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L’ECONOMIA DI GAIA con Gaia CACCIABUE

Un mare di alghe

ALGHE

In principio furono le alghe fritte dei ristoranti cinesi. Poi arrivò il sushi, con il suo corredo di wakame, nori o kombu.

Nonostante il diffondersi della cucina etnica, è solo in occasione dell’Expo che il tema alghe è stato effettivamente sdoganato in cucina. Non che sia una novità assoluta, chef di tutto il mondo le utilizzano in modo più o meno innovativo da molto tempo: anche senza prendere ad esempio il caso estremo del Noma, ristorante danese che ha fatto dell’uso di alghe e licheni uno dei capisaldi della propria cucina, molti altri cuochi le sperimentano nei loro piatti, e le alghe fanno ormai ufficialmente parte della lista di stranezze alimentari che ogni gourmet deve per lo meno assaggiare. In Giappone, primo consumatore ed esportatore a livello mondiale di alghe alimentari, hanno un ruolo importante nella cucina tradizionale, ma sembra comincino a diffondersi, sebbene in forme diverse e piuttosto lentamente, anche Europa: Tartuflanghe nel 2015 ha vinto un premio per il cibo più innovativo alla Fiera Anuga di Colonia (tema: Taste the Future), con il Perlage di Wakame, una sorta di caviale di alghe.

Il fatto che il padiglione olandese all’Expo offrisse un kombu hamburger, fa presagire che le alghe potrebbero rimanere estranee alla nostra alimentazione ancora per poco, smettendo di essere un’esclusiva degli chef per entrare nella nostra cucina.

Spesso la conoscenza delle alghe di uso comune si limita a due casi: l’agar agar, alternativa alla colla di pesce, e l’alga spirulina, buffo nome per un integratore alimentare. Facendo qualche ricerca però si scopre che di alghe ce ne sono ben 25 mila specie, e che presentano una grande varietà di caratteristiche. Sono presenti in tutti i continenti, a qualunque temperatura e in qualunque ecosistema, si adattano alle situazioni climatiche più estreme e si evolvono di conseguenza, il che costituisce un grande vantaggio in questo momento di incertezza climatica.

Le alghe commestibili si dividono in cinque gruppi principali: alghe rosse, verdi, brune, blu e bianche. Le caratteristiche nutrizionali variano moltissimo da una all’altra: quasi tutte sono ricche di oligoelementi e prive di grassi, mentre variano i livelli proteici e le vitamine contenute, e a seconda dei casi contengono grandi quantità di antiossidanti, immunostimolanti e pigmenti.

Per crescere hanno bisogno di acqua, luce e sali minerali. Le coltivazioni occupano pochissimo spazio e, nel caso delle micro alghe, hanno bisogno di pochissimo tempo: si riproducono così in fretta che bastano poche ore per avere una nuova colonia. Inoltre, proprio come le piante terrestri consumano anidride carbonica (due kg per ogni kg di biomassa), rilasciando ossigeno.

Tutte queste caratteristiche le rendono una risorsa potenzialmente molto interessante sia nel campo della nutraceutica (lo studio di alimenti che si suppone abbiano una funzione benefica sulla salute umana), sia per risolvere le carenze alimentari delle regioni a clima molto arido, come ad esempio l’Africa Sub sahariana. Avendo le caratteristiche per proliferare dove altre colture non riescono a sopravvivere, le alghe potrebbero rappresentare una fonte sostenibile di proteine e vitamine, facendo fronte all’annoso problema della sostenibilità alimentare.

Oltre al loro impiego più o meno tradizionale in campo alimentare, cosmetico o medicinale, in questi anni le alghe sono oggetto di moltissimi studi, che ne valutano l’utilizzo per gli usi più disparati: come combustibile, come base per la produzione di fibre tessili, per depurare l’acqua o concimare.

Molte alghe infatti accumulano l’energia prodotta sotto forma di olii, e una recente ricerca dell’ENEA (Agenzia Nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) ha dimostrato che con un ettaro di alghe si possono produrre fino a 121.104 kg di biocarburante, contro i 152 di biodiesel che si ottengono con la stessa superficie di mais.

Senza considerare che al momento le colture più utilizzate sono appunto mais e olio di palma: se le alghe prendessero almeno in parte il loro posto nella produzione di biocombustibile, i terreni potrebbero essere convertiti per la produzione di altre risorse alimentari e, nel caso delle palme, si verrebbe a ridurre anche il pesante impatto ambientale che la coltivazione di queste piante ha assunto nell’ultimo periodo.

Un altro filone di ricerca è quello dell’impiego delle alghe come componente base di nuovi materiali, il design biomorfico (design che incontra la biologia), ed è stupefacente la varietà di prodotti che si stanno ottenendo già da anni. Uno dei primi esempi di successo è anche un’eccellenza italiana: la Shiro Alga Carta, delle Cartiere Favini. Creata nel 2004, consiste in un tipo di carta prodotto partendo dalle alghe infestanti della laguna di Venezia. Con gli anni l’emergenza alghe in laguna è passata, ma la carta Shiro è rimasta e oggi viene prodotta con alghe in eccesso provenienti da ambienti lagunari a rischio.

Un altro caso è quello della SeaCell, fibra tessile prodotta partendo da un tipo di alga bruna, la Ascophillym Nosodum, presente in grande quantità nei mari del nord Europa. Un’azienda tedesca ne produce un tessuto particolarmente indicato per le pelli molto sensibili, perché mantiene le caratteristiche antiinfiammatorie e di protezione dai raggi UV tipiche dell’alga da cui è composto.

I progetti ancora in fase di studio sono altrettanto interessanti, oltre ad essere davvero molti, ed estremamente vari. Un solo esempio: l’Hybrid Design Lab, laboratorio dell’Università di Napoli, ha recentemente presentato una pasta apparentemente molto simile alla ceramica, prodotta con la diatomea, una micro alga caratterizzata da una parete cellulare di silice amorfa idrogenata.

Nel frattempo, Vietnam, Israele, Cile e Arabia Saudita sono solo alcuni dei paesi che stanno investendo milioni in ricerca per capire come tirare fuori il meglio dalle alghe che hanno a disposizione nei loro mari. Un progetto di ricerca cileno cerca di recuperare l’anidride carbonica filtrando i gas di scarico dell’industria e producendo contemporaneamente biocarburante, mentre una società saudita studia come produrre componenti chimici e mangimi dalle alghe presenti in zona: forse pensando a quando il petrolio finirà e resteranno sole e mare?

Nel mentre, Norvegia e Irlanda stanno investendo nella produzione di biocarburante, e il ministero dell’economia olandese ha stanziato 850 000 euro per un progetto di ricerca dell’università di Wageningenur, in collaborazione con Marin, Deltares, ECN e TNO. L’interesse ovviamente è dovuto al fatto che la coltivazione di alghe calzerebbe a pennello all’Olanda, che ha a disposizione più acqua che terra ferma.

Ognuno quindi segue la propria strada, che si tratti di nuove fonti di energia, risorse alimentari, materiali innovativi. Alcuni esperti del settore sono scettici e ricordano che in passato le alghe hanno già avuto il loro momento di gloria, per poi finire nel dimenticatoio: nel 1979 il the guardian avvisava i lettori che in dieci anni i camion inglesi si sarebbero riforniti con combustibile prodotto dalle alghe del mar dei Sargassi. Speriamo che non debbano passare altri quarant’anni.

Gaia Cacciabue

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