L’ANGOLO DELLO CHEF – I caffè liberali di Antonluca CUOCO

CONCORRENZA, BENE PUBBLICO

Concorrenza, bene pubblico

 Siamo un Paese liberalizzato poco più che a metà e quando vogliamo ragionare di quanto il Paese in cui viviamo risulti esser libero, appare sempre utile studiare dati ed

 Siamo un Paese liberalizzato poco più che a metà e quando vogliamo ragionare di quanto il Paese in cui viviamo risulti esser libero, appare sempre utile studiare dati ed evidenze per svolgere riflessioni puntuali. L’Indice di liberalizzazione dell’Istituto Bruno Leoni stima, ogni anno, quanto il mercato italiano sia “libero” da vincoli e monopoli e secondo l’ultimo Indice del 2014, il paese più liberalizzato d’Europa risulta essere il Regno Unito, con un punteggio del 94%, seguito da Paesi Bassi, Spagna e Svezia (79%). La classifica dei paesi più aperti alla concorrenza è invece chiusa dalla Grecia (58%), preceduta da Francia e Italia (66%). Per quel che riguarda l’Italia, dei dieci settori esaminati quello più liberalizzato sono le telecomunicazioni (86%), seguite da mercato elettrico (81%) e televisioni (75%), settore però dove il nostro paese occupa l’ultima posizione in Europa. I settori meno liberalizzati sono invece il trasporto ferroviario (48%), i carburanti (57%) e le poste (59%). I risultati dell’Italia nei singoli settori sono: distribuzione in rete dei carburanti per autotrazione (57%), mercato del gas naturale (60%), mercato del lavoro (72%), mercato elettrico (81%), poste (59%), telecomunicazioni (87%), televisione (75%), trasporto aereo (65%), trasporto ferroviario (48%), assicurazioni (60%). In termini relativi l’Italia occupa l’ultima posizione nel settore delle televisioni e la penultima in tre settori: carburanti, lavoro e poste. Le posizioni migliori riguardano i trasporti aerei (quinta) e telecomunicazioni e assicurazioni (sesta).Viviamo, in effetti, in un Paese nel quale i guasti del monopolio pubblico non sono ancora stati superati da un passaggio netto ad un ordine autenticamente di mercato. Speriamo che il lavoro di tutte le persone di buona volontà serva anche ad intendersi su che cosa effettivamente è liberalizzare: rimuovere barriere e vincoli, non introdurne di nuovi. Purtroppo corriamo sempre dei rischi grossi in tal senso, tra cui uno possiamo identificarlo evocando le azioni di ingegneria sociale, da parte dei governi, intese come il tentativo di trasformare in realtà alcune ideologie politiche, privando gli individui della libertà di scelta, intesa non come totale assenza di vincoli, ma come possibilità di progettare le proprie vite. Scriveva Milton Friedman: “Molta gente vuole che il governo protegga i consumatori. Un problema molto più urgente è proteggere i consumatori dal governo”. Il premio Nobel e sua moglie Rose hanno ben sviluppato nel tempo, gli argomenti per cui solo attraverso il libero mercato è possibile tutelare i consumatori e i lavoratori, raggiungere elevati livelli d’istruzione, evitare l’inflazione e la disoccupazione, consentendo ai cittadini di vivere in sicurezza. La perdita della libertà genera invece costi gravosi, una proliferazione di leggi e regolamenti, una spesa pubblica fuori controllo assieme ad una tassazione predatoria, impoverendo –quindi- la società nel suo insieme. Essere sostenitori delle liberalizzazionivuol dire quindi preferire stare dalla parte degli outsider, dei consumatori, degli imprenditori innovativi e dei giovani intraprendenti, ancor di più al Sud. Vuol dire favorire il merito, non la famiglia di appartenenza e che quindi tutti possiamo competere ad armi pari. Significa favorire l’innovazione e la qualità, cioè migliorare la nostra vita di consumatorie utenti. L’Unione Nazionale Consumatori, sin dalla sua nascita nel 1955, intende offrire ai cittadini servizi efficienti oltre che analisi e proposte per il mercato, offrendo assistenza e consulenza. L’Unione è anche continuamente costretta a confrontarsi su numerosi nuovi fronti: clausole vessatorie, banche, telefonia, energia, pubblicità ingannevoli, commercio elettronico…con il suo segretario generale in prima linea, l’avvocato Massimiliano Dona, che qui ospitiamo. Con la prima «legge annuale sulla concorrenza» il governo Renzi ha cercato di aprire porte e finestre per tornare a crescere oppure ha solo perso una straordinaria occasione per offrire al cittadino più tutele e libertà di scelta? Direi che ha perso un’occasione. E’ positivo che si sia finalmente rispettato l’obbligo di presentare ogni anno un disegno di legge sulla concorrenza, ma gli effetti pratici di questa lenzuolata, o forse dovrei dire “fazzolettino”, sono quasi nulli per le famiglie. Se a questo aggiungiamo che in passato il Parlamento le ha peggiorate, non dormiamo sonni tranquilli. Preparando il ddl, il ministro Guidi ed il suo gruppo di lavoro hanno pensato che, siccome nelle parafarmacie o nei corner del farmaco della grande distribuzione lavorano farmacisti con una laurea identica a quella degli altri, costoro abbiano tutti i titoli per venderli ai clienti. I farmacisti proprietari di farmacia sostengono che così non è: quanto ancora durerà la difesa delle rendite di posizione sempre a danno del consumatore? In effetti a prima vista sembrerebbe non avere molto senso che nei supermercati sia obbligatoria la presenza dei farmacisti, ma poi non possano vendere i farmaci di fascia C che, a differenza di quelli da banco, hanno anche la garanzia della prescrizione medica. Va anche detto, però che i farmaci non sono prodotti come gli altri e in questo campo il prezzo di un bene o di un servizio non sono tutto. Conta anche la garanzia della qualità della prestazione. Liberalizzare significa ridurre il prezzo di ciò che acquistiamo, attraverso il gioco sano della concorrenza. Così il consumatore conta davvero, non solo a parole. Come spiegare che ci guadagna in primis il cittadino-consumatore? La concorrenza si realizza con un numero alto di imprese che operano nel settore, se c’è perfetta informazione e trasparenza, in modo che il consumatore conosca i prezzi e non sia ingannato con falsi messaggi e, infine, se c’è perfetta mobilità dei fattori. Ed il primo fattore a dover essere mobile è proprio il consumatore, che deve poter essere libero di passare da un’impresa all’altra, senza penali ed in tempi rapidi, per premiare l’imprenditore più bravo e più efficiente. Se ci sono queste tre condizioni i prezzi si abbassano ed il consumatore spende meno. L’opposto di quello che accade in Italia, dove gli ex monopolisti pubblici sono diventati oligopolisti privati e ancora controllano il mercato, dove se il consumatore abbandona una compagnia diventa un nemico da combattere e dove le clausole vessatorie, le pratiche commerciali scorrette ed i messaggi ingannevoli sono la regola. Se un certo servizio lo possono fornire soltanto gli iscritti a un albo, se un certo bene può essere prodotto soltanto da alcune aziende (magari statali), se l’offerta è a vario titolo calmierata, le opportunità di scambio diminuiscono ed il consumatore ci perde. Taxi, Farmacie, Ordini professionali, Libertà di concedere sconti sono alcuni esempi famosi… Questo ddl “Concorrenza” cosa avrebbe dovuto contenere per essere migliore? Anche nel caso degli ordini e degli albi va fatto un discorso a parte. Oggi gli ordini sono diventati un sindacato a difesa di privilegi di casta che impedisce concorrenza e ostacola l’accesso alla professione. Se invece tornassero, come originariamente immaginato, a tutelare i consumatori dagli abusi di professionisti scorretti o incapaci, allora avrebbero un senso. Come ho detto prima, non conta solo il prezzo, ma anche la qualità della prestazione. Per essere migliore questa iniziativa sulla concorrenza dovrebbe recuperare alcune cose eliminate, come i taxi. Poi ci attendiamo un passo indietro su altre situazioni, come il passaggio obbligato al mercato libero dell’energia, visto che il mercato è tutto fuorché libero nonostante siano passati 7 anni dalla presunta liberalizzazione dell’energia elettrica e 12 da quella del gas (il vecchio monopolista detiene, nel mercato dell’energia, il 50% dei volumi serviti…). Poi ci sono decine di altre cose che si potrebbero fare. Per brevità ne dico solo 4: 1) liberalizzare le vendite sottocosto che oggi non si possono fare per più di 3 volte all’anno, per una durata superiore a 10 giorni, per più di 50 prodotti, se non sono passati almeno 20 giorni dall’ultima vendita sottocosto, e, come se non bastasse, lo devi pure comunicare al sindaco. 2) Eliminare le spese di spedizione delle bollette a carico degli utenti. Oggi con la scusa che sono servizi a favore del consumatore, le compagnie telefoniche, elettriche, del gas ecc ecc, fanno pagare al consumatore la spedizione della fattura, anche se, per l’art. 21 del D.P.R. n. 633/1972 sono a carico di chi le emette. Erano nella famosa terza lenzuolata Bersani, mai approvata. 3) Liberalizzare i saldi. Non più le regioni che fissano le date, ma libertà di scelta per il commerciante. 4) nel ddl è previsto che per le banche il costo delle chiamate per i servizi di assistenza ai clienti sia pari alla tariffa urbana. Una buona cosa, che proponiamo sia estesa a tutte le società. Non è giusto che il consumatore paghi per un’assistenza dovuta a colpe dell’azienda o per aver acquistato un bene difettoso ancora in garanzia. Il disegno di legge sulla concorrenza introduce alcune novità sul mercato dei servizi professionali. (es: notai e avvocati). Certo non si tratta di una riforma epocale ma qualche effetto positivo potrebbe averlo? Anche Monti aveva provato a mettere il preventivo obbligatorio per gli avvocati, pena provvedimento disciplinare all’ordine. Ma gli avvocati presenti in Parlamento lo stopparono. Vedremo, quindi, cosa resterà alla fine. In ogni caso è un diritto per il consumatore sapere prima quanto costerà un professionista, tutti, non solo avvocati o notai. E’ la trasparenza di cui parlavo prima, con la speranza di risparmiare, andando dal professionista meno caro, anche se ovviamente va poi valutata la qualità della prestazione. Una delle polemiche nate dal ddl è quella legata alle penali per cambiare gestore ma il Ministero Ministro dello Sviluppo economico è intervenuto precisando che non si prevede in alcun modo la reintroduzione di penali per chi recede dai contratti di abbonamento a telefoni fissi e mobili, internet o a pay-tv. L’effetto delle norme introdotte a favore dei consumatori è quello di chiarire un aspetto precedentemente non definito, allo scopo di ridurre e comunque rendere più trasparenti i costi complessivi di uscita dalle promozioni promuovendo la mobilità del cliente? Il ministero ha fatto una precisazione che non regge, visto che formalmente la parola “penale” è stata reintrodotta. Si tratta, comunque solo di una gaffe simbolica, dato che l’effetto di questo provvedimento è pari a zero. Le penali erano state ufficialmente eliminate dalla prima lenzuolata Bersani (legge n. 40/2007), che fece però l’errore di lasciare all’operatore la possibilità di imputare spese giustificate da costi. Così le penali rientrarono dalla finestra, complice anche il mancato intervento dell’Authority delle Comunicazioni. Oggi l’unica cosa che ha senso è azzerare le spese per il recesso dal contratto telefonico, in modo da realizzare una vera portabilità, come avviene per i conti correnti. E questo anche in caso di offerte promozionali legate a sconti tariffari. Unica eccezione possibile è se viene offerto un bene in omaggio, come modem o smartphone. In tal caso, a fronte di un recesso anticipato, è giusto che il consumatore versi una spesa commisurata al valore del bene al momento del recesso.


 Antonluca Cuoco Salernitano, nato nel 1978, laureato nel 2003 in Economia Aziendale, cresciuto tra Etiopia, Svizzera e Regno Unito. Dal 1990 vive in Italia: è un “terrone 3.0”. Si occupa di marketing e comunicazione nel mondo dell’elettronica di consumo tra Italia e Spagna. Pensa che il declino del nostro paese si arresterà solo se cominceremo finalmente a premiare merito, concorrenza e legalità, al di là di inutili, quando non dannose, ideologie. Twitter @antonluca_cuoco

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