MUSIC CLINIQUE con Elisa MASSARA

Iniziamo questa settimana una gradita collaborazione con una brava esperta di Musica, Elisa MASSARA, che ci parlerà di eventi, produzioni, mercato e ovviamente di Note!

elisa1

Nigeria: terra di tesori musicali inesplorati

 

La scena musicale africana non è soltanto una supernova di incalzanti ritmi percussivi e di danze tribali, ma anche una costellazione di beat e di miscugli sonori che non possono che risvegliare gli annoiati uditi degli occidentali. Capitanata dalla Nigeria, la music industry africana è costituita da una pulsante forza creativa di band e di produttori che nel loro studio, come scienziati in un laboratorio, sperimentano e amalgamano suoni tradizionali e occidentali dando luce a vere e proprie magie musicali. Negli anni ’60 e ’70, con l’arrivo in Africa delle prime strumentazioni elettroniche per la produzione musicale e dei primi dischi di rock ‘n roll, di soul e di funk dall’Europa e dall’America, l’ispirazione dei musicisti nigeriani ricevette gli ingredienti necessari per la creazione di un genere musicale rivoluzionario: l’afrobeat. Mischiando vecchie e nuove influenze, strumenti elettronici e tradizionali, i pionieri di questo nuovo stile composero brani di un’unicità tale da richiamare l’attenzione dei grandi della musica dell’emisfero nord occidentale.

Fela Kuti, produttore, arrangiatore, musicista, attivista politico, fuorilegge, irrecuperabile sessista e megalomane, è la mente iniziatrice dell’afrobeat. La sua musica negli anni Settanta era una ribellione contro la tradizione, i testi, una ribellione politica. Nel 1970 Fela creò una comune che dichiara indipendente, la “Repubblica di Kalakuta”, ma la sua voglia di libertà veniva sempre soffocata. La comune venne assaltata dai militari che picchiarono a sangue i suoi abitanti e, privi di ogni barlume di umanità, stuprarono alcune delle 27 mogli di Fela e buttarono giù dal balcone sua madre, attivista politica e femminista (la prima donna a guidare la macchina in Nigeria). Lo stesso Fela Kuti fu massacrato: “Potevo sentire le ossa che si rompevano sotto i colpi”, dichiarò. La comune venne data alle fiamme, lui finì in ospedale e poi in prigione. Tutto questo solo a causa di una canzone, “Zombie”. Ma Fela non aveva paura e non rinunciava mai alla lotta contro il governo. “La musica è un’arma” ripeteva nei suoi concerti a Lagos e in giro per il mondo, Italia compresa. Qui finì in carcere nel 1980 dichiarando all’uscita: “Le carceri italiane sono meravigliose: c’è molto spazio e si mangia tre volte al giorno!”. Solo la morte di AIDS fermò questo grande essere umano, ma la sua voce e le sue battaglie rimbomberanno per sempre in tutto il mondo. La Universal Music ha rilanciato e distribuito le sue opere tra gli europei e gli americani. Ecco una sua sempiterna perla dall’album Expensive Shit, il cui nome è ispirato a storie di feci, marijuana e polizia nigeriana.

Il batterista della band di Fela, il co-inventore dell’afro beat, si chiama Tony Allen ed è oggi, all’età di settantacinque anni, considerato uno dei migliori batteristi viventi. I suoi ritmi hanno influenzato i più importanti artisti contemporanei, da Thom Yorke a Damon Albarn, dagli Air a Paul Simonon dei Clash e Flea dei Red Hot Chili Peppers, fino a esponenti dell’elettronica di culto come Danger Mouse o un’artista sofisticata come Charlotte Gainsbourg. Trovo estremamente affascinante questa sua recente creazione, frutto della collaborazione di Damon Albarn, frontman dei Blur e dei Gorillaz. La canzone, estratta dal suo ultimo album The film of Life, si chiama Go Back e, qui, è accompagnata da un videoclip che merita la più delicata attenzione.

 

Negli anni del boom di Fela Kuti, chiuso nel suo antro colmo di sintetizzatori, drum machine, pianole, strumenti musicali e di registrazione, il misterioso William Onyeabor preparava per il mondo delle meravigliose pozioni di afrobeat, R&B, disco, funk, mescolate con un’infusione di suoni futuristici e disorientanti che nessuno, al tempo, aveva mai sentito. Completamente indipendente e volontariamente isolato tra le mura del suo palazzo di legno, non ha mai voluto parlare né di sé ne della sua produzione artistica: “Io non parlo di musica, parlo solo di Gesù” rispondeva a qualsiasi tentativo di intervista telefonica. Non si sa chi sia William Onyeabor, si sa solamente che dagli anni 70 ha pubblicato autonomamente otto album che raramente hanno superato la sua patria, Enugu. In ogni caso ricercatori di tesori musicali e grandi musicisti ne sono rimasti affascinati al punto che l’etichetta discografica di David Byrne (epico frontman dei Talking Heads) non poté fare a meno di pubblicare un album dedicato a lui nel nostro secolo (dopo aver ottenuto una sua riluttante autorizzazione). L’album si chiama Who is William Onyeabor? e questa è una delle sue creazioni, un viaggio mistico in un mondo di colori primari, di distaccata spensieratezza e di uomini fantastici.

 

 

Un’altra stella della Nigeria è Orlando Julius, un uomo con un cannocchiale del tempo che gli ha permesso guardare oltre ai suoi anni ’60 e servirci un’altra innovativa fusione di tradizione africana e di pop, soul, R&B, funk americani. Anche le meraviglie musicali di Orlando sono rimaste sconosciute alla comunità internazionale fino agli anni 2000. Oggi, acclamato dalla critica di tutto il pianeta, è ancora in tour in giro per il mondo (quest’estate passato anche in Italia) insieme allo psychedelic-combo londinese degli Heliocentrics. Consiglio di ascoltare la prossima canzone a occhi chiusi, lasciando che i propri muscoli siano trascinati in un’incontrollata danza di libertà. Signori e signore, Orlando Julius. Disco Hi-Life.

 

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: