Annunci

SPAZIODONNA con Vitalba AZZOLLINI

La difficile strada della conciliazione: non solo congedi parentali.

Pubblicato su La Voce e aggiornato al 24/9/2015

La promozione del lavoro femminile, ricondotta di norma a istanze di eguaglianza, è auspicabile altresì per motivi di efficienza. Se la diversity giova alla produttività aziendale, i Paesi in cui il differenziale di genere è inferiore registrano performance economiche migliori. Ciò nonostante, in Italia il gender employment gap è tra i più alti in Europa (Eurostat): tra i motivi, la maternità ha un peso rilevante (ISTAT), soprattutto in ragione del difficile bilanciamento tra attività professionale e impegni familiari. La “Relazione annuale sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri o dei lavoratori padri”, redatta dalla Direzione generale per l’Attività Ispettiva (Ministero del Lavoro), conferma che nel 2014 l’85% delle dimissioni/risoluzioni consensuali ha riguardato le madri, a dimostrazione del fatto che “la gestione delle responsabilità familiari e di crescita dei figli, prerogativa ancora prevalentemente femminile, continua ad avere riflessi sulla partecipazione attiva delle donne al mercato del lavoro”. Il 33% delle donne ha lasciato l’impiego per “incompatibilità tra lavoro e cura della prole”: ciò a causa della “assenza di parenti di supporto”, del “mancato accoglimento al nido”, della “elevata incidenza dei costi di assistenza al neonato”. Considerata l’importanza della “conciliazione” – sia in termini di gender mainstreaming che di potenziale di crescita economica nazionale – opportunamente il governo ha di recente affrontato il tema del work life balance (d.lgs. n. 80/2015), attuando la legge delega n. 183/2014 (c.d. JobsAct), al fine di evitare “che le donne debbano essere costrette a scegliere fra avere dei figli oppure lavorare”.

Il d.lgs. n. 80/2015 modifica il T.U. in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità (d.lgs. n. 151/2001) e apporta variazioni alla disciplina dei congedi parentali (rese strutturali con decreto n. 148/2015) . Tra i principi indicati dalla legge delega, il governo ha lasciato inattuati proprio quelli – quali l’integrazione dell’offerta di servizi per le cure parentali o l’introduzione di un credito di imposta per le madri lavoratrici – riconosciuti come i più idonei a favorire la conciliazione; mentre è intervenuto sui congedi parentali, che ora possono essere richiesti in un arco temporale più ampio e fruiti con modalità flessibili. Analisi relative all’impatto di diversi strumenti sull’occupazione femminile (Oecd) riscontrano che tali congedi, se di lunga durata, possono causare la marginalizzazione delle donne, nuocere alle loro skill professionali, risultare incompatibili con posizioni di responsabilità o manageriali, nonché peggiorare le disparità salariali; invece, la disponibilità di strutture di assistenza all’infanzia ha un peso decisivo sulla scelta di tornare a lavorare dopo il parto (oltre a incidere positivamente sui tassi di natalità, profilo di importanza attuale per l’Italia), specie in presenza di una buona flessibilità oraria; inoltre, un credito di imposta atto a coprire una parte dei costi sostenuti per la cura dei figli e dei familiari dipendenti può funzionare quale incentivo all’offerta di lavoro femminile, facendo emergere al contempo situazioni di impiego sommerso. La scelta di intervenire sui congedi parentali, escludendo altre misure, avrebbe reso necessario che il regolatore ne valutasse l’efficacia rispetto al contesto di riferimento, considerando in particolare che in Italia sono scarsamente remunerati e vengono usati soprattutto dalle lavoratrici (la percentuale degli uomini che ne fruiscono tende ad aumentare, restando comunque molto bassa; INPS): pertanto, la previsione di incentivi idonei a incrementarne l’utilizzo da parte dei padri avrebbe reso l’intervento maggiormente incisivo, favorendo una più equa ripartizione delle incombenze genitoriali, al fine di limitare l’abbandono dell’impiego da parte delle madri. Il regolatore avrebbe parimenti dovuto considerare altri elementi rilevanti: ad esempio, che la copertura nazionale dei servizi per l’infanzia (11,8%, ISTAT) è inferiore al target del 33% fissato dalla Strategia di Lisbona ed è stata oggetto di apposita raccomandazione da parte della Commissione UE; che la perdita di vantaggi legati alle entrate familiari (in Italia, l’esenzione da ticket sanitari, l’accesso alle case popolari ecc.) scoraggia l’occupazione del percipiente il reddito inferiore, di solito la donna; che i sussidi legati alla sola natalità (quali il “bonus bebè”), a differenza di quelli espressamente connessi all’acquisto di servizi per la cura dei figli, hanno effetti “incerti e poco significativi”, o addirittura negativi, al fine di stimolare il rientro al lavoro dopo il parto.

La relazione illustrativa del d.lgs. n. 80/2015 dichiara, forse con eccesso di ottimismo, che il decreto ha “una impostazione minimale e settoriale, ma efficace”. Serve realismo, invece, per riconoscere che, continuando a intervenire sulla materia in modo saltuario e non mirato – anziché mediante un complesso coerente di misure complementari, l’impatto delle quali sia valutato preventivamente – una migliore conciliazione fra vita e attività professionale e, quindi, un rilevante aumento della partecipazione femminile al mondo del lavoro, resterà soltanto un mero auspicio.

* Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono l’istituzione per cui lavora

Annunci

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: