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CHINA ANALYSIS di Rebecca Arcesati

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Confucio e mercato? Intervista a Maurizio Scarpari

Di Rebecca ARCESATI, 29 ottobre 2015

Pubblichiamo la prima parte dell’importante intervista al Professor Maurizio Scarpari in occasione dell’uscita del suo nuovo libro, a nostro avviso fondamentale per comprendere la Cina di oggi. Prossimamente la seconda parte.

La realtà cinese è spesso difficile, se non impossibile, da decodificare. Siamo di fronte a una potenza che da un lato parla di “ascesa pacifica”, dall’altro costruisce infrastrutture militari nel Mar Cinese Meridionale; afferma di voler dare più spazio al mercato, ma risponde alla crisi sui mercati finanziari con manovre centralizzate e iniezioni di liquidità; mentre annuncia un target di crescita più modesto, al 7%, sembra titubante sulle sue stesse cifre, come sembra suggerire l’ennesimo taglio dei tassi di interesse. Il nuovo, ricchissimo libro di Maurizio Scarpari, “Ritorno a Confucio: la Cina di oggi fra tradizione e mercato”, vuole essere lo sguardo, unico nel suo genere, di un sinologo classicista sulla contemporaneità. Il suo libro ci offre uno strumento in più per leggere questa realtà alla luce del fenomeno consistente nel recupero dell’antica tradizione confuciana. Quali sono gli obiettivi strategici di questo revival? Scarpari li ha indagati seguendo passo passo il percorso politico e ideologico di Xi Jinping e della Cina da lui guidata: “Il libro”, spiega, “è cresciuto con il consolidarsi del peso politico di Xi Jinping”.

1. Professor Scarpari, il Partito deve oggi far coesistere tre diverse ideologie per assicurare la sua stessa sopravvivenza al potere e quella dell’intero sistema Cina. Le prime due sono il maoismo e la dottrina del Partito da un lato, il liberismo economico dettato dal mercato, dall’altro. Nel suo libro lei introduce un terzo elemento: la tradizione confuciana, che si inserisce in questo quadro ideologico dopo decenni di ostracismo. Ad esempio, il concetto di “società moderatamente prospera” al centro della politica di Xi Jinping è di derivazione confuciana. Come può tutto questo stare insieme?

Questo sarà probabilmente il nuovo miracolo cinese. Quello che la Cina sta realizzando è un esperimento senza precedenti nel panorama politico contemporaneo, anche se può essere utile ricordare che nella tradizione cinese il sincretismo è sempre stato adottato per conciliare sistemi di pensiero che hanno tenuto unito il Paese. Dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso, con Deng Xiaoping, si è usciti dalla fase di isolamento creatosi durante il periodo maoista e una nuova stagione, caratterizzata da una crescita così prorompente che lui stesso non poteva immaginarla, si è aperta. Oggi l’ideologia comunista che ha sostenuto la Cina dei primi decenni post-1949 è venuta meno e deve essere riformulata, evidentemente su basi diverse. Quale occasione migliore del recupero della propria tradizione? Il tentativo costante di riempire di contenuti più precisi l’espressione “con caratteristiche cinesi”, prima da parte di Hu Jintao e poi di Xi Jinping, ha condotto finalmente a una sua migliore definizione: abbandonare tutto ciò che viene dall’Occidente che non sia funzionale alle esigenze cinesi e recuperare dalla propria cultura tutto il necessario per costruire una Cina più moderna e più forte. Rivisitare e riadattare alle necessità di oggi quel sistema di valori etici propri del confucianesimo che per secoli è stato il collante sociale e politico può dare soluzioni valide a una serie di questioni irrisolte. Ci vorranno anni perché le riforme avviate o in progetto sortiscano i loro effetti benefici, nel frattempo c’è l’esigenza di ricreare quel tessuto di solidarietà ed empatia che si è perso nella concretezza e durezza di un capitalismo rampante che ha creato profonde disuguaglianze nel Paese.

2. Nell’apertura del libro lei parla proprio di un “paradosso Cina” relativamente alle sfide economiche che il Paese deve affrontare. Può spiegarci cosa intende con questo termine e con l’espressione, molto incisiva, “la Cina è un mosaico di primo, secondo e terzo mondo”? Quali implicazioni ha questo sull’attuale transizione al “new normal”?

Il paradosso è su più piani: il più apparente è nella vita quotidiana, quando ad esempio accanto a uno sgangherato carretto a pedali stipato all’inverosimile di ortaggi vediamo sfrecciare una Ferrari rossa ultimo modello, come se le due immagini potessero convivere tranquillamente. È il paradosso di una Cina che ha fatto uscire oltre 600 milioni di persone dalla povertà assoluta, ma che ha ancora sacche di disagio sociale enormi; non è un caso che la lotta alla povertà sia uno dei punti principali dell’agenda di Xi Jinping. Il paradosso si trasferisce poi in ambito geopolitico: siamo martellati dai continui primati che la Cina consegue in tutti i campi, si prevede che presto diverrà la prima potenza economica mondiale sorpassando gli Stati Uniti; eppure se guardiamo al PIL pro capite è solo ottantacinquesima nella graduatoria stilata dalla Banca Mondiale. Se paragonata al suo competitor principale, gli USA, è ancora lontanissima dai suoi standard.

Primo, secondo, terzo e forse quarto mondo perché la Cina è un continente sterminato in cui lo sviluppo economico ha privilegiato alcune aree rispetto ad altre, ad esempio favorendo le regioni costiere, più prospere, rispetto a quelle interne, più arretrate. ed è proprio su queste ultime che si sta puntando maggiormente in questa situazione di “new normal”, che ha obbligato tutte le economie mondiali a rallentare il ritmo di crescita. Ora che l’export risente della crisi globale, promuovere i consumi interni è diventato indispensabile. E nonostante l’allarmismo esasperato a livello internazionale sulla cosiddetta “frenata della Cina”, un PIL che cresce intorno al 7% è un PIL di tutto rispetto; il governo aveva annunciato e anche auspicato un rallentamento del tasso di sviluppo economico, era impensabile che crescesse a due cifre all’infinito senza alcuna fase di assestamento.

Il mosaico di mondi a diversi livelli di sviluppo giustifica il ritorno al confucianesimo: serve ad esempio a creare un cordone di solidarietà a sostegno di quegli anziani abbandonati nelle campagne da figli obbligati a trasferirsi in lontane città per trovare lavoro che non sono in grado di provvedere alle loro necessità, ma anche a quei super ricchi che hanno beni di lusso ma vivono drammatici vuoti esistenziali. Si vedano gli episodi scandalistici che compaiono in continuazione sui media, sintomo della deriva morale che coinvolge personalità anche molto influenti e note o i loro più stretti familiari. Non solo la società, ma il Partito stesso non può più accettare tutto ciò, tanto che sono state da poco stabilite le nuove norme di comportamento etico per i funzionari. Anche su questo c’è una lunghissima tradizione da cui trarre insegnamento, i principi etici per i civil servants furono stabiliti già nel V-IV secolo a.C.

3. A proposito di questo tema, che ruolo svolge e come viene utilizzata l’etica confuciana, basata sul concetto di amore per il popolo, nella lotta alla corruzione e nella riforma della leadership intraprese da Xi?

Il richiamo ai principi etici per i funzionari era costante già nei discorsi di Hu Jintao. Xi Jinping ha impresso un’accelerazione al processo di moralizzazione, ritenendo che per la sopravvivenza del Partito e il rafforzamento della coesione sociale fosse arrivato il momento di affrontare con grande determinazione il problema della corruzione dilagante, che ha raggiunto livelli insostenibili per un’economia che ha urgente necessità di attuare riforme strutturali imponenti. La campagna contro la corruzione è una delle priorità del governo. In due anni e mezzo oltre 120 mila funzionari sono stati arrestati e in gran parte condannati ed è quotidiano il richiamo alla disciplina di partito e al rispetto della legge. In Occidente questo viene spesso interpretato come risultato di una lotta politica al vertice sempre più aspra, poiché per la prima volta Xi Jinping ha colpito anche i membri della cosiddetta aristocrazia rossa, attaccando i potentati dei “principini” (i discendenti di coloro che hanno lottato con Mao per la costituzione della Repubblica popolare) che in molti casi si sono rivelati suoi strenui avversari politici, essendo il maggior ostacolo per la riforma del sistema economico all’interno del quale hanno creato il loro potere e le loro ricchezze. Attaccare questi potentati è dunque un passaggio obbligato verso la ristrutturazione del sistema.

Richiamarsi a un’etica di governo che metta il popolo davanti a tutto trae ispirazione dai classici della tradizione confuciana; trasferire i principi teorici sul piano pratico è sempre un’operazione complessa, ma è indubbio che fondare le proprie politiche su un sistema coerente di pensiero è essenziale per condurre in porto un’operazione di questo tipo. Xi Jinping è una figura controversa: osteggiato da quella classe politica colpita dalle sue riforme, ma amato da coloro che vedono l’opera di moralizzazione in corso come una sorta di riscatto personale. Certo è che la determinazione con cui Xi Jinping porta avanti il suo progetto desta non poche preoccupazioni in chi teme l’affermarsi di una deriva autoritaria. In quest’ottica, un altro paradosso per noi occidentali è rappresentato dall’insistenza con la quale viene ribadita la volontà di dotarsi di un sistema legislativo efficiente che però operi su indicazioni dettate dal Partito.

4. Un paradosso in cui la critica non trova molto spazio. La visione confuciana di “armonia” si basa sulla conciliazione degli opposti, dove il conflitto viene accolto e la critica accettata. D’altra parte, però, c’è la paura per il disordine, il caos che la leadership teme più di ogni altra cosa. Quanto può spingersi in là la critica in Cina oggi?

Bisogna tener presente che il concetto cinese di armonia è diverso da quello occidentale, rappresentando la fase finale di un processo, che potrebbe rivelarsi anche molto doloroso, rivolto a trovare il punto di equilibrio tra parti in conflitto. Soddisfare esigenze diverse non è semplice, dipende dalla capacità della classe dirigente di gestire i conflitti e anche dai risultati che si vogliono ottenere. La tensione tra i concetti di ordine (zhi) e disordine (luan) ha attraversato tutta la storia cinese: governare significa mettere ordine nella società, mentre luan indica non solo l’esistenza di un disordine sociale, ma anche un disordine maggiore, che ha una relazione con l’ordine dell’universo, che deve essere ricomposto con politiche efficienti e virtuose. La tensione tra ordine e disordine, tra governo basato sulla legge, l’autorità e la repressione e governo basato sulla persuasione, l’etica e la virtù esiste oggi come ieri. E non si tratta di sistemi opposti, ma complementari. Non a caso Xi Jinping è il primo presidente a fare un uso massiccio, forse anche eccessivo, di citazioni tratte dai classici che richiamano a un uso complementare di comportamenti ispirati alla virtù e rispettosi delle leggi.

Maurizio Scarpari è uno dei più importanti sinologi italiani. Dal 1977 al 2011 ha insegnato Lingua Cinese classica all’Università Cà Foscari di Venezia e ricoperto diversi incarichi accademici. Si dedica ora a tempio pieno allo studio e alla divulgazione della lingua e del pensiero filosofico cinese, non tralasciando l’analisi della contemporaneità. Ha fatto parte della redazione di numerose riviste accademiche e ha pubblicato libri, saggi e articoli sulla Cina.

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