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CHINA ANALYSIS con Rebecca Arcesati

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Image Credit: Kashgar, China via Pete Niesen / Shutterstock.com

Xinjiang: quella linea sottile tra terrorismo islamico e conflitti sociali

Dopo Parigi, Pechino esorta il mondo a riconoscere la minaccia del terrorismo sul suolo cinese. Ecco chi è ETIM (East Turkestan Islamic Movement) e perchè la situazione delle minoranze musulmane nell’Ovest della Cina è di gran lunga più delicata che in Europa.

Di Rebecca ARCESATI, 27 novembre 2015

Anche Pechino deve fare i conti con una minaccia terroristica? Cerchiamo di mettere ordine nei fatti accaduti dopo il tragico attentato del 13 novembre a Parigi, rivendicato dallo Stato Islamico.

Durante il vertice del G20 ad Antalaya, in Turchia, il ministro degli esteri cinese Wang Yi ha colto l’occasione per far riemergere una posizione che Pechino aveva più volte ribadito nel passato: la lotta contro i separatisti nella regione autonoma dello Xinjiang, nell’estrema porzione occidentale della Cina, dovrebbe rappresentare “una “parte importante della battaglia internazionale contro il terrorismo”.

Ancora più esplicito il Presidente Xi Jinping, che ha auspicato un maggior coordinamento internazionale contro quelli che Pechino definisce i “tre mali” – separatismo, terrorismo, estremismo – e soprattutto ha condannato il “doppio standard” dell’Occidente, che non presterebbe adeguata attenzione agli attacchi subiti dalla Cina perchè non in territorio europeo. Parole che dovrebbero risuonare amare per un’Europa sparpagliata e confusa che nel dopo Parigi si domanda come affrontare seriamente la questione medio orientale, sfaccettata, contraddittoria e – ormai dovrebbe essere chiaro – difficilmente riconducibile ad una logica unilaterale di scontro fra civiltà.

Lo comprende in pieno Il Global Times, che all’indomani dei bombardamenti francesi in Siria mette in guardia contro i sentimenti radicali antiislamici e ricorda che la reazione dura dell’Occidente è proprio quello a cui mira l’Isis per trasformare l’alienazione dei musulmani in odio verso l’Occidente. Il messaggio del governo cinese è, evitate di destabilizzare ulteriormente il Medio Oriente, ciò rischia di ritorcersi contro il mondo e anche contro la Cina. Una Cina impegnata a gestire le delicate relazioni con la minoranza musulmana meno integrata più insoddisfatta verso il suo governo, gli uighur dello Xinjiang. Pechino, dal canto suo, rivendica la “amicizia coltivata a lungo con il mondo islamico” e specifica: “La Cina non è in prima linea nello scontro di civiltà”. Ma è davvero così?

Torniamo per un attimo al primo interrogativo e analizziamo i fatti. Mentre la Oriental Pearl Tower a Shanghai si tingeva dei colori della bandiera francese per comunicare la solidarietà cinese al partner europeo, la sera del 18 novembre arrivava la notizia della prima uccisione di un cittadino cinese da parte dell’ISIS: si tratta di Fan Jinghui, consulente freelance che si era recato in Siria ed era stato preso in ostaggio. Poi abbiamo il Mali: il 20 novembre tre cinesi sono rimasti uccisi nell’attacco dell’ISIS contro l’hotel Radisson a Bamako.

Si tratta di due eventi diversi tra loro: nel primo l’uccisione era pianificata, nonostante nel comunicato che ne è seguito l’ISIS non abbia fatto esplicito riferimento alla Cina, mentre nel secondo l’uccisione è stata accidentale. Tuttavia esistono dei punti di contatto: da un lato, entrambi sollevano quella che rappresenta una nuova priorità per la politica estera cinese, ovvero la protezione dei cittadini cinesi all’estero (che spinge Pechino ad un sempre maggiore coinvolgimento internazionale per la stabilizzazione delle aree minacciate da gruppi terroristici); dall’altro, ed è l’aspetto che più ci interessa, gli eventi, insieme ai fatti di Parigi, concorrono a conferire ulteriore legittimazione alla lotta interna contro il terrorismo nello Xinjiang, in modo analogo a quanto accaduto dopo l’11 settembre 2001.

A partire dagli anni ’90, gli episodi di tensione etnica e protesta civile e il revival della fede islamica hanno indotto il governo ad attuare una linea repressiva verso la religione musulmana che non conosce uguali in altre parti del Paese. Sono documentati episodi di discriminazione verso i costumi e le tradizioni locali, mentre il culto avviene in un clima di paura e sospetto, specie a partire dalla rivolta studentesca di Yining nel 1997: in quell’occasione la religione è stata associata per la prima volta al crimine del separatismo. Sembra che Pechino non sia così “amica dell’Islam” come afferma la retorica governativa.

Dopo l’11 settembre Pechino ha inasprito la campagna “colpisci duro, massima pressione” che già era attiva sul territorio: secondo Amnesty International, in soli due mesi nel 1996 erano stati uccisi almeno un migliaio di sospetti terroristi. Le organizzazioni internazionali hanno segnalato la massiccia violazione dei diritti umani con la quale la campagna viene condotta: processi sommari, sparizioni forzate, pressioni sugli organi giudicanti, sentenze di massa, arresti arbitrari. Lo Xinjiang è l’unica provincia in cui è comune l’uccisione di prigionieri politici, con una media che si aggirerebbe attorno ad 1,8 esecuzioni alla settimana.

Sullo sfondo, una situazione di marginalizzazione etnica in cui gli uighur sono poco integrati alla Cina e politicamente esclusi de-facto dalle decisioni sulle loro comunità. Il modello di sviluppo economico della campagna “go west”, lanciata da Pechino per sviluppare le sue regioni interne, ha lasciato gravi disuguaglianze sociali; le aree meridionali, abitate a maggioranza da minoranze, sperimentano livelli molto inferiori di PIL pro-capite, mentre la sistematica immigrazione cinese ha ribaltato l’equilibrio demografico a discapito delle minoranze. Sono documentati casi di discriminazione nelle assunzioni e disparità nell’istruzione. Esistono infine profonde piaghe sociali, quali un massiccio alcolismo tra le minoranze e una vera e propria epidemia di HIV che colpisce prevalentemente le aree più povere e marginali.

Il governo cinese ha segnalato più di 200 incidenti violenti dal 1990 al 2001, ma un esame approfondito degli episodi di disordine civile, assassinii e attacchi esplosivi rivela che soltanto una minima parte può essere attribuita al separatismo: essi scaturiscono da forme di rabbia sociale che si indirizzano verso le forze di polizia o i cittadini cinesi. Le violente proteste del 2009 a Urumqi, con 197 morti, sono iniziate con una marcia di protesta in risposta all’omicidio di due uighur accusati di stupro in una fabbrica del Guangdong.

Negli ultimi anni sembra essere in atto un’escalation di violenza. Un esperto di Xinjiang e collaboratore di Human Rights Watch, Nicholas Bequelin, ha affermato che essa è la diretta conseguenza degli episodi del 2009, seguiti da una repressione “indiscriminata e brutale” che ha portato alla radicalizzazione di alcune frange estremiste. A livello legislativo, l’azione dell’apparato di sicurezza si poggia sulla legge penale, emendata dopo l’11 settembre: la sfera di applicazione della pena di morte è stata ampliata, la definizione vaga di terrorismo permette di sottoporre il giudizio all’arbitrarietà del governo, e infine la legge constente di criminalizzare attività di espressione pacifica del dissenso.

Uno degli episodi più sanguinosi avvenuto negli ultimi anni è stato nel 2014 a Kunming, definito dai media ufficiali “l’11 settembre cinese”: un gruppo di persone armate di coltelli ha ucciso 29 persone e feritone 130 alla stazione ferroviaria. Ma veniamo agli episodi più recenti: il 18 settembre scorso l’attacco in una miniera di carbone da parte di assalitori armati di coltelli, che ha provocato almeno 50 vittime. Dalla primavera scorsa è in vigore la prima legge anti-terrorismo del Paese.

Se la radicalizzazione è riconducibile al disagio causato dalla repressione religiosa e culturale, resta da capire chi sono i separatisti e che ruolo ha l’integralismo islamico. Pechino attribuisce la maggior parte degli episodi di violenza all’ETIM (East Turkestan Islamic Party), un’organizzazione vicina ad Al-Qaeda la cui prima menzione risale al 2001 e che oggi pare rinominarsi TIP (East Turkestan Islamic Party). Alcuni campi di addestramento sono stati documentati in Pakistan e 22 uighur sono stati rinchiusi a Guantanamo. Nel 2002, ETIM è  inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche dal governo statunitense. Tuttavi numerosi esperti internazionali discutevano l’esistenza dell’organizzazione o comunque la sua entità e capacità operativa, mentre gli uighur di Guantanamo sono stati rilasciati dagli Stati Uniti nell’imbarazzo diplomatico.

Ciò detto, l’intento del terrore da parte di questi gruppi estremisti rimane, anzi, sembra che la loro capacità d’azione abbia raggiunto un livello di allarme negli ultimi anni con la nascita dell’ISIS. Il califfo al-Baghdadi in persona aveva definito lo Xinjiang una “ferita dimenticata” in un video apparso in rete, e il governo cinese ha riportato che centinaia di uighur passano le frontiere di Vietnam e Thailandia per unirsi alla Jihad in Turchia, Siria e Iraq. Venerdì scorso la polizia ha ucciso 28 sospetti terroristi ritenuti responsabili dell’attacco alla miniera di carbone, ha riportato l’agenzia di stampa Xinhua.

Sembra che quelli che erano attacchi guidati dalla rabbia sociale siano divenuti attacchi terroristici a tutti gli effetti, come dimostra il cambiamento degli obiettivi, da rappresentanti locali del governo cinese a uccisioni pianificate di civili, proprio come quella di Parigi. Il rapporto 2015 di Human Rights Watch indica nella repressione religiosa e il rigido controllo etnico gustificati in nome della guerra al terrorismo le cause della radicalizzazione nello Xinjiang. In questo senso, Pechino è vittima della classica “profezia che si autoavvera”.

Lo sviluppo economico è per il Partito la soluzione alla “questione delle minoranze”, come ribadito dallo stesso Hu Jintao nel 2009 prima di rilanciare la campagna di sviluppo dopo i fatti di Urumqi. Allo stesso modo, lo sviluppo dell’Ovest era stato lanciato proprio nel 2001. La Nuova Via della Seta rappresenta l’ultimo capitolo di questa strategia sviluppista, del quale solo nei prossimi anni potremo vedere i frutti. Ma non basta aumentare il PIL per prevenire il terrorismo.

Le teorie sulla sicurezza umana come determinante del conflitto etnico e del terrorismo dovrebbero far riflettere, oggi più che mai. In Europa c’è chi ritiene che il problema dell’ISIS sia legato a disuguaglianze interne alle nostre società: tale visione è certamente veritiera in certi casi per quanto riguarda il reclutamento – in cui la rete gioca un ruolo fondamentale – ma trascura complessi giochi di potere che poco hanno a che fare con la religione e dinamiche che originano prima di tutto in un Medio Oriente in cui la sicurezza umana non esiste, devastato da guerre continue, una regione che Europa e Stati Uniti hanno contribuito per primi a sconvolgere. In Cina sì, invece, esistono una vasta minoranza musulmana marginalizzata e non integrata ed uno Stato profondamente intollerante e repressivo. L’interrogativo sulle cause scatenanti della violenza a sfondo religioso è, per Pechino forse ancor più che per l’Occidente, ciò che dovrebbe guidare attentatemente le future scelte di policy, specie in questa area polverosa che diverrà l’hub strategico cinese sulla nuova Via della Seta.

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