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CHINA ANALYSIS di Rebecca ARCESATI

Perché la Cina non teme la TPP

credit: China PhotoPress/Getty

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La Trans-Pacific Partneship segue una logica di contenimento della Cina nell’Asia Pacifico. Ma Pechino ha le sue strategie: accordi di libero scambio nell’area e “One Belt, One Road” verso l’Europa.

Di Rebecca ARCESATI, 8 ottobre 2015

Il 5 ottobre, dopo anni di negoziati, il maggiore accordo commerciale degli ultimi 20 anni, nonché il più largo della storia a livello regionale, è stato concluso tra Stati Uniti, Giappone e altri dieci Paesi, che insieme costituiscono il 40% dell’economia mondiale. La Trans-Pacific Partneship (TPP) rappresenta da un lato un’innovazione nel panorama dei patti commerciali: non solo libero scambio e misure tradizionali, ma regole e obblighi più profondi per gli attori dell’economia globale, dall’attenzione alla sostenibilità all’occupazione.

Dall’altro lato, un successo del “pivot to Asia” del presidente Obama. La volontà di Washington è quella di promuovere alti standard di cooperazione commerciale basati su quei principi liberali su cui l’America può ancora far leva per ribadire la sua egemonia internazionale, che molti analisti vedono in declino. Principi che per forza di cose tagliano fuori la Cina e la sua economia di mercato socialista “con caratteristiche cinesi”, unici grandi esclusi dalla partneship. In particolare, le regole sulla competizione delle aziende di Stato sono uno dei capitoli dell’accordo più difficili da rispettare per un Paese in cui il settore statale alimenta la concorrenza distorta con le imprese private e gode di un accesso al credito agevolato.

Formalmente la Cina è stata invitata a prendere parte alle negoziazioni. Del resto, un articolo dell’Economist ha affermato che gli interessi a lungo termine di Washington sarebbero meglio assicurati se la Cina venisse inclusa in un sistema economico regolamentato. Ma le condizioni imposte dalle trattative si sono rivelate ovviamente insostenibili per Pechino, che ha abbandonato. Di fatto, Obama ha pronunciato parole dal chiaro significato geopolitico: “Quando più del 95% dei nostri potenziali consumatori vive fuori dai nostri confini, non possiamo lasciare che Paesi come la Cina scrivano le regole dell’economia globale”. La volontà di contenimento della Cina appare a tutti, anche se gli Usa sostengono che non sia una priorità. L’inclusione nelle trattative di Malaysia e Vietnam, sotto agli standard per quanto riguarda diverse questioni come l’occupazione, sembra suggerire l’esistenza di due pesi e sue misure.

Una grande vittoria per il Giappone, dove la partnership sarà quasi certamente un trampolino di lancio per le riforme economiche di Shinzo Abe, necessarie per far ripartire la crescita. Nel secondo trimestre la terza economia mondiale si è contratta dell’1,2% e le previsioni per il terzo trimestre non sono ottimistiche. Una crescente integrazione economica fra Giappone e Stati Uniti, che di fatto hanno portato avanti un tavolo parallelo giungere ad un accordo bilaterale di libero scambio de-facto, beneficerebbe molto lo sviluppo futuro. A livello geopolitico, limitare l’influenza della Cina nell’Asia Pacifico è invitante per Tokyo, impegnata a gestire le ingombranti pretese territoriali del vicino asiatico su isole (o meglio scogli) del Mar Cinese Meridionale.

Gli analisti sono divisi sull’impatto che l’accordo avrà sulla Cina. Nelle prime fasi delle negoziazioni, Pechino osteggiava la TPP come uno scoperto tentativo di contenimento nei suoi confronti. Più di recente, l’approccio si è ammorbidito e assestato su una posizione di attesa. Alcuni funzionari di alto livello hanno addirittura dichiarato che la Cina potrebbe in futuro aderire se le condizioni si riveleranno vantaggiose. Certo, il fatto che gli Stati Uniti scriveranno sempre di più le regole del commercio internazionale e un potenziale revival economico giapponese rappresentano sfide per Pechino, mentre Paesi come Vietnam e Corea del Sud saranno sempre più attratti nell’orbita americana.

Un effetto positivo sarebbe quello di incoraggiare una maggiore liberalizzazione economica in Cina attraverso la pressione indiretta esercitata dalla TPP; nel 2013 è stata lanciata la Shanghai Free Trade Zone (FTZ), un progetto pilota di liberalizzazione esterna realizzato proprio in vista di una possibile adesione alla TPP, allora presa in considerazione. La performance della FTZ è stata scarsa, ma ora potrebbe essere rilanciata. Così il patto transpacifico si rivelerebbe il catalizzatore di nuove riforme strutturali in Cina volte ad un più incisivo impegno internazionale, come una maggior apertura economica e più attenzione alle regolamentazioni.

Gli equilibri economici in cui la Cina è inserita danno credito alla tesi secondo cui la TPP non potrà in alcun modo ridimensionare il suo ruolo. Un argomento particolarmente interessante è sollevato da un articolo di Fortune: escludere la Cina dalla partnership sarebbe un grave errore strategico, in quanto di fatto tagliarla fuori è impossibile: la Cina ha recentemente superato gli USA diventando la maggiore potenza commerciale al mondo; nel 2014 aveva investito 870 miliardi di dollari all’estero e attraverso ingenti finanziamenti nei PVS a sostegno di riforme strutturali è divenuta un potente concorrente finanziario del Fondo Monetario Internazionale (l’ultima mossa è la Asian Infrastructure Investment Bank, di cui parleremo tra poco).

Inoltre, Pechino intrattiene accordi di libero scambio con molti paesi coinvolti nella stessa TPP, che continuano ad avere un logico interesse per la cooperazione commerciale con questo attore. La TPP causerebbe dunque l’aumento della sfiducia fra due blocchi contrapposti ma profondamente integrati sul piano commerciale, una situazione priva di senso e portatrice di tensioni.

Infine, secondo Fortunel’interazione chiave della Cina nella supply chain globale, con i PVS e con gli Stati Uniti (è il primo partner commerciale di Washington) e il suo ruolo di “hub manifatturiero asiatico” (forte di accordi commerciali con Paesi non parte della Trans-Pacific Partnership) le rende possibile aggirare l’ostacolo TPP e ridurre le tariffe altrimenti necessarie per far giungere i suoi prodotti ai mercati americani, giapponesi e australiani.

Gli accordi di libero scambio con  Paesi parte della TPP riguardano già Brunei, Chile, Nuova Zelanda, Malaysia, Singapore, Peru e Vietnam. Quest’anno, dopo l’accordo con la Corea del Sud, Pechino ha incassato un altro successo nella grande ciotola dell’Asia Pacifico, concludendo dopo 10 anni di trattative un patto di libero scambio con l’Australia, la sua sesta maggiore fonte di import e prima per risorse minerarie come minerale di ferro, carbone e oro. Con il China-Australia Free Trade Agreement (ChAFTA) più dell’85% delle esportazioni dall’Australia non sarà tassato (95% quando l’implementazione sarà completa), mentre l’Australia eliminerà le tasse sulle importazioni cinesi.

Pechino vede l’accordo, il primo con un Paese “sviluppato”, come significativo per le sue ambizioni regionali. Esso prepara la strada per la Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), ambizione cinese che vorrebbe legare fra loro i 10 Paesi ASEAN con Australia, Cina, Giappone, Corea del Sud, India e Nuova Zelanda (un terzo del PIL globale). Le negoziazioni sono complesse a causa della grande diversità di interessi fra Paesi, alcuni dei quali hanno barriere tariffarie elevate.

Intanto, la Cina ha annunciato che completerà quest’anno le negoziazioni per l’aggiornamento della China-ASEAN Free Trade Area (CAFTA), che rafforzerebbe i legami commerciali tra Cina e Paesi del Sud-est asiatico uniti nel forum. La CAFTA è attiva dal 2010 e rappresenta il più grande accordo di libero scambio tra PVS. La Cina è il maggior partner commerciale del blocco: nel 2014 il commercio bilaterale è cresciuto dell’8,3% rispetto all’anno precedente, fino a 480 miliardi di dollari. Secondo il China Daily, si intende promuovere le relazioni bilaterali e multilaterali di questi Paesi con la Cina in varie materie commerciali. Le aree della cooperazione si sono estese negli anni fino a includere finanza, alte tecnologie, industrie dell’ecologico e del marittimo e Pechino vorrebbe aprirne altre. Obiettivo: 2 trilioni di dollari di commercio bilaterale entro il 2020 e 100 miliardi di dollari di investimenti aggiuntivi. La Cina sostiene lo sviluppo dei Paesi ASEAN fornendo supporto finanziario agevolato, una strategia che ha molto successo nel legare queste realtà alla sua sfera di influenza. E proprio come la TPP, le cooperazioni regionali promosse da Pechino fanno leva su questioni più pervasive che vanno al di là delle liberalizzazioni commerciali, promuovendo una sorta di modello cinese di sviluppo.

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Source: APECShaping the Region and the World, Edelman Indonesia, Slideshare

Source: APEC Shaping the Region and the World, Edelman Indonesia, Slideshare

Un nodo fondamentale è il ruolo di polo finanziario della Cina, che con il lancio dell’ambiziosa One Belt, One Road in Asia Centrale sta spostando strategicamente la sua sfera d’influenza dal Pacifico a quest’area e alle sue immense risorse. L’iniziativa, come la definisce cautamente Pechino, mira a fornire un hardware solido al commercio tra Asia e Europa attraverso una rete infrastrutturale via terra, lungo l’Asia Centrale, e via mare, con un rafforzamento delle rotte che congiungono Cina, Asia Meridionale e Africa, fino al Mediterraneo. Del resto la TPP è stata vista anche come una risposta strategica ai piani di Pechino dall’altro lato del suo immenso territorio. Agli Stati Uniti non è piaciuta per niente la AIIB, che insieme al Silk Road Fund e alla Banca dei BRICS assume sempre più rilevanza e attrattività. Washington ha scoraggiato senza successo i propri partner a prendervi parte: Regno Unito, Australia e Corea del Sud hanno aderito.

Attraverso un rilancio dell’antica Via della Seta, la Cina guarda sempre più all’Europa e secondo la CNBC questo legame potrebbe tradursi in futuro in un patto di libero scambio, mentre un accordo bilaterale sugli investimenti dovrebbe realizzarsi entro la fine del 2016 (un simile accordo tra Obama e Xi Jinping è invece in stallo). L’Europa, impegnata nelle negoziazioni con Washington per la Trans-Atlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) e inoltre è fuori dalla TPP, anche perché molte delle sue condizioni non sarebbero accettabili per l’Eurozona. Un patto di libero scambio con la Cina potrebbe interessare molto a Bruxelles: nel 2014 il commercio bilaterale ha raggiunto i 467 miliardi di euro, rendendo la Cina il maggior partner commerciale dell’UE.

Intanto, il ruolo finanziario di Pechino sembra sopraffare quello degli Stati Uniti anche nella stessa Asia Orientale dove essi cercano l’egemonia: un articolo del New York Times cita un rapporto dell’Inter-American Dialogue, un think tank statunitense, secondo cui la China Development Bank e la Export-Import Bank of China erogano più prestiti nella regione rispetto a Banca Mondiale e Asia Development Bank combinati.

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Secondo un’analisi di David Dollar sul blog della Brookings Institution, le due iniziative strategiche e commerciali devono necessariamente essere viste come complementari per l’integrazione commerciale globale: la Silk Road fornisce un “hardware” di commercio e investimenti che si completa necessariamente con il “software” della TPP: abbattimento delle barriere commerciali, servizi, armonizzazione di varie regolamentazioni al libero commercio. L’articolo chiude con ottimismo su un rafforzamento delle istituzioni e una maggiore integrazione promossi dalla competizione sino-americana. Di fatto però, tutto dipende da quanto i due Paesi saranno disposti a dialogare per mettere concretamente in sinergia le reciproche iniziative.

L’interrogativo fondamentale riguarda le modalità con cui Pechino e Washington si divideranno il potere nell’area dell’Asia Pacifico. Questo dipenderà anche dall’atteggiamento americano verso la propria presenza militare nell’area. La risposta cinese sarà altrettanto significativa: secondo alcuni osservatori, se l’economia continua a rallentare si potrebbe osservare una reazione negativa alla TPP, con all’interno maggiore supporto alle imprese statali e più rigidezza, all’esterno un’escalation di aggressività a livello regionale.

 

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