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IL TERZO SETTORE. L’ESSENZA DEL WELFARE PRIVATO

Con il termine Terzo Settore si intende quel complesso di enti privati che si pongono all’interno del sistema socio-economico e si collocano tra Stato e Mercato e che sono orientati alla produzione di beni e servizi di utilità sociale. L’espressione Terzo Settore, utilizzata per la prima volta nella metà degli anni Settanta in ambito europeo, definisce il settore in oggetto “per negazione”, ovvero qualificandolo come “Terzo” rispetto ai due settori tradizionali, Stato e Mercato.

Tale posizionamento del settore non profit deriva da un’interpretazione alquanto riduttiva della sua esistenza, che sostiene da un lato, che il Terzo Settore nasca in risposta all’impossibilità dello Stato di far fronte all’intera domanda di beni pubblici espressa dai cittadini, in quanto in grado di cogliere i bisogni delle minoranze insoddisfatte ed organizzare modalità di offerta a loro rivolta; dall’altro, che si origini in risposta all’incapacità delle imprese for profit di controllare totalmente i propri produttori attraverso gli ordinari meccanismi di Mercato, ovvero i contratti, in quanto il Terzo Settore è invece in grado di esercitare un controllo attraverso un meccanismo alternativo, ovvero il vincolo di non redistribuzione degli utili.

Il terzo settore italiano comprende organizzazioni di natura privata, caratterizzate dalla produzione di beni o erogazione di servizi di utilità sociale. E se non fosse per le imprese o le associazioni che operano nel terzo settore, il nostro paese non raggiungerebbe mai l’attuale grado di welfare.

L’intero comparto, secondo l’Istat conta oltre 240 mila organizzazioni non profit, pari al 5,5% di tutte le unità istituzionali; circa 490 mila lavoratori, pari al 2,5% del totale degli addetti e circa 4,2 milioni di persone coinvolte in veste di volontari. Dal punto di vista del valore economico, la ricerca quantifica un volume di entrate stimato di 68 miliardi di euro pari al 4,4% del Pil, in deciso aumento rispetto ai dati Istat del 2001 che attestavano tale cifra a 38 miliardi di euro, pari al 3,3% del Pil. Dati ancor più significativi se accompagnati da una quantificazione del risparmio sociale derivante dalle ore di lavoro messe gratuitamente a disposizione dai più di quattro milioni di volontari e, ancor più, dal benessere materiale e immateriale apportato a chi ha beneficiato delle loro prestazioni, del loro aiuto e della loro solidarietà.
All’interno del non profit produttivo operano 780 imprese sociali, in particolare nei settori della sanità (58%), dell’assistenza sociale e dell’istruzione. Le imprese sociali occupano più di 29 mila persone e coinvolgono circa tremila volontari con una offerta di beni e servizi per l’80% rivolta direttamente ai cittadini e alle famiglie dei beneficiari (230 mila), generando un valore della produzione di 316 milioni di euro.
Secondo una stima del peso economico del lavoro volontario nel nostro paese, il valore è pari a 7,9 miliardi di euro sulla base delle ore di volontariato prestate e le equivalenti unità di lavoro (ULA). Questa stima corrisponde allo 0,7% del Pil e nel complesso il volontariato in termini economici rappresenta il 20% dell’ammontare complessivo delle entrate delle istituzioni non-profit.

In alcuni settori (assistenza sociale, attività artistiche, culturali e di intrattenimento) il Terzo settore è ormai la principale realtà produttiva del Paese. Anche nei comparti della sanità e dell’istruzione guadagna posizioni, soprattutto alla luce della progressiva contrazione della sfera pubblica. L’area con il maggior numero di addetti è quella dell’assistenza sociale, mentre le istituzioni attive in ambito culturale, sportivo e ricreativo risultano molto numerose, ma confermano una dimensione media decisamente inferiore, a riprova di un sistema non profit ancora tendenzialmente polarizzato. La sfera della filantropia mostra, in questo positivo contesto, una fioritura da record: il numero delle istituzioni censite è 4847, con un aumento del 289%. Tra gli enti, 1107 hanno la natura giuridica di associazione riconosciuta, 3146 sono associazioni non riconosciute (il 65%) e 478 sono fondazioni (il 10%). Ancora più eclatante il dato sull’occupazione, con gli addetti cresciuti del 408% e i volontari del 162%.

Seppure all’interno della condivisione dell’obiettivo ultimo dell’azione da parte di tutte le sue differenti componenti, ovvero la realizzazione di attività aventi pubblica utilità, il Terzo Settore comprende realtà aventi diverse funzioni-obiettivo. È possibile, dunque, trovare sia organizzazioni che svolgono prevalentemente una funzione produttiva (quali le cooperative sociali e le imprese sociali), che realtà (come le fondazioni) aventi prevalentemente una funzione erogativa, finalizzata a sostenere l’attuazione di interventi di welfare a livello locale da parte di altre organizzazioni del Terzo Settore, oppure quella di advocacy (come le organizzazioni di volontariato e le associazioni di promozione sociale).

Il Terzo Settore italiano, con l’andare del tempo, ha tuttavia assunto sempre più una funzione orientata alla produzione e all’erogazione di servizi sociali, che è andata ad affiancare la più tradizionale funzione di advocacy. Un significativo rafforzamento della funzione produttiva è stato determinato, da un lato, dall’approvazione di alcune leggi e, dall’altro, da un sempre più diffuso orientamento delle amministrazioni locali a coinvolgere le organizzazioni del Terzo Settore, finanziandone l’attività, nella produzione di servizi sociali. Non solo: negli ultimi anni, per far fronte ai cambiamenti sociali ed economici intervenuti, il Terzo Settore ha sviluppato e investito sul potenziamento della sua componente imprenditoriale. La funzione produttiva, pertanto, ha assunto sempre più una rilevanza centrale all’interno dell’azione di cooperative sociali e imprese sociali senza, tuttavia, alterare i loro tratti originari. La mission di questi soggetti, infatti, rimane di matrice “sociale” e la funzione produttiva è prettamente strumentale alla generazione di utilità sociale per gli utenti.

L’analisi sul fabbisogno occupazionale espresso dalle imprese sociali (sia ex lege che cooperative sociali), condotta dal Cnel nel 2011 sulla base dei dati ottenuti attraverso il Sistema Informativo Excelsior-Unioncamere, ha fatto emergere come le imprese sociali siano costituite in larga maggioranza da piccole e medie realtà imprenditoriali (fino a 49 dipendenti), ma comprendono al loro interno 1.250 imprese che hanno tra i 50 e i 249 dipendenti e 160 grandi enti che superano tale soglia. Queste ultime due classi, pari all’11,7% delle imprese, occupano il 67,9% dei dipendenti.

La piena comprensione dell’azione dei soggetti del Terzo Settore necessita dell’integrazione del loro ruolo economico con quello sociale, attività che si colloca all’interno dell’attività di welfare nazionale. Il tradizionale welfare state ha legittimato un modello di azione parallela nel quale, da un lato la ricchezza veniva prodotta dal Mercato e, dall’altro, la si ridistribuiva secondo criteri di equità attraverso l’azione dello Stato. In anni più recenti, in Italia è stato introdotto un passaggio intermedio, il cd. welfare mix, in cui l’ente pubblico mantiene la titolarità dei servizi, avvalendosi però della collaborazione di altri soggetti (tramite strumenti quali le convenzioni, le gare d’appalto, ecc.), in particolare di quelli di Terzo Settore. Questi ultimi, dunque, rappresentano una risorsa complementare, supplementare o eventuale rispetto alla funzione ricoperta dall’ente pubblico in tale modello, intervenendo laddove non è in grado o non ritiene di dover intervenire

Così come introdotto all’art. 118, comma 4, della Costituzione della Repubblica Italiana, il principio di sussidiarietà, legittima in particolar modo il ruolo delle organizzazioni di volontariato che, secondo le analisi riportate, coinvolgono maggiormente i residenti al Nord rispetto a quelli delle altre ripartizioni (13,5% rispetto all’8% del Centro e al 6,4% del Sud).

Il 93,3% delle cooperative, nello svolgimento della propria attività di produzione ed erogazione di beni e servizi, ha partner economici o organizzativi. Si tratta soprattutto di comuni (indicati dal 66% dei rispondenti) e di altre organizzazioni del non profit (45%). Molto importanti sono anche gli enti locali quali la regione, la provincia o i consorzi di comuni (indicati dal 45% dei rispondenti); le relazioni con le amministrazioni locali sono infatti fondamentali per coloro che offrono un servizio tradizionalmente erogato dal settore pubblico.

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Le prospettive evolutive di sviluppo del Terzo Settore, i cui soggetti si muovono non solo in ambito sociale ma anche economico, richiedono sempre più una particolare attenzione da parte del mondo della finanza per poter dare sostegno continuativo e strategico alla loro azione.

A seguito della crisi economico-finanziaria, le imprese sociali sempre di più hanno fatto ricorso a forme consortili, partnership con altre organizzazioni o associazioni temporanee di scopo, per un complessivo 48,9% del totale che ha messo in atto forme di aggregazione formalizzate, ed un ulteriore 37,8% che dichiara modalità sia formali che informali; solo il 13,3% non risulta ancora inserito in alcuna forma di aggregazione.

La domanda di credito da parte delle organizzazioni del Terzo Settore, tra l’altro, si confronta con un panorama di per sé problematico, sebbene in evoluzione. Le difficoltà si rilevano, innanzitutto, rispetto all’eterogeneità delle forme organizzative di tali istituzioni, la quale ovviamente porta con sé differenti esigenze da un punto di vista finanziario e che rende difficile operare una tipizzazione omogenea della domanda di strumenti finanziari. Un ulteriore problema riscontrato, da un punto di vista di merito creditizio, riguarda la valutazione delle organizzazioni del Terzo Settore: la maggior parte degli intermediari finanziari, infatti, si basa ancora su criteri di merito definiti per le imprese profit, in cui l’utile è al contempo indicatore di efficienza e di efficacia dell’azione di tali realtà.

Pensiamo comunque opportuno segnalare l’emergere, in particolar modo nell’ultimo triennio, di diversi tentativi da parte del mondo della finanza di ovviare tali problemi con prodotti diretti esclusivamente al non profit. Da una ricerca di Banca d’Italia è emerso che i prestiti alle organizzazioni del Terzo Settore rappresentano una quota più piccola dell’1% del credito erogato dagli intermediari al settore non finanziario dell’economia, che comprende loro insieme a imprese, famiglie e pubblica amministrazione.

Per fortuna, si può registrare un buon segno di vitalità nei dati sul finanziamento esterno. Le entrate hanno sostanzialmente mantenuto il livello anche nei primi anni della crisi (2008-2010), in cui si è verificata una forte caduta del Pil. E questo grazie al fatto che, a fronte del calo dei fondi provenienti dalla Pubblica amministrazione (quasi il 14% in meno), sono aumentati in parallelo quelli che vengono dai privati (13% in più). Così, nell’ultima rilevazione, le entrate sono derivate solo per il 33% dal pubblico (dato questo che riguarda soprattutto gli enti con funzione di advocacy), per il 32% da donazioni, per il 18% dalla vendita di beni e servizi a privati, per l’13% dall’autofinanziamento, per il 4% da altre fonti.

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