IL SISTEMA BANCARIO. UTILI AUTONOMI E PERDITE COMUNI

Il Sistema bancario italiano, (eccettuate le filiali di banche estere) si è progressivamente ridotto per processi di libero mercato fino alle attuali 584, di cui 376 di Credito Cooperativo: ma delle 208 Banche non BCC, molte fanno parte di Gruppi bancari, per cui ora in Italia vi sono 134 Gruppi bancari e banche indipendenti, nonché il mondo delle BCC che fra loro fanno “sistema”.

Ed è proprio l’imponenza del sistema (e la sua potenza) che comporta un intervento dello Stato in ogni frangente nel quale vi sia un’esigenza o un momento di “debolezza” delle Banche. Tutto questo sempre prescindendo da come svolgano la loro opera di supporto dell’economia nazionale, privilegiando attività finanziarie rischiose all’erogazione del credito ad Aziende e famiglie.

Negli ultimi anni, dopo il 2007 ed il crollo della Lehman & Bros, tutti i sistemi centrali del mondo (Fed americana, BCE europea, Boj giapponese) hanno intrapreso un’attività di controllo e richieste di rafforzamento dei requisiti patrimoniali degli Istituti Bancari, per evitare il ripetersi dei crolli dovuti alle speculazioni senza rete degli Istituti.

Una delle conseguenze di questo è stata una riduzione delle disponibilità di crediti (che hanno di converso aumentato le sofferenze di sistema) per recuperare risorse rivolte all’aumento dei patrimoni bancari, il mantenimento dell’attività speculativa degli Istituti bancari e l’intervento degli Stati a supporto nella ricerca di risorse rivolte al patrimonio. Abbiamo assistito ad aumenti di capitale imponenti, prestiti da parte delle Banche centrali (i famosi “Monti Bond” a favore del Monte dei Paschi di Siena), più o meno remunerati e rimborsati ed altri provvedimenti, che ora analizzeremo, rivolti a questo settore più che a tutti gli altri dell’economia, soggetti anch’essi alla crisi mondiale di origine bancaria.

Per limitare il nostro intervento alle provvidenze erogate in Italia, vorremmo ricordare senza pretesa di esaustività, alcuni provvedimenti che si sono susseguiti in varia misura e direzione, decisi talvolta in modo fulmineo e con ampie maggioranze negli Organi Direttivi del Credito.

Nel Giugno di quest’anno, è stata approvata la norma tendente a consentire  alle Banche che svalutazioni e perdite su crediti verso la clientela iscritti in bilancio e perdite realizzate mediante cessione a titolo oneroso diventino «deducibili integralmente nell’esercizio in cui sono rilevate in bilancio». E’ una modifica della precedente normativa, contenuta nei pacchetti di provvedimenti dell’allora Governo Monti, che consentiva la detrazione di tali poste di bilancio in 5 anni. Il Governo prevede che tutto questo comporti un costo per lo Stato di circa 20 miliardi di Euro tra il 2015 ed il 2020.

Altra norma approvata da questo Governo, è quella finalizzata a permettere, mediante l’utilizzo della gestione di Tesoreria, l’adozione di un sistema di garanzie bilaterali per la gestione delle operazioni in strumenti derivati del Tesoro. Le garanzie potrebbero essere costituite da disponibilità liquide (ipotesi maggiormente probabile) o da titoli di Stato.

Posto che nel primo caso la movimentazione della liquidità avverrebbe attraverso schemi analoghi a quelli della gestione di tesoreria, non si ipotizzano maggiori spese o minori entrate a carico del bilancio dello Stato, tanto più in virtù del livello dei tassi di interesse registrato sul mercato monetario, attualmente molto prossimi allo zero e passibili di entrare anche in territorio negativo.

E’ vero che l’adozione di un modello di garanzia bilaterale da parte del Tesoro permetterebbe un allineamento alle pratiche internazionali, coerentemente con l’evoluzione in corso nei modelli di gestione del rischio delle banche ed è altresì  vero che per il Tesoro questo permetterebbe una gestione più efficiente ed economica delle aste nonché naturalmente una sostanziale riduzione del rischio di controparte nei confronti delle banche nel caso in cui il valore di mercato della posizione in derivati sia favorevole per il Tesoro. L’esito finale delle operazioni, però, considerando l’incertezza sulle prospettive di crescita e, in generale, sul miglioramento del quadro macroeconomico, si fonda più su effetti sperati che su stime attendibili: di qui l’inizio di un percorso che è sostanzialmente al buio, realizzando in sostanza da parte del Governo un paracadute per istituti italiani ed esteri che acquistano titoli di Stato. Con le garanzie sui derivati, il governo di fatto consegna le finanze pubbliche italiane agli speculatori, ai quali si garantiscono sempre e comunque guadagni a danno dei contribuenti.

Altra “provvidenza” attribuita alle Banche può senz’altro definirsi l’aumento gratuito di capitale della Banca d’Italia (portato da 156.000 euro a 7,5 mln.), con conseguente incremento di valore della partecipazione a Bilancio delle Banche azioniste. Due disposizioni inoltre portano utilità alle stesse. Il divieto al possesso di più del 3% del Capitale stesso a capo di un unico Gruppo (con l’obbligo di vendita delle azioni, ora cedibili, e guadagno conseguente dei Gruppi partecipanti al Capitale sopra tale livello) e la possibilità di distribuire utili pari al massimo al 6% del capitale (era il 10% prima) che, però ora ammonta ad una cifra ben più consistente, tale da permettere una distribuzione di quasi 450 milioni l’anno di utili.

Ancora, una nuova norma ha stabilito che le banche computino nel loro capitale primario (in tutto per 40 miliardi) anche attivi che, nel resto dell’Eurozona, non vengono accettati allo scopo. Sono i cosiddetti «Dta», le «imposte differite attive». Sono tasse anticipate dalle banche ma che vengono recuperate negli anni successivi, crediti d’imposta relativi a perdite per lo più su impieghi (che altrove in Europa sono immediatamente deducibili) che costringerebbero lo Stato a intervenire in caso di fallimento della banca ripianando gli ammanchi riportati a capitale.

Un’altra provvidenza che vorremmo ricordare, riguarda la Cassa Depositi e Prestiti, per la quale è stata approvata una importante modifica statutaria, la quale ha attribuito alle fondazioni un potere di veto sulla distribuzione di una percentuale di utili realizzati dalla Cassa spa inferiore al 60%, al netto dell’importo destinato alla riserva legale. Per poter destinare ai soci meno del 60% degli utili, l’assemblea dovrà votare con il voto favorevole di almeno l’85% del capitale sociale (il Tesoro, azionista di maggioranza, detiene l’80% circa) e l’eventuale deroga al payout minimo del 60% dovrà essere motivata da “comprovate esigenze di rafforzamento patrimoniale”. La proposta per l’assemblea deve essere approvata dal C.d.a. della Cassa con “la presenza e il voto favorevole di almeno sette amministratori”, cioè con il via libera di almeno uno dei consiglieri espressione dalle Fondazioni.

Che significa, tutto ciò? Che il payout della C.D.P., cioè la parte di utile distribuito agli azionisti (Tesoro e Fondazioni bancarie) aumenterà considerevolmente, con grandi benefici per le fondazioni bancarie. Infatti, è utile sapere che la riserva legale di Cassa Depositi e Prestiti S.p.A. ha già raggiunto il limite del quinto del capitale sociale ex art. 2430 c.c. E’ parimenti utile sapere che nell’assemblea 2014 di CDP l’utile complessivo, di circa 2,3 miliardi, è andato per soli 852 milioni a dividendi, con un payout di solo il 35% circa, mentre nel 2013 (anno in cui la riserva legale raggiunse la soglia civilistica minima del 20% del capitale sociale) il payout restò all’incirca su quel rapporto: 998 milioni su 2.852. Si passerà quindi da circa il 35% al 60% di utile distribuito addirittura vincolato per statuto.

L’ultima provvidenza in termini temporali che si sta realizzando (o si cerca con la provvidenziale opposizione della UE) è la cosiddetta Bad Bank. Si intende come tale, per Bankitalia, un Istituto possibilmente pubblico, che acquisti dalle Banche i loro crediti incagliati o a sofferenza per poi provvedere alla loro realizzazione per il massimo importo possibile. Il risultato immediato sarebbe l’eliminazione dai bilanci delle Banche cedenti degli importi ad incaglio, un miglioramento dei ratios e la liberazione di risorse per l’erogazione di credito aggiuntivo. I dubbi sollevati dal progetto, così come ipotizzato, consistono nel fatto che il prezzo al quale saranno valorizzati i N.P.L. delle Banche, non saranno probabilmente a prezzo di mercato, perchè in tal caso non servirebbe una Bad Bank essendoci già strumenti adeguati a disposizione. L’eventuale sopravvalutazione, verrebbe considerata dalla UE come aiuto indebito ad Aziende comunitarie, oltre a gravare sui contribuenti italiani a favore di pochi potentati economici.

Ricordiamo infine, che a partire dal 1° gennaio 2016, l’eventuale crisi di una banca verrà risolta con il nuovo meccanismo detto “bail-in”: il salvataggio dell’istituto di credito, cioè, non avverrà più con soldi pubblici dello Stato e/o delle banche centrali (come è stato sino a oggi), bensì attraverso la riduzione del valore delle azioni e di alcuni crediti (come quelli dei correntisti che abbiano depositato più di 100mila euro) o la loro conversione in azioni, per assorbire le perdite e ricapitalizzare la banca in misura sufficiente a risolvere la crisi e a mantenere la fiducia del mercato. In sostanza gli errori dei Manager delle Banche ricadranno in questi casi, ancora una volta sui privati, ancorchè Clienti delle stesse e non solo contribuenti.
Tralasciamo altre provvidenze di minore entità. La somma di tutto quanto sopra avrebbe risollevato le sorti di qualunque settore produttivo in Italia. Speriamo riesca almeno a migliorare quello bancario e che i vantaggi non siano visti solo dagli Operatori Finanziari ma anche dalle Imprese, che ne avrebbero molto bisogno.

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