L’ANGOLO DI ADAM SMITH

QUELLE PRIVATIZZAZIONI A META’

LA QUOTAZIONE in Borsa di Poste Italiane si è dunque chiusa con successo, se la completa sottoscrizione delle azioni disponibili per gli investitori è il parametro con il quale misurare l’esito favorevole o il fallimento dell’offerta, ma senza “botto” rispetto al valore di offerta delle azioni (6,75 euro).

È il caso di chiedersi però se i governi italiani da qualche anno a questa parte seguano una politica coerente in materia di privatizzazioni. Berlusconi, Monti, Letta e ora Renzi a qualche dichiarazione di intenti hanno fatto seguire ben pochi fatti, per lo più senza dare l’impressione di mirare a degli obiettivi di policy (come si usa oggi dire) se non quello di fare un po’ di cassa.

Andiamo con ordine. A cosa serve privatizzare? Certamente uno scopo dell’alienazione dei beni pubblici è quello di incassare denaro fresco per abbattere il debito pubblico (che in Italia, è bene ricordarlo, si aggira sul 135% del Pil).

Il ministro Padoan nella successione di Def prodotti dal Mef (gli acronimi a volte son poetici) si è allora prefisso di incamerare incassi derivanti da privatizzazioni pari allo 0,7% del Pil (10 miliardi). Orbene, per il 2015 la cifra complessiva ricavata da Enel e Poste dovrebbe aggirarsi sui 6 miliardi, mancando il bersaglio nonostante il governo si sia posto un traguardo molto modesto, considerando che, nonostante la difficoltà delle stime, i beni pubblici vendibili, aziende ed immobili, siano valutati in diverse centinaia di miliardi (più di 100 miliardi solo le partecipazioni in società quotate o public utilities).

Inoltre, dai ragionamenti che provengono dal governo, sembrano assenti le altre ragioni che militano a favore delle privatizzazioni.

Infatti, passare la mano ai privati dovrebbe migliorare l’efficienza delle imprese e del mercato stesso. Gli investitori, la Borsa e le banche sono giudici severi delle società quotate: si richiede una maggiore trasparenza, i crediti vengono concessi con più oculatezza (non c’è la garanzia implicita dello Stato ripianatore dei debiti), i consigli di amministrazione prevedono la presenza di indipendenti, i privilegi che i sindacati pubblici riescono ad ottenere sono diminuiti, le assunzioni non seguono criteri elettorali e i risultati negativi vengono puniti con il ribasso del valore delle azioni.

Anche quando non si procede ad una quotazione ma ad una vendita ad un compratore specifico, si interrompe comunque il legame con l’amministrazione pubblica (e i regolatori) con quello che ciò comporta in termini di minor protezione dell’impresa e quindi di ristabilimento di una concorrenza leale con i soggetti privati. Anzi, per essere compiutamente benefiche, le alienazioni di aziende pubbliche, sia ad hoc che tramite quotazione, andrebbero precedute da una liberalizzazione del mercato di riferimento, aprendolo a nuovi entranti o rendendo il terreno di gioco uguale per quelli che già ci sono.

Non dimentichiamoci inoltre il capitolo corruzione e malversazione, che le tristi vicende dell’Atac o dell’Anas sono lì a ricordarci. È ovvio che non è affatto vero che le imprese private siano composte da angeli e quelle statali da ladri, ci mancherebbe (e d’altra parte ci sono ottimi manager in entrambe le tipologie di aziende). La differenza consiste nel fatto che se non si controllano bene le frodi a danno delle società private ci rimettono gli azionisti che per l’appunto pretendono controlli e rendono le truffe piuttosto rare; nel caso delle aziende pubbliche siamo tutti noi a perderci e i corrotti sono spesso fiduciari del potere politico che li ha nominati. Meno imprese pubbliche, meno corruzione (naturalmente stiamo parlando di quella passiva, in cui ci rimette la società, non di quella attiva in cui l’imprenditore è corruttore).

Lo Stato italiano che fa?

Per ora non sembra che voglia mollare la presa sulle leve dell’economia reale né smettere di concedere privilegi alle proprie controllate. Abbiamo già detto che gli incassi sono bassi e inferiori al previsto ed in più il Leviatano non perde il controllo delle sue partecipate (anche la quotazione di Fincantieri nel 2014 ha mantenuto le leve del comando a Roma). Lo stesso schema sarà adottato per Ferrovie ed Enav. E in questi due ultimi casi come in Poste, l’assetto regolatorio non è mutato. Alla società guidata da Francesco Caio è stato mantenuto fino al 2017 l’ingiustificato monopolio delle consegne degli atti giudiziari che il ddl concorrenza voleva togliere, si sono consentiti aumenti di tariffa e rilassamenti dei tempi standard di consegna, gli si paga ed anzi si estende l’ambito (con la bizzarra “posta prioritaria premium”) del servizio universale senza metterlo a gara, gli si consente infine di profittare della sua rete per l’attività bancaria.

Stessa inamovibilità della regolamentazione pare prospettarsi per Ferrovie e Enav: l’assetto concorrenziale non è destinato a cambiare di una virgola, mantenendo ad esempio l’integrazione tra rete ferroviaria e Trenitalia.

Le 8000 partecipate che dovevano diventare 1000 son lì che aspettano, tutte 8000, e non appare alla vista nessun tentativo di riformare il disgraziato esito del referendum del 2011 per inchiodare “Sorella Acqua” ad un destino pubblico (monopolista, inefficiente, costoso).

Peraltro, alcuni difetti dell’approccio italiano alle privatizzazioni hanno conseguenze negative pure sull’obiettivo principale di far cassa. Sapendo che è preclusa la possibilità di diventare maggioranza, gli investitori sono disposti a pagare di meno le azioni. Constatando che si tengono insieme attività aziendali che andrebbero invece valorizzate singolarmente (banca, assicurazioni, telefonia mobile e consegna di cartoline, per dire), non aiuta a sostenere il prezzo del conglomerato. Per inciso: se una società che gode di privilegi normativi o regolamentari viene semi- privatizzata, si raddoppiano i gruppi di interesse interessati a mantenere lo status quo; al governo si aggiungono difatti i nuovi soci privati, il peggiore dei mondi possibili.

Lo Stato-imprenditore viene vagheggiato da molti, ma l’evidenza e la logica ci dicono che i governi non riescono a far fruttare le aziende quanto i privati ed introducono distorsioni alla concorrenza, diminuendo così il benessere di tutta la comunità. Meglio che ognuno faccia il suo mestiere, che i politici già fan fatica a fare il loro.

Twitter @aledenicola adenicola@adamsmith.it

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