L’ECONOMIA DI GAIA con Gaia CACCIABUE

E se la finanza accettasse la sostenibilità? Dai timidi approcci di Wall Street alle nuove forme di investimento.

GAIA1

Iniziamo da oggi la collaborazione con Gaia CACCIABUE, una giovane economista che con la sua rubrica seguirà per noi l’economia sostenibile e le nuove forme di sviluppo.

In principio fu il Dow Jones Sustainability Index: nel 1999 cominciò a classificare le società quotate secondo le loro performance in fatto di sostenibilità, basando su questo la valutazione del valore per gli investitori sul lungo periodo.

Sono passati più di quindici anni, e sebbene sia stato un elemento di radicale innovazione, oggi il Dow Jones Sustainability Index è solo il più tiepido dei segnali che emergono osservando il mondo della finanza. Se la decisione del Rockefeller Brothers Fund di abbandonare gli investimenti nei combustibili fossili – gli stessi Rockefeller di quel John D. che costruì una fortuna sul petrolio- non bastasse a convincere della piega verde che la finanza sta prendendo a livello internazionale, gli indizi del cambiamento in corso sono moltissimi.

Molti seguono la via indicata all’epoca dal Dow Jones, elaborando metodi di valutazione che prendano in considerazione gli asset intangibili, oppure seguendo l’approccio ESG, Environment, Social and Governance: investimenti selezionati e valutati in base alle politiche Ambientali, Sociali e di Governo delle società. Il Global Impact Investing Rating System (GIIRS), ad esempio, è la branca di B Analyticts (uno dei più importati centri di ricerca e certificazione della sostenibilità a livello mondiale) che misura l’impatto sociale ed ambientale di un fondo di investimenti o di una società, offrendo agli investitori una valutazione a tutto tondo.

Certo, l’atteggiamento difensivo è ancora molto diffuso: si punta a limitare i danni invece che a cercare migliori –e non soltanto perché più alti- guadagni. MSCI, la società globale di produzione degli indici azionari e obbligazionari scorporata da Morgan Stanley, ha confezionato a questo scopo un “Low carbon index family”, per proteggere gli investitori dai possibili danni del passaggio ad una economia “low carbon”, meno dipendente dai combustibili fossili.

Per fortuna, però, cominciano a prendere piede anche approcci più proattivi: Merrill Lynch ha creato ad hoc un portfolio basato su asset sostenibili, per andare incontro agli interessi dei clienti che desiderano indirizzare i loro capitali verso investimenti che abbiano un impatto positivo sulla società e sull’ambiente. In tutto si tratta di 14.000 consulenti finanziari, istruiti per aiutare gli investitori a comprendere l’effetto del denaro investito, non solo sul loro portafoglio.

L’idea rivoluzionaria che si sta diffondendo è che un portfolio d’investimenti, oltre a svolgere propriamente il suo ruolo tradizionale, debba anche rappresentare il soggetto a cui appartiene, i suoi valori e i suoi impegni.

Per andare incontro alle richieste sempre più frequenti dei suoi clienti, Goldman Sachs ha recentemente acquisito Imprint Capital, boutique d’investimenti che considera l’impatto sociale ed ambientale insieme al ritorno finanziario e, fattore decisamente più indicativo, ha creato una propria divisione ESG.

Le ragioni di questo cambiamento sono semplici: Goldman Sachs e i suoi simili (Morgan Stanley, Bank of America, etc.) vanno ovviamente dove i soldi li portano, e molti di questi soldi sono spostati dai grandi investitori istituzionali. Università, fondi pubblici, compagnie di assicurazione di tutto il mondo si stanno ormai rivolgendo in massa a investimenti dall’immagine (e per fortuna anche dalla sostanza) più sostenibile.

Mollare il petrolio senza mollare i soldi: un giornalista del “The Guardian” ha intitolato così un articolo sulle nuove forme d’investimento che stanno spopolando oltre oceano, e senza dubbio il sarcasmo offre una perfetta sintesi di quello che stanno facendo molti grandi investitori. Non per questo si tratta di una cattiva notizia.

Gli indici MSCI World SRI (Social Responsible Investment) hanno recentemente dimostrato che investire sostenibile paga anche gli investitori più piccoli. Gli investimenti dei paesi industrializzati con un elevato punteggio ESG dal 2007 ad oggi hanno infatti registrato una performance di +28,5, contro un +24,7 degli investimenti tradizionali. Se si includono nella valutazione i paesi in via di sviluppo, la differenza sale ancora di circa 9 punti rispetto al valore generale. Un dato ancora più interessante: sul mercato europeo il divario tra le performance dei titoli tradizionali e di quelli virtuosi aumenta ancora. Si tratta dell’ennesima dimostrazione di come il vecchio continente offra un terreno più fertile che altrove al tema della sostenibilità, soprattutto quando si tratta di andare alla sostanza delle cose.

GAIA2(fonte: MSCI Europe and Middle East SRI Index report)

Non c’è da stupirsi che tra i primi dieci titoli ad “impatto positivo” riportati dal MSCI vi siano nomi come McDonalds o Unilever: i grandi gruppi internazionali sono stati i primi ad impegnarsi sul fronte della sostenibilità, mossi sicuramente più dalle potenzialità d’immagine che dalla filantropia. Oggi gli stessi gruppi sono quelli meglio avviati sulla strada dello sviluppo sostenibile, che più facilmente possono gestire investimenti in modo efficace per le comunità o gli ecosistemi che ne sono destinatari senza perdere di vista il profitto economico, e che allo stesso tempo dispongono di fondi da destinare a investimenti innovativi.

Chi accusa gli indici SRI o ESG di essere uno specchietto per le allodole è chi continua a credere che etico non possa andare a braccetto con profitto: opinione miope e disinformata, poichè l’essere annoverati tra gli investimenti a maggior impatto sociale non rappresenta una valutazione dell’eticità complessiva della società, ma solo un giudizio sull’efficacia delle iniziative sostenibili intraprese.

Perciò, inutili e noiosi i processi alle intenzioni: sì, i soldi veri si stanno spostando verso forme d’investimento nuove; certo, non succederebbe se questo non volesse dire ancora più soldi, con buona pace di chi da’ alla rivoluzione sostenibile un tono anticapitalista; ma che importa? Il fatto stesso che la finanza si rivolga a modelli d’impresa innovativi, che coniughino responsabilità sociale e attenzione per l’ambiente con profitti veri, significa che il tempo della monolitica opposizione “green washing vs no profit” può essere lasciato alle spalle.

Che si tratti di una sana e genuina presa di posizione, o semplicemente di una genuina attenzione all’opinione pubblica e ai profitti; ciò che importa è che un’attenzione sempre più forte per tutti quei fattori che vengono fatti ricadere sotto l’ampio ombrello della Sostenibilità (ambiente, innovazione, dimensione sociale: meglio ancora se combinati tutti insieme) è ormai diffusa nei mercati finanziari di tutto il mondo.

Gaia Cacciabue

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: