Annunci
Top news

L’ECONOMIA DI GAIA con Gaia CACCIABUE

La sostenibilità nella filiera del caffè: le certificazioni servono ancora?

CAFFE'1

Ora che l’avvento di Starbucks in Italia è stato strombazzato ai quattro venti, gioia e tripudio di tutti i consumatori accaniti di caffeina d’asporto (possibilmente camuffata da panna e caramello) potrebbe essere il momento di scavare sotto la schiuma del cappuccino ed arrivare al chicco – pardon – al cuore, della faccenda.

Parliamo di caffè: il secondo bene più esportato dai paesi in via di sviluppo dopo il petrolio, è la fonte principale di sostentamento per intere economie sudamericane ed africane. Nei prossimi cinque anni ci si aspetta che il mercato del caffè cresca del 25%, visto che alcuni tra i BRIC lo hanno appena scoperto: in Cina ogni persona ne consuma in media quattro tazze all’anno, che pur essendo pochissime bastano a comporre un mercato di dimensioni considerabili.

Come cioccolato, tè e cotone, la filiera del caffè presenta molti punti critici se osservata dal punto di vista della sostenibilità: la complessità, oltre che la frammentazione, fanno si che sia difficile da tracciare e controllare, senza considerare le criticità ambientali e sociali che emergono nella fase di coltivazione.

Per gestire questa complessità nel tempo sono nate una serie di certificazioni, con lo scopo di separare il caffè buono da quello cattivo, prodotto con metodi a lungo termine insostenibili per gli ecosistemi che li ospitano e per le comunità che se ne occupano. Le più note sono Fair Trade, UTZ e Rainforest Alliance: tutte prendono in considerazione sia la dimensione ambientale che quella sociale/etica, e con approcci diversi ma simili, cercano di garantire una produzione sostenibile della materia prima.

Nonostante la grande diffusione di queste certificazioni – o forse proprio per questo- gli ultimi quindici/vent’anni hanno visto lo svilupparsi di un approccio antitetico: le grandi società, come Starbucks, appunto, o come l’italiana Illy, hanno definito e sviluppato il proprio programma per raggiungere la sostenibilità in modo indipendente. Starbucks, ad esempio, si basa sulle pratiche C.A.F.E. (Coffee And Farmer Equity), che a detta del direttore del settore Green Coffee Trading, costituiscono l’approccio più pratico e realistico che si possa trovare in circolazione per quanto riguarda la sostenibilità applicata al settore del caffè. E può darsi che abbia ragione, visto che quest’anno la società ha annunciato che il 99% del suo caffè è prodotto secondo i parametri di sostenibilità socio ambientale definiti con Conservation International. Illy ha invece certificato nel 2011 il proprio modello di gestione della catena di fornitura del caffè RSCP (Responsible Supply Chain Process), modulato su linee guida di sostenibilità ambientale e di responsabilità d’impresa.

La tendenza delle grandi società a fare da sé può essere letta da due punti di vista opposti: come una scappatoia per non sottoporsi a valutazioni esterne e porsi obiettivi più facili da raggiungere; oppure come una risposta all’approccio generalizzato tipico delle certificazioni, che dovendosi adattare a più casi possibili finiscono per non calzarne nessuno alla perfezione, per cui chi desidera intervenire seriamente sull’impatto della propria filiera preferisce trovare da solo la strada verso la sostenibilità.

La validità di questo tipo di certificazioni è stata ed è tuttora oggetto di discussioni. Fair Trade è la più vecchia (è nata nel 1988) e probabilmente la più conosciuta delle tre, e nonostante sia ormai sinonimo in tutto il mondo di “commercio solidale” ha ricevuto e continua a ricevere critiche severe. Da un lato c’è chi l’accusa di aver perso la propria identità, apprezzando un po’ troppo il successo commerciale; dall’altro c’è chi dice che esagera i propri risultati, nascondendosi dietro ad un generico impegno per l’uguaglianza senza cercare di risolvere attivamente le inefficienze produttive e migliorare le condizioni di vita dei produttori.

Il presidente della Specialty Coffee Association of America, Peter Giuliano (ex barista, co-fondatore della Counter Culture Coffee), ha affermato di aver abbandonato la causa Fair Trade da molto tempo, sostenendo che se il concetto alla base è certamente meritevole e giusto, nella pratica la certificazione si fonda su un modello irrilevante a raggiungere i fini prefissati. L’inefficacia del sistema spiega perché l’organizzazione rimanga così nel vago rispetto ai programmi di sviluppo e ai risultati ottenuti: la maggior parte dei consumatori non sa con chiarezza cosa comporta il simbolo sui prodotti che acquista, ma collega il Fair Trade ad un generico impatto positivo sull’ambiente o sulla società.

Funziona così: i contadini pagano una quota annuale (tutt’altro che trascurabile) al Fair Trade, che in cambio garantisce di acquistare il caffè ad un prezzo minimo garantito: 1.40$ al pound (circa 3.1$ al kg), più un bonus (20 centesimi) da investire nella comunità. Perché questo avvenga, i contadini sono obbligati ad organizzarsi cooperative: non sono accettati scambi con singoli produttori, e questo significa che chi vive in zone isolate non può accedere al programma, o può farlo con molta difficoltà. Inoltre, il bonus che Fair Trade paga non arriva mai nelle mani del piccolo produttore, ma passa direttamente alla cooperativa cui questo appartiene. Non c’è nessuna regola su come debba essere gestito il denaro, e questo fa si che in molti casi gli investimenti siano usati per il sostentamento della cooperativa stessa, senza andare a incidere sulla vita della comunità.

Il problema principale di questo sistema di prezzo minimo è però legato al tema della qualità. Il prezzo base è stabilito per tipologia di caffè ma non fa alcuna distinzione sulla qualità dei chicchi. Questo fa si che i produttori, soprattutto in un periodo di forti fluttuazioni e di scarsità di raccolto come questo, abbiano interesse a vendere al Fair Trade solo il caffè di qualità inferiore, destinando quello migliore al mercato. La qualità media dei caffè “solidale” quindi si livella verso il basso, e allo stesso tempo i marchi che offrono prodotti di qualità –come Starbucks e Illy- non possono rivolgersi al Fair Trade ed avere garanzie sulla qualità della materia prima che stanno acquistando.

Col passare del tempo non sono stati solo i consumatori ad interessarsi alla sostenibilità: molte società hanno imparato a fare i conti con temi socio ambientali, e le migliori a comprendere le opportunità che si celano dietro una visione sostenibile. Forse è prematuro dire che il commercio equo solidale ha fatto il suo tempo, ma di certo se si decide di bere un caffè che oltre ad essere buono sia anche fatto bene non è più necessario andare alla ricerca di bollini colorati: basta andare al supermercato.

CAFFE'2

Gaia Cacciabue

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: