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La Cultura nella Legge di Stabilità.

La Legge di Stabilità 2016 ha superato il primo scoglio: il voto al Senato. In attesa della gradita replica alla Camera, noi proseguiamo il suo esame con lettura e commenti dell’art 21: Interventi strutturali e agevolazioni fiscali nel settore della cultura.
Il ritrito “refrain” suona così: Il BelPaese è la più grande miniera di antichità, siti archeologici, opere d’arte; il nostro petrolio; diamoci da fare. E’ quello che vorrebbe fare il governo pro-tempore: vediamo su quali basi e con quali obiettivi.

 
Con il d.l. 83/2014 (convertito nella l. 106/2014), all’art 1 comma 1, si previde che per le erogazioni liberali in denaro (effettuate nei 3 periodi d’imposta successivi a quello in corso al 31 dicembre 2013) per interventi di manutenzione, protezione e restauro di beni culturali pubblici, per il sostegno degli istituti e dei luoghi della cultura di appartenenza pubblica e per la realizzazione di nuove strutture, il restauro e il potenziamento di quelle esistenti delle fondazioni lirico-sinfoniche o di enti o istituzioni pubbliche (che, senza scopo di lucro, svolgono esclusivamente attività nello spettacolo), fosse previsto un credito d’imposta, nella misura del: 65 per cento delle erogazioni liberali effettuate in ciascuno dei due periodi d’imposta successivi a quello in corso al 31 dicembre 2013; 50 per cento delle erogazioni liberali effettuate nel periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2015; credito riconosciuto alle persone fisiche e agli enti non commerciali (nei limiti del 15 per cento del reddito imponibile, ed ai soggetti titolari di reddito d’impresa nei limiti del 5 per mille dei ricavi annui).

 

La norma in Legge di Stabilità prevede, a decorrere dal 2016, la “stabilizzazione” della detrazione al 65% per le erogazioni liberali a sostegno della cultura. Bene.

 

Ma quanto “vale” questo intervento a sostegno del recupero e della promozione della cultura, questo bene supremo a cui italiani ed italiane dedicano ogni attimo libero, e non solo?

 

In base ai dati delle dichiarazioni dei redditi delle persone fisiche presentate nel 2014, la spesa sostenuta dai contribuenti italiani è stata 8,5 milioni di euro (ai sensi delle lettere h) ed i) dell’art 15 del TUIR), che portano a previsioni di un impatto di minor gettito Irpef di 0,5 milioni per il 2016 e di 0,7 milioni per il 2017; per le persone giuridiche, la spesa sostenuta è stata di 20,4 milioni (anno 2014), che portano a prevedere un minor gettito Ires di 1,3 milioni nel 2016 e 1,4 milioni nel 2014.
Cittadini ed imprese italiane non elargiscono denaro alla cultura, come noto.

 

Ma la norma dice anche altro: essa destina fondi a sostegno della spesa nella cultura di 1,8 milioni nel 2017,3,9 milioni nel 2018, 11,7 milioni nel 2019, 17,8 milioni nel 2019. La mano pubblica sovviene dove quella privata non arriva, e questo è bene. Ma dove andranno questi fondi addizionali? Leggiamo insieme il comma 4 dell’art 21: “E’ autorizzata l’assunzione a tempo indeterminato presso il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo di 500 funzionari (…) nei profili professionali di antropologo, archeologico, archivista, bibliotecario, demoetnoantropologo, promozione e comunicazione, restauratore e storico dell’arte”. Profili di grande richiamo, che certamente richiederanno adeguati stipendi: immaginando un costo “stellare” di 30.000 euro annui, moltiplicato per 500, arriviamo ad un costo annuo (a regime) di 15 milioni. Trovata la soluzione.

 

Ci resta un dubbio: perché le assunzioni sono a tempo indeterminato?

 

La cultura non si mangia, diceva qualcuno, ma darà da mangiare, per sempre.

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