FINANZIAMENTO AI PARTITI. UN PO’ DI STORIA ED UNO SGUARDO ALL’ESTERO

Il tema del finanziamento ai partiti venne introdotto subito dopo le elezioni del 18 aprile 1948, diventando ovvio che l’autofinanziamento proveniente dagli iscritti non potesse in nessun modo supplire alle necessità finanziarie dei partiti. Già nel 1947 Pietro Campilli, ministro del Tesoro, fu accusato di negligenza per aver permesso aggiotaggi per una somma che si aggirava intorno agli ottanta milioni di lire ed Ezio Vanoni, ministro del Commercio Estero, fu accusato di aver beneficiato di eccessivi profitti nell’anno in cui aveva ricoperto la carica di gestore straordinario della Banca Nazionale dell’Agricoltura, tra la fine del 1944 e la fine del 1945. La cifra imputata era di circa tre milioni di lire.

Nei primi anni Cinquanta si registrò la prima grande Tangentopoli della storia della Repubblica italiana, lo scandalo del Miliardo legato all’I.N.G.I.C., che vide implicati quasi tutti i partiti dell’arco parlamentare ma nessuno dei tredici deputati o senatori indagati venne processato perché l’autorizzazione a procedere da parte di Camera e Senato venne negata ben sei volte.

Sul finire degli anni Cinquanta venne alla luce lo scandalo legato al “banchiere di Dio” o “facchino della carità” Giovan Battista Giuffrè. La vicenda, per certi versi simile al più tradizionale schema Ponzi, prese il nome di Scandalo dell’Anonima Banchieri e fece clamore perché il banchiere oltre a beneficiare della protezione della Chiesa, versava una parte dei suoi guadagni ad alcuni politici. L’esatta cifra maneggiata dal banchiere non fu mai quantificata nonostante le indagini della Commissione Parlamentare.

Gli anni Sessanta fecero registrare un vero e proprio boom di scandali politici, con cospicue somme di denaro che finivano nelle casse dei partiti. Si cominciò con quello legato alla costruzione dell’aeroporto romano di Fiumicino, proseguendo nel 1963 da parte del ministro delle Finanze, Giuseppe Trabucchi, che rischiò di essere incriminato davanti alla Corte Costituzionale per non essersi accorto che alcuni importatori di banane e di tabacco messicano versavano somme ingenti ad alcuni politici. Infine ci fu lo Scandalo del petrolio che vide protagonista l’Unione Petrolifera nel 1967.

In sostanza, tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, il finanziamento indiretto dei partiti, oltre a essere ritenuto illecito, fu visto come una questione di normale amministrazione. Il 23 marzo 1967 il quotidiano economico Financial Times pubblicò un’inchiesta sull’eccessivo potere dei partiti in Italia:
In base alla legge, i partiti sono libere associazioni. Non hanno obblighi di alcun genere per quanto riguarda l’organizzazione, la nomina dei funzionari, l’origine dei fondi. I bilanci non sono pubblicati e neppure gli iscritti possono vederli. Questi partiti somigliano a tumori le cui radici continuano ad estendersi. Parole su cui meditare anche oggi.

La questione del finanziamento ai partiti tornò a più riprese negli anni Settanta fino a sfociare nell’approvazione della legge 195/74. Questa venne approvata a Montecitorio con 334 voti favorevoli e 34 contrari (gruppo liberale), in seguito ad un nuovo scandalo tangentizio con fondi attribuiti ai partiti di governo da parte di compagnie petrolifere in cambio del mantenimento di un alto prezzo della benzina.

Lo Stato italiano, a partire dal primo gennaio 1974, in quanto come sempre accade in questi casi la legge era retroattiva, avrebbe versato nelle casse dei partiti la considerevole cifra di 45 miliardi di lire l’anno. Non solo, negli anni in cui erano previste le elezioni, sarebbero stati versati sempre ai partiti altri 15 miliardi di lire per finanziare la campagna elettorale. Totale: sessanta miliardi di lire.

Negli anni ’80, con la legge 659/81, aumentarono i contributi statali ai partiti e venne introdotta una nuova forma di pubblicità dei bilanci: i partiti avrebbero dovuto depositare un rendiconto finanziario annuale su entrate e uscite, per quanto non soggetti a controlli effettivi. Inoltre i partiti e i politici (eletti, candidati o aventi cariche di partito) avrebbero avuto il divieto di ricevere finanziamenti dalla pubblica amministrazione, da enti pubblici o a partecipazione pubblica.

In Italia, si tennero due referendum sull’abrogazione del finanziamento pubblico, il primo nel 1978 ed il secondo nel 1993 che sull’onda dellinchiesta Tangentopoli portò la vittoria dei “Si”.

Questo avrebbe dovuto concludere l’esperienza del finanziamento pubblico, almeno per quanto concerne l’attività ordinaria dei partiti, permettendo così anche una diminuzione dei costi della politica. Ma solo pochi mesi dopo dallo straordinario risultato referendario (che, si ricorda, vide il 90,3 per cento degli elettori schierarsi contro il finanziamento pubblico) la questione venne aggirata con la legge 515 del Dicembre 1993 e le successive modifiche,  che sostanzialmente aumentarono i rimborsi elettorali a favore dei partiti.

Arriviamo ai giorni nostri, quando con il governo Letta si rimise mano al finanziamento pubblico ai partiti, che venne abolito a partire dal 2017. Contemporaneamente si introdusse l’istituto del 2×1000 e detrazioni fiscali per chi effettuasse donazioni ai partiti.

Per gli anni 2013 e 2014 si sarebbe quindi potuto accedere al rimborso senza attendere il giudizio di conformità di una Commissione all’uopo istituita, composta da sette membri: 5 dipendenti della Corte dei Conti e 2 dipendenti di altre amministrazioni con competenze di revisori contabili. La Commissione, come previsto, ha il compito di effettuare una verifica della conformità delle spese effettivamente sostenute dai partiti e delle entrate percepite.

La legge del 2014 parla chiaro: a partire dal 2017 i partiti dovranno fare a meno dei rimborsi elettorali e da quel momento finanziarsi solo con il 2X1000 o con donazioni private. Fino a quella data però potranno ancora contare sul finanziamento pubblico ai partiti a patto che i rendiconti inviati dai tesorieri ottengano il nulla osta della commissione di garanzia controllo e trasparenza. Detta più semplicemente i partiti prenderebbero i soldi dallo Stato solo se i bilanci risultasseroo in regola dopo una dettagliata verifica di entrate e uscite, spesa per spesa e scontrini alla mano.

Si vide subito però che il lavoro che la commissione avrebbe dovuto affrontare era immenso, con 48 partiti da controllare e 5 addetti alla supervisione in tutto. Così la revisione, nonostante l’appello lanciato già un anno fa, non si sarebbe potuto fare. La commissione allora chiese ma non ottenne un rinforzo del personale, ed il 30 giugno si arrese, con le dimissioni di tutti i componenti. Con i partiti sull’orlo del fallimento la tentazione di molti a questo punto fu di ignorare la legge e distribuire quindi i soldi ugualmente alle formazioni politiche, anche in assenza di controllo. Ma da una veloce verifica si vide che proprio non si poteva fare e allora prese vita il testo legislativo Boccadutri, che tra emendamenti aggiunti e modifiche in aula, stabilì che non sarebbero più state necessarie le verifiche dettagliate delle spese (quelle con gli scontrini), bastando ai partiti, per avere il rimborso, la semplice regolarità del bilancio. Parliamo di 45 milioni di euro che così finiranno nelle casse dei Partiti in spregio alla Legge dello Stato.

Per il futuro vedremo cosa verrà posto in essere, stante la cronica necessità di denaro delle Organizzazioni Politiche.

Un ultimo sguardo in questa analisi, viene rivolto ad altri Paesi per capire come hanno risolto questo problema.

In Germania, i partiti si sovvenzionano con tre canali: quote associative, donazioni private e sussidi statali. Un meccanismo simile a quello italiano, con una differenza di base: il principio di “trasparenza” che presiede per costituzione qualsiasi movimento finanziario da e verso i partiti. I contributi statali, fissati a un tetto massimo di 133 milioni, vengono erogati con due criteri: a) un contributo proporzionale rispetto ai voti ricevuti, b) un contributo calcolato sull’autofinanziamento. L’accesso è sbarrato da due soglie minime: i risultati elettorali e la raccolta fondi. Per quanto riguarda i primi, sono “eleggibili” i partiti che superano la percentuale dello 0,5% di voti nelle elezioni nazionali e del 1% nelle sessioni locali in uno dei 16 Landastag, gli stati federali. Per quanto riguarda i secondi, l’importo totale del finanziamento pubblico non può superare i fondi cumulati con donazioni private, considerati come una certificazione “di fatto” del radicamento sul territorio dei partiti. In altre parole la popolarità effettiva di un partito si rispecchia nelle donazioni, e le donazioni bilanciano in positivo o negativo la “finanziabilità” degli inquilini del Bundestag.

In Francia, i partiti godono sia del finanziamento pubblico (pari a poco meno di 75 milioni annuali) sia dei rimborsi elettorali (ammontanti a circa 43 milioni). Il finanziamento pubblico è versato anno per anno e si calcola in due quote: la prima è funzionale ai voti ottenuti e accessibile ai partiti che, concorrendo in almeno 50 circoscrizioni, totalizzano dall’1% di consensi in su; la seconda dipende dalla rappresentanza parlamentare, cioè dal numero di candidati eletti in Assemblea Nazionale e in Senato. Da tredici anni, la legge prevede sanzioni per le liste che non candidano una quota minima di donne: solo tra 2003 e 2007, lo Stato ha negato più di 7 milioni di fondi come sanzione per le “scelte discriminanti” dei partiti, in direzione opposta alla parità di sessi prevista dalla legge. Anche il rimborso rientra in due tipologie: effettivo e forfettario. Quello effettivo si calcola sulle spese richieste dalla campagna “ufficiale”, con un vincolo del 5% di consensi per candidato. Quello forfettario è, di fatto, un sussidio: non si correla a una dimostrazione di spesa e risarcisce il candidato del 50% degli esborsi.

Nel Regno Unito, orgogliosamente estraneo alle “ideologie continentali”, i finanziamenti pubblici sono ridotti all’osso. I partiti hanno lo stesso status giuridico delle associazioni di volontariato, e gli unici contributi fissi (i policy development grants, costituiti con un act apposito nel 2000) sono fissati fino a un tetto di 2 milioni di sterline l’anno. La funzione è grosso modo simbolica, come copertura delle linee generali di azioni del partito. Il risarcimento vero e proprio si destina all’opposizione, per incentivare la parità di forza finanziaria (e politica) con la maggioranza. La Short Money Resolution, risalente al 1999, si riserva ai partiti di minoranza che abbiano guadagnato almeno due seggi, o un seggio e 150mila voti. Anche Oltremanica i candidati beneficiano di agevolazioni indirette: spazi televisivi e radiofonici gratuiti, di fatto equivalente a un sussidio tra i 3 e i 10 milioni annui, registrazione degli elettori a carico delle autorità locali, servizi postali gratis per l’invio di materiale elettorale e affitto “for free” di spazi pubblici per comizi e riunioni informative.

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