad osservare i dati non incoraggianti del manifatturiero, il consumo di elettricità al 1,2% nel primo semestre del 2015, un drastico calo delle vendite al dettaglio e della crescita dei ricavi delle aziende quotate a Shanghai (questo proprio mentre il valore dei titoli saliva alle stelle). L’intervento correttivo della banda di fluttuazione dello yuan in agosto, per favorire l’export, è stato per molti l’ammissione ufficiale del rallentamento, seguito poi dal quinto taglio dei tassi di interesse in meno di un anno da parte della Banca Centrale Cinese, per fornire liquidità e sostenere l’economia.

La flessione cinese ha determinato un calo delle importazioni di materie prime. Secondo il Commodity Markets Outlook della Banca Mondiale, il consumo di metalli del Paese, dopo i livelli record degli ultimi anni, si collocherebbe ora nella media dei paesi Ocse. L’import del rame è calato del 10%, lo zinco del 48% e l’alluminio primario del 76,3 %. Allo stesso tempo, la Cina si sbarazza del surplus esportando quantità crescenti di semilavorati equiparabili quasi a materie prime. Un ovvio effetto è il crollo dei prezzi delle commodities, specialmente di alcuni metalli: rame, alluminio e altri metalli non ferrosi sono ai minimi da sei anni al London Metal Exchange. Le quotazioni scenderanno ancora secondo Goldman Sachs, che prevede una diminuzione del 44% per il rame fino al 2018. Una situazione che lascia ai Paesi esportatori un surplus da eccesso di offerta.

Perché la Cina conta così tanto nei mercati delle commodities? Come riferito dal documento del 2013 Resource Efficiency: Economics and Outlook for China, pubblicato dallo United Nations environment programme (Unep), essa è il maggior consumatore mondiale di materie prime. Dal 1997 al 2008, i livelli di consumo pro capite sono cresciuti da un terzo a una volta e mezzo i consumi mondiali. La costruzione di grandi infrastrutture, l’energia, l’urbanizzazione e le gigantesche capacità produttive hanno fatto aumentare il consumo interno pro capite di risorse naturali a quasi il doppio del tasso di tutta la regione dell’Asia Pacifico. Tuttavia, occorre tenere presente che la crescita del consumo di materiali è stata trainata in primo luogo dal boom infrastrutturale: analizzando il consumo totale di materiali interno al Paese, salta agli occhi un calo della percentuale di biomassa, dal 63% al 15% tra il 1970 e il 2008, contro un aumento dei minerali da costruzione dall’8% al 63% e dei minerali metallici e minerali industriali dal 4% all’8%. In particolare, la Cina consuma il 54% dell’alluminio mondiale, il 48% del rame, il 50% del nickel, il 45% del ferro, il 60% del cemento. Un dato curioso, negli ultimi tre anni la Cina ha consumato più cemento che gli Stati Uniti in tutto il ventesimo secolo.

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Un capitolo a parte meriterebbero i combustibili energetici, in un Paese che ha visto probabilmente l’espansione più rapida e ampia della storia moderna. Sempre dal 1970 al 2008, il livello assoluto di consumo di combustibili fossili è aumentato di oltre 7 volte,  con una crescita media annua del 5,3%. La Cina utilizza il 49% del carbone, il 13% dell’uranio e il  12% del petrolio mondiali; la combustione del carbone, utilizzata anche nella produzione del ferro e nei riscaldamenti domestici, è la principale responsabile della crisi ambientale, dovuta all’emissione di biossido di carbonio. Nel 2012 la Cina è divenuto il maggiore market player mondiale nel mercato delle energie rinnovabili (sopra il 22%, a 67 miliardi di dollari) e l’efficienza energetica è migliorata qui più rapidamente che in qualunque altro luogo, ma molto resta da fare in termini di monitoraggio e implementazione.

La quota del consumo di metalli di Pechino è salita dal 13% nel 2000 al 47% nel 2014. Tale boom si spiega anche con il fenomeno dello shadow banking, che ha contribuito ulteriormente a deprimere il prezzo di queste materie prime: le importazioni erano dovute al fatto che alcuni materiali venivano trattati come strumento per ovviare alla difficoltà delle imprese di accaparrarsi liquidità, quindi stoccate e utilizzate per chiedere prestiti sul mercato locale attraverso circuiti finanziari esterni al sistema bancario. Inizialmente era il rame la commodity più utilizzata in questo modo, oggi è il ferro. A gennaio la Cina ha importato 86,8 milioni di tonnellate di minerali di ferro, un record storico. Ciò appare in contrasto con il rallentamento della produzione di acciaio, infatti ha un’altra spiegazione: Mysteel Reasearch ritiene che almeno il 40% del ferro importato sia stato usato come garanzia per contrarre prestiti.

 Il fatto che la Cina rappresenti il 13% del PIL globale a parità di potere d’acquisto e che consumi una tale mole di risorse fa della debolezza della domanda una grande preoccupazione per l’economia globale. Se i prezzi bassi sono apprezzati dai consumatori e dai Paesi che importano materie prime, come l’India, sono meno contenti i grandi esportatori di commodities verso la Cina – Canada, Australia, Brasile, Sud Africa. In difficoltà in particolare il settore minerario, come mostrato dal declino del 28% del Bloomberg World Mining Index quest’anno.

 A giugno Bhp Billiton, il colosso minerario australiano, ha mostrato i peggiori risultati dal 2004, con una perdita dell’86% del profitto su anno. Il Sud Africa ha subito per ultimo il contraccolpo della caduta dei prezzi, con una contrazione dell’1,3% nel secondo trimestre; la produzione del settore minerario (carbone e minerale di ferro) è scesa del 6,8%. Anche Zambia, Angola and Nigeria sono state colpite dalla caduta di petrolio e metalli preziosi. Il Brasile è un’altra vittima, con una contrazione del 2% attesa per quest’anno. In Russia il ministro degli esteri, Alexei Ulyukayev, ha dichiarato che il Paese – il maggiore esportatore mondiale di energia – si contrarrà del 3,3 %. La combinazione di rallentamento cinese, prezzi bassi delle commodities e dell’energia, aumento del dollaro sulla scia delle aspettative di un aumento dei tassi (il che significa un aumento del costo del servizio del debito) è a dir poco disastrosa per le economie emergenti di Asia, Africa e Sud America. Ecco perché le valute di molti PVS stanno precipitando, dal momento che numerosi capitali sono fuggiti in America alla vigilia della decisione della Federal Reserve sui tassi di interesse. Infine, si segnala un’inchiesta di Reuters/INSEAD che rivela una caduta record nella fiducia delle maggiori aziende asiatiche, a causa dei potenziali rischi provenienti dalla Cina sulla crescita globale.

Anche l’Europa registra un lieve effetto, con il Composite Flash PMI dell’Eurozona a 53,9, contro le previsioni di un ribasso a 54,1. Con la domanda asiatica più lenta sono cresciute meno le imprese private, con meno assunzioni e una riduzione della produzione. Secondo alcuni analisti, il rischio è un impatto negativo sulla fiducia delle imprese europee, che peserebbe su investimenti e assunzioni.

Le vicende cinesi sono tra le principali ragioni che stanno alla base della decisione della Federal Reserve di rimandare ancora l’aumento dei tassi di interesse a lungo discusso, come spiega un articolo del Financial Times. Nel comunicato della Fed si legge chiaramente: “I recenti sviluppi globali economici e finanziari potrebbero in qualche modo frenare l’attività economica, e probabilmente creeranno ulteriore pressione al ribasso sull’inflazione nel breve termine”. Il futuro delle riforme economiche cinesi determina un clima di incertezza che influisce negativamente sui mercati.

A ciò concorre la volatilità causata dalla leggera svalutazione dello yuan, che ha avuto l’effetto di esportare la deflazione cinese. Gli Stati Uniti, un Paese dove gli investimenti sono stati trainati da prezzi alti del petrolio, subiscono un impatto negativo. Le previsioni dell’inflazione derivate dal mercato dei bond suggeriscono che l’inflazione americana viaggerà a meno dell’1,6 % nel prossimo decennio, al di sotto del target del 2% fissato dalla Fed.

Malgrado il clima di volatilità e incertezza, è indubbio che la Cina continuerà ad essere, per le dimensioni della sua economia, il maggior importatore mondiale di materie prime. Gli occhi del mondo sono puntati sulla transizione ad un modello economico consumption-driven, che porterebbe sì ad un nuovo aumento della domanda, ma anche ad una svolta a favore delle soft commodities, con grossi cambiamenti per l’ordine economico mondiale; due partite importanti sono e saranno l’approvvigionamento di cibo ed energia. A questo proposito, la Cina ha aumentato nel 2015  le sue riserve di greggio, con mezzo milione di barili di surplus, e secondo l’IEA (International Energy Agency) il target sarebbe di 500 milioni di barili entro il 2020.

 Dunque, mentre il prezzo del petrolio cala di fronte ai dati sull’economia cinese, proprio la Cina contribuisce a sostenere le quotazioni almeno per questa commodity.

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