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CHINA ANALYSIS di Rebecca ARCESATI

VISIONI CINESI….D’EUROPA

Li Keqiang durante un discorso allo EU-China Summit tenutosi a giugno a Bruxelles. (Credit: CNS).

Li Keqiang durante un discorso allo EU-China Summit tenutosi a giugno a Bruxelles. (Credit: CNS).

Per Pechino bene austerità e riforme strutturali, fondamentale l’unione finanziaria ed Eurozona stabile; preoccupa la frammentazione politica.

Di Rebecca ARCESATI, 24 ottobre 2015

Agli occhi della Cina Bruxelles è un attore essenzialmente economico. L’Europa rappresenta un mercato ricco di potenzialità per gli investimenti cinesi, le cui operazioni nel continente sono cresciute da un valore di 2 miliardi di dollari nel 2010 a ben 18 miliardi nel 2014.

La percezione di Pechino è confermata da Zhang Jian, direttore del China Institute of Contemporary International Relations (fra i più prestigiosi think tank di politica estera della RPC, nonché voce del Partito) intervenuto lunedì ad un seminario all’Università degli Studi di Torino; il tema: come la Cina vede l’UE dopo la crisi del 2008.

Il discorso inizia con toni cupi: la “crisi del debito”, solo in parte superata, paralizza l’Eurozona indebolendo imprese, consumi e investimenti; la disoccupazione, il declino degli stili di vita, la povertà nell’Europa del Sud alimentano il disagio sociale, prosegue Zhang. Il deficit è il filo conduttore di tutto l’intervento.

Ma nonostante il “pessimismo verso l’integrazione europea” dei media cinesi, Zhang vede anche gli aspetti positivi: l’Europa ha dimostrato la sua forza promuovendo un’agenda di riforme strutturali apprezzate da Pechino. L’austerità, il fiscal compact, il Patto di Stabilità erano necessari per contenere il deficit e ristabilire la “prudenza finanziaria”. Due esempi: Spagna, che superate le difficoltà crescerà del 3,10% nel 2015, e Italia, dove Renzi avrebbe promosso un pacchetto di riforme molto positive, dal jobs act al Senato: se completato, si tratterebbe di una “rivoluzione senza precedenti”.

Zhang invita a proseguire sulla linea delle riforme e loda il quantitative easing della BCE, che però ha ancora molto da fare. ll ruolo della Banca come volano della stabilizzazione dell’Unione durante la crisi viene più volte rimarcato. L’Eurozona è “il vero core dell’Europa”, più coeso di prima: Zhang auspica la sua espansione e la convergenza tra Stati sul budget e per l’isitituzione di un “Ministero delle finanze dell’Eurozona” e di un “Presidente europeo”. Il monito: l’UE deve “prima pulirsi e rendersi più forte, poi relazionarsi con l’esterno”, ma certamente costituisce “un attore di cui non si può fare a meno.”

Richiamata l’urgenza della coesione politica. Il successo di partiti “estremisti e di estrema destra” che mettono in discussione l’Europa mina la coesione e denota la riemersione del “nazionalismo della II Guerra Mondiale”. Zhang denuncia il grave “distrust”, che si estende a livello interstatale e danneggia l’identità europea. Le sue osservazioni ci ricordano le due categorie che più temono l’instabilità: cinesi e investitori.

Criticata la divisione franco-tedesca sulla gestione della crisi; messa in guardia la Gran Bretagna, per la quale un’uscita dall’Unione nel 2017 sarebbe un errore strategico, così come lo è essere fuori dall’Eurozona. Il ragionamento si fa nebuloso, se si guarda al viaggio di Xi Jinping nel Regno Unito, tra cene dalla regina e accordi sugli investimenti per quasi 30 miliardi di sterline, con la City come hub finanziario non asiatico per lo yuan.

E gli USA? Zhang richiama la TTIP (Trans-Atlantic Trade and Investment Partnership) – che come sappiamo ha perso il momentum di fronte all’accordo sulla TPP nel Pacifico. La TTIP servirebbe all’UE ad assumere un ruolo economico paritario accanto agli USA; tuttavia il “pivot to Asia” americano si affianca ad un ritiro dal continente con cui Bruxelles dovrà misurarsi. Un invito a cooperare di più con Pechino nell’ambito della Nuova Via della Seta?

Per inquadrare l’intervento di Zhang occorre dare uno sguardo alle mosse di Pechino in materia di investimenti. Entro il 2020, la Cina sarà probabilmente il primo Paese al mondo per investimenti esteri. Nel 2015 gli investimenti diretti esteri (IDE), esclusi quelli nel settore finanziario, sono aumentati del 16,5% rispetto allo stesso periodo nel 2014, fino a 87,3 miliardi di dollari. La nuova fase ha mutato il target, dai PVS ai mercati sviluppati, in particolare nei settori dell’energia, dell’agroalimentare, dell’immobiliare, dell’autonomotive.

La strategia è funzionale a stimolare la transizione dell’economia alla fase di new normal trainata dai consumi interni e a ridurre il peso degli investimenti in entrata. Necessari da un lato il deleveraging delle ampie risorse finanziarie e infrastrutturali (si vedano la Via della Seta e la costruzione di grandi opere anche nei paesi sviluppati), dall’altro l’acquisizione di quel capitale d’innovazione, tecnologia e know-how mancante, che renderebbe i prodotti nazionali più competitivi sul mercato interno, dove iniziano a soffrire la penetrazione di brand stranieri. L’acquisizione strategica di aziende come Volvo risponde a questa esigenza.

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L’Europa, il più importante partner commerciale per Pechino, è la destinazione perfetta. Il professor Zhang chiosa, con un approccio filosofico tipicamente cinese, che “la crisi genera opportunità”. Del resto, sappiamo che con il 2008 un gigantesco mercato di aziende (e Paesi) bisognosi di liquidità si è aperto agli investimenti cinesi. Si pensi all’acquisizione del porto di Atene dalla cinese COSCO nel 2010 e alle numerose operazioni di M&A.

L’apertura dell’Italia agli investimenti e i bassi costi l’hanno resa la seconda meta degli investimenti cinesi dopo la Gran Bretagna: 3 miliardi di euro sono fluiti in aziende italiane lo scorso anno; il 2015 ha salutato la partecipazione di ChemChina in Pirelli, un maxi affare da 7 miliardi di euro. Ricordiamo poi l’ingresso della People’s Bank of China in Eni, Enel, Fca, Telecom Italia, Prysmian, Generali, e l’acquisizione di brand non limitati ai settori “convenzionali”, ma anche big dell’industria, dell’energia, delle telecomunicazioni, delle infrastrutture.

Intanto l’esclusivo China Entrapreneurs Club è in tour in Italia: sono 47 maggiori imprenditori cinesi, le cui società hanno contribuito al Pil cinese per 2mila miliardi di dollari. Il presidente del club, Ma Weihua, ha lodato le riforme di Renzi e ribadito l’intenzione di aprire importanti partnership con aziende italiane: sono le nostre PMI il focus dei portafogli cinesi, perché possiedono quell’arte di fare impresa, attenta all’innovazione, da cui la Cina deve imparare.

Nel 2013 si è iniziato a parlare di un accordo comune sugli investimenti, contemplato nella “EU-China 2020 Strategic Agenda for Cooperation”: la frammentazione dei 27 accordi bilaterali esistenti è sempre più insostenibile; l’accordo favorirebbe l’aumento degli IDE cinesi in Europa, appena l’1,5% del totale. In questo scenario, soltanto la convergenza nell’UE eviterà che si facciano soltanto gli interessi cinesi. Non a caso l’ultimo appello di Zhang, ben consapevole della preoccupazione europea, fa riferimento all’esigenza di superare lo “strategic mistrust” tra Pechino e Bruxelles.

 

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