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L’ECONOMIA DI GAIA con Gaia CACCIABUE

Il turismo sostenibile, questo sconosciuto

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Il turismo sostenibile non è una novità portata dall’EXPO: da tempo esistono organizzazioni che lo promuovono a livello nazionale o globale (Global Sustainable Tourist Council, WTTC etc.), e iniziative e programmi per il suo sviluppo organizzati da enti internazionali come l’UNESCO. Molte grandi catene alberghiere stanno lavorando sulla propria impronta ambientale, e nel frattempo si moltiplicano gli hotel, i bed & breakfast, gli ostelli che puntano sul loro lato rispettoso della natura per attirare i clienti e distinguersi dalla concorrenza, a volte sconfinando nel ridicolo (mai sentito parlare di glamping?). Ovviamente, visto che si tratta di un fenomeno ancora molto limitato, per lo meno in Italia, l’offerta si posiziona sempre su fasce di prezzo medio/alte, rivolgendosi alla nicchia di viaggiatori disposti a spendere di più per un soggiorno immerso nella natura, o semplicemente in una sistemazione particolarmente ricercata. Infatti, quando la sostenibilità sta alle fondamenta del progetto, si sposa di frequente con l’attenzione per il design: dal connubio nascono hotel immersi nella foresta, case sugli alberi, hotel igloo, baite con una vista da favola e così via.

Oltre alle caratteristiche della struttura di per sé, però, il turismo sostenibile significa molto altro: come ci si sposta, per esempio, a quali attività ci si dedica: sostanzialmente si tratta di turismo durevole, che limiti dunque non solo l’inquinamento e l’erosione delle risorse naturali, ma anche il deteriorarsi delle ricchezze architettoniche, artistiche, culturali (avete presente i turisti che provano a portarsi a casa un pezzetto di Pompei? ecco, appunto).

Manco a dirlo, il Bel Paese non sembra granché cosciente dell’esistenza di questo approccio alla tematica: eppure siamo una delle prime mete turistiche al mondo, e il paese più visitato in Europa. La causa sta probabilmente nel fatto che nonostante la natura complessa del tema, questo non è affrontato in modo olistico a livello istituzionale, ma piuttosto lasciato all’iniziativa individuale e all’intraprendenza personale: e qui potrebbe partire il solito discorso del cosa potremmo fare se ci fosse un minimo di organizzazione, se non ci fossero montagne di burocrazia, se i servizi fossero decenti, se se se…

Giacché tutti sapete/pensate/avete già sentito queste storie fino alla nausea, ergo è completamente inutile prendere questa strada, vediamo invece cosa bolle in pentola.

Dal 1 al 3 ottobre scorso a Pietrarsa, comune affacciato sul golfo di Napoli, sono stati organizzati per la prima volta gli “Stati Generali del Turismo Sostenibile”, iniziativa che ha riunito istituzioni, associazioni, start up che operano nel settore (o almeno ci provano) e ovviamente anche le varie regioni, il ministero dei beni e delle attività culturali e altre associazioni che col turismo non centrano moltissimo, ma con la sostenibilità sì (Slowfood, ad esempio). Tutto questo è avvenuto senza nemmeno sfiorare una testata nazionale o un telegiornale, senza finire sulla maggior parte dei siti dedicati alla sostenibilità: che l’ufficio stampa del ministero fosse in vacanza?

Nonostante la totale mancanza di promozione, l’evento si è tenuto in una sede promettente: un vecchio opificio dismesso e trasformato in museo di locomotive storiche (vedi foto).

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Lo scopo dell’iniziativa era di raccogliere le idee e ragionare su quali potrebbero essere le soluzioni ai mille problemi del turismo italiano, proporre un piano d’azione o almeno concentrare le forze su qualche progetto degno di nota.

Purtroppo, i risultati sono stati piuttosto banali. Dopo tre giorni di discussioni e tavoli di lavoro si è giunti alle seguenti conclusioni: prima di tutto che sia necessario sostenere l’imprenditorialità, che il più delle volte soffoca nella burocrazia, e poi promuovere le destinazioni meno note. Sorvolando sulla banalità sconcertante del primo punto, è forse più utile ricordare che molti borghi d’Italia sono ancora sprovvisti di una connessione internet: ora, a patto di non voler creare oasi di disintossicazione dalla tecnologia – a mio avviso non una cattiva idea- se si preferisce del sano turismo tradizionale è decisamente il caso di provvedere al riguardo.

Inoltre, è stata sottolineata la necessità di investire nelle infrastrutture e integrare la rete dei trasporti, che al momento lasciano a desiderare. Senza una macchina non c’è garanzia di poter raggiungere la propria destinazione, e farlo in tempi decorosi. Per quanto questo potrebbe non rappresentare un gran problema per la maggior parte dei turisti italiani, nel resto d’Europa poter scegliere mezzi alternativi, come le biciclette o i cavalli, o anche solo affidarsi al trasporto pubblico, rappresenta spesso una grande attrattiva.

Si sono fatti ragionamenti sulla mancanza di marketing per il “prodotto Italia”, su come gli italiani sappiano vendersi male, tendano a sottovalutarsi etc., e dulcis in fundo, si è concluso che il sistema turismo manca di omogeneità: in pratica, il sistema non esiste.

Veniamo ora alle iniziative suggerite: si è proposto di stendere linee guida per lo sviluppo sostenibile, di offrire incentivi per i virtuosi del settore, di usare le tasse di soggiorno per promuovere iniziative, di creare progetti tematici interregionali, per esempio intorno alla via Francigena: niente di innovativo, ma meglio tardi che mai.

Nessuno sa cosa ne sarà di queste modeste proposte, l’unica cosa certa è che verrà stesa la Carta di Pietrarsa: bel nome dall’allure storica, ma l’utilità del documento è ancora tutta da vedere.

Quella tenutasi ad ottobre non è l’unica iniziativa in cui recentemente si è discusso di turismo sostenibile: vi si è dedicata una parentesi all’interno della fiera “Fa’ la cosa giusta! di Trento, nell’iniziativa “IMAGE, incontri sul management della green economy” tenutasi a Torino e così via. Il punto a mio avviso è anche un po’ questo: sarebbe cosa buona e giusta considerare la sostenibilità parlando di turismo, e non vice versa, essendo un approccio su cui basare lo sviluppo del settore, e non una nicchia di mercato.

La fatica con cui il tema sta prendendo piede in Italia non è dovuta solo alle oggettive e innumerevoli inefficienze delle infrastrutture, alla mancanza di fondi, allo sviluppo disomogeneo, alla disorganizzazione; ma anche in gran parte all’approccio politico e miope che ancora prevale, secondo il quale la connotazione sostenibile corrisponde ad un generico sentimento ambientalista un po’ hippy, sicuramente di sinistra, e quasi certamente inefficiente ed economicamente insostenibile per chi di turismo ci deve campare.

A dimostrazione di questo fatto potete benissimo prendere l’AITR: Associazione Italiana Turismo Responsabile. Esistere esiste, e fin lì niente da obiettare, anzi: il punto è che l’associazione non propone progetti (l’avevate mai sentita nominare?), non offre servizi di qualche tipo, non finanzia iniziative nel settore (però è disponibile a ricevere il vostro 5×1000, ovviamente), ma si limita a prendere una presa di posizione buonista alla “mercato equo solidale”, senza preoccuparsi nemmeno di fare dell’informazione: notare che sul loro sito non c’è alcun riferimento agli Stati Generali del Turismo Sostenibile, e tenendo conto che è la prima volta che il ministero affronta l’argomento mi sembra un disinteressamento degno di nota.

Come quasi sempre succede, per fortuna, il fatto che il tema non sia ancora stato recepito dalle istituzioni o a livello più ampio non vuol dire che molti non si siano già inventati qualcosa al riguardo. E considerata la varietà del territorio italiano, si può sperimentare in lungo e in largo: prendiamo Perle Alpine, unione di 29 graziose località da raggiungere senza auto, gestite a basso impatto ambientale; oppure ammappal’italia progetto che si prefigge di raccogliere tutti i possibili percorsi da fare a piedi, per poter attraversare il Paese da Nord a Sud; oppure ancora Vento, un’idea del Politecnico di Milano che prevede di collegare Torino a Venezia con un percorso di 679 km di piste ciclabili che fiancheggino il Po e su cui si possa viaggiare in qualsiasi modo, ma non a motore.

Arriverà il giorno in cui pensando alla ricchezza ineguagliabile del nostro Paese non venga più automatico pensare che peccato!. Nel frattempo, possiamo apprezzare i piccoli miracoli che in tutta Italia cercano di prendere forma: si tratta anche di turismo sostenibile.

Gaia Cacciabue

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