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FONDAZIONI BANCARIE, TANTE LUCI E QUALCHE OMBRA

 

 

Create per dare stabilità all’azionariato bancario attraverso la divisione fra proprietà e gestione bancaria, le fondazioni bancarie sono 88, di cui 50 possiedono meno del 50% delle azioni delle banche conferitarie, 12 hanno più del 50% delle azioni, 26 non possiedono più azioni. La legge di riordino delle fondazioni bancarie, la c.d. legge Ciampi, imponeva a tutte le fondazioni di scendere sotto il 50% di partecipazione, cosa avvenuta per le principali banche, ma ancora in parte irrealizzata.

L’obiettivo iniziale delle fondazioni era quello di sottrarre le banche al controllo dello Stato. All’inizio degli anni Novanta, quando l’Italia dovette affrontare l’apertura dei propri mercati ai partner europei, più della metà degli enti creditizi italiani era di diritto pubblico. La necessità di adeguare il sistema bancario alla cosiddetta ‘unità economica europea’ spinse l’allora governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, a separare la funzione di diritto pubblico dalla funzione imprenditoriale: la legge delega Amato-Carli del 1990 dispose che gli enti bancari diventassero società per azioni sotto il controllo delle fondazioni, le quali successivamente avrebbero dovuto collocare le proprie azioni sul mercato.
Le fondazioni bancarie costituivano una sorta di holding pubblica che, pur gestendo il pacchetto di controllo della banca partecipata, non poteva esercitare attività bancaria: i dividendi percepiti venivano intesi come reddito strumentale a un’attività istituzionale (indicata nello statuto), che doveva perseguire “fini di interesse pubblico e di utilità sociale”.

Un compromesso tipicamente all’italiana per cedere formalmente il controllo operativo senza in sostanza cedere alcunché: il legislatore sosteneva che, se chi è proprietario di un’azienda si disinteressa della sua gestione, limitandosi a percepirne gli utili, il rischio di sue interferenze indebite nell’amministrazione risulta annullato. Va sottolineato che questa ambiguità di fondo nella definizione dei nuovi soggetti era probabilmente necessaria per far digerire ai politici quello che doveva sembrare un eccesso di emancipazione dei banchieri italiani: le banche facevano un primo passo verso un sistema di mercato autentico, come volevano sia la Comunità europea che Bankitalia, e nello stesso tempo il Palazzo poteva consolarsi nella consapevolezza che si cambiava tutto per non cambiare nulla.

Fino al 1994 le fondazioni, dette ‘enti conferenti’, ebbero l’obbligo di mantenere il controllo della maggioranza del capitale sociale delle Casse di Risparmio (dette ‘banche conferitarie’).
Con l’entrata in vigore della legge n. 474/94 (cosiddetta direttiva Dini) tale obbligo fu eliminato e furono introdotti incentivi fiscali per la dismissione delle partecipazioni detenute dalle fondazioni.
Nel 1998, con l’approvazione della legge delega 23 dicembre 1998, n. 461 (cosiddetta legge Ciampi), il Parlamento ha provveduto, da un lato, a creare i presupposti per un completamento del processo di ristrutturazione bancaria avviato con la legge Amato e, dall’altro, a realizzare una revisione della disciplina civilistica e fiscale delle fondazioni: per effetto della riforma attuata dalla legge Ciampi, la cui prima fase si concluse con l’approvazione degli statuti da parte dell’Autorità di vigilanza, “le fondazioni sono persone giuridiche private senza fine di lucro, dotate di piena autonomia statutaria e gestionale” (art. 2 d.lgs 17 maggio 1999, n. 153).

Il decreto, nel testo vigente, individua i settori ammessi (famiglia e valori connessi; crescita e formazione giovanile; educazione, istruzione e formazione, incluso l’acquisto di prodotti editoriali per la scuola; volontariato, filantropia e beneficenza; religione e sviluppo spirituale; assistenza agli anziani; diritti civili; prevenzione della criminalità e sicurezza pubblica; sicurezza alimentare e agricoltura di qualità; sviluppo locale ed edilizia popolare locale; protezione dei consumatori; protezione civile; salute pubblica, medicina preventiva e riabilitativa; attività sportiva; prevenzione e recupero delle tossicodipendenze; patologie e disturbi psichici e mentali; ricerca scientifica e tecnologica; protezione e qualità ambientale; arte, attività e beni culturali), nell’ambito dei quali le fondazioni scelgono, ogni tre anni, non più di cinque settori rilevanti.
Le fondazioni bancarie possono così assumere la struttura di ‘fondazioni grant-making’ (erogare denaro a organizzazioni no profit che operano nei settori individuati) oppure possono scegliere quella di ‘fondazioni operative’, svolgendo direttamente attività d’impresa nei suddetti settori, intendendola come attività strumentale al raggiungimento dello scopo di utilità sociale.

Con la legge Ciampi, inoltre, l’iniziale obbligo di detenere la maggioranza del capitale sociale delle banche, già eliminato dalla direttiva Dini, è stato sostituito da un obbligo opposto: la perdita da parte delle fondazioni del controllo delle società stesse. Per incentivare la perdita del controllo fu previsto un regime di neutralità fiscale per le plusvalenze realizzate nella dismissione.

Attualmente, 85 delle 86 Fondazioni associate all’Acri, approvando il Protocollo d’intesa firmato dall’Associazione e dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, nell’ottica di ottimizzare la combinazione tra redditività e rischio nell’impiego del proprio patrimonio, hanno accettato il principio di un’adeguata diversificazione. In particolare, il patrimonio non può essere impiegato, direttamente o indirettamente, in esposizioni verso un singolo soggetto per un ammontare complessivamente superiore a un terzo del totale dell’attivo dello stato patrimoniale della Fondazione; nell’esposizione complessiva verso un singolo soggetto si computano tutti gli strumenti finanziari. Dalla firma del Protocollo, le Fondazioni hanno tre anni per ridurre l’esposizione in esubero ove questa riguardi strumenti finanziari negoziati su mercati regolamentati, cinque anni se si tratta di strumenti finanziari non negoziati su mercati regolamentati. Il protocollo, inoltre, sottolinea la necessità di evitare, nel rispetto del principio di conservazione del patrimonio, qualunque forma di indebitamento salvo il caso di temporanee e limitate esigenze di liquidità e anche di non usare contratti e strumenti finanziari derivati salvo che per finalità di copertura o in operazioni in cui non siano presenti rischi di perdite patrimoniali.
Il protocollo prevede anche altre novità molto interessanti dal lato della governance delle fondazioni bancarie. Fra queste spicca il limite per i compensi. Ad esempio, nel caso delle fondazioni con patrimonio superiore a un miliardo di euro il compenso annuale del presidente della fondazione non potrà superare il tetto massimo di 240 mila euro. Sono previsti tetti parametrati al patrimonio, per i compensi complessivamente corrisposti a tutti i membri degli organi.
Fra le altre novità importanti bisogna evidenziare le norme legate ai limiti temporali per gli incarichi. La durata degli organi di gestione e di indirizzo delle fondazioni sarà di massimo 4 anni e le cariche di presidente e consigliere non potranno essere ricoperte per più di due mandati consecutivi. Infine, il protocollo sottolinea la necessità di adottare procedure di nomina dirette ad equilibrare la rappresentanza di genere.
Il patrimonio contabile delle Fondazioni di origine bancaria, in base ai bilanci chiusi al 31 dicembre 2014, ammonta a 41,2 miliardi di euro e costituisce l’84,9% del totale di bilancio che assomma a 48,6 miliardi di euro. Nell’ultimo esercizio il valore contabile del patrimonio ha registrato una crescita dell’1%, con una variazione netta positiva di oltre 388 milioni di euro. Peraltro dal 2000, anno di entrata in operatività della legge Ciampi, al 2014 esso ha avuto un tasso di crescita medio annuo dell’1,1%. Nello stesso periodo 2000-2014, le Fondazioni hanno erogato risorse per complessivi 18,4 miliardi di euro.

Segmentando le Fondazioni in base all’area geografica di riferimento, si vede che le 46, considerate nell’analisi, che hanno sede nel Nord del Paese hanno un patrimonio di oltre 30 miliardi di euro, pari al 74,6% del patrimonio complessivo; nel Nord Ovest in particolare, dove risiedono 5 delle 18 Fondazioni di grande dimensione, il valore medio del patrimonio è circa due volte e mezzo la media generale (1.153 milioni di euro contro 474). Al Sud e Isole, invece, per ragioni storiche le Fondazioni sono solo 11 e il loro patrimonio medio si attesta sui 175 milioni di euro, al di sotto della metà del dato generale. Le 5 maggiori Fondazioni (pari complessivamente al 46,7% del patrimonio) sono: Fondazione Cariplo, Compagnia di San Paolo, Fondazione Cassa di Risparmio di Verona Vicenza Belluno e Ancona, Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo. Il patrimonio delle 18 Fondazioni di grande dimensione copre una quota del 75,6% del patrimonio complessivo del sistema, mentre le 18 Fondazioni di piccola dimensione pesano poco più dell’1,7%.

Le risorse destinate all’attività istituzionale, comprendendo anche gli stanziamenti ai fondi per l’attività futura, incidono per il 70% sul totale avanzo di gestione e ammontano a 1.165,2 milioni di euro, contro gli 840 milioni del 2013.

Per l’attività istituzionale relativa all’esercizio 2014, ai 1.165 milioni di euro derivanti dall’avanzo di gestione sono stati aggiunti 520 milioni di euro grazie all’utilizzo di accantonamenti effettuati negli anni precedenti; dunque nel 2014 l’attività istituzionale delle Fondazioni ha assorbito 1.685,3 milioni di euro.
Nel 2014 le Fondazioni hanno finanziato 22.805 iniziative (+2,1% sul 2013), con un valore medio per intervento di 39.985 euro (39.619 nel 2013); 259 è il numero dei progetti realizzati mediamente da ogni Fondazione.

Tra i 21 “settori ammessi” dalla legge , 7 sono quelli su cui si concentra la maggior parte delle erogazioni delle Fondazioni. In base alla quantità di risorse ricevute, al primo posto si conferma il settore Arte, attività e beni culturali, con 272,8 milioni di euro erogati, pari al 29,9% del totale (30,4% nel 2013).

Il secondo settore d’intervento è Volontariato, filantropia e beneficenza, che ha ricevuto un importo complessivo di erogazioni pari a 131,7 milioni di euro, il 14,4% del totale delle risorse erogate (11,8% nel 2013).

Il terzo settore d’intervento è quello dell’Assistenza sociale con 123,6 milioni di euro, il 13,6% delle erogazioni (13,5% nel 2013).
Al quarto posto ci sono le erogazioni al settore Educazione, istruzione e formazione con 120,9 milioni di euro, il 13,3% degli importi totali erogati
Al quinto posto c’è il settore Ricerca e Sviluppo, a cui vanno 114,4 milioni di euro, pari al 12,5% degli importi erogati (14,5% nel 2013
Al sesto posto c’è il settore Salute pubblica, con 68,9 milioni di euro, pari al 7,6% delle risorse erogate (7,7% nel 2013).
Infine, c’è il settore Sviluppo locale che ha ricevuto 45,4 milioni di euro, ovvero il 5% del totale erogazioni (5,6% nel 2013).
TABFOND

I beneficiari delle erogazioni delle Fondazioni sono sempre soggetti che perseguono finalità non lucrative di utilità sociale: dunque sono soggetti privati non profit – ad essi va il 67,7% degli importi erogati (67,1% nel 2013) e il 69,1% del numero di interventi (69,6% nel 2013) – o istituzioni pubbliche.

La forte caratterizzazione localistica dell’attività erogativa delle Fondazioni trova conferma anche nel 2014: le erogazioni destinate alla regione di appartenenza sono infatti sempre in larga maggioranza (l’87,1% degli importi e il 95,1% del numero di iniziative). In merito alla distribuzione geografica delle erogazioni, al Nord va il 70,6% delle risorse, di cui il 40% al Nord Ovest e il 30,6% al Nord Est; al Centro il 22,7%; al Sud e Isole il 6,8%.

Le vicende emerse dopo la Quality asset review della BCE e la conseguente richiesta di aumento di capitale degli Istituti bancari italiani, ha portato nuovamente in primo piano il rifiuto di alcune Fondazioni di partecipare ai versamenti necessari. Questo è spesso figlio di gestioni sconsiderate e rivolte quasi unicamente all’investimento nel capitale delle banche conferiarie senza una corretta diversificazione. L’accumulo di perdite e di mancate erogazioni dei dividendi, hanno portato alcune Fondazioni ad impoverirsi tanto da non poter far fronte alle richieste di capitali. L’intreccio della politica nel capitale delle Banche, ha fatto il resto. Se la Fondazione Monte Paschi avesse investito il suo patrimonio in un fondo diversificato, come si conviene a una fondazione, anziché usarlo per assicurarsi il controllo e il (pessimo) governo di Mps, non si sarebbe creata una situazione con una banca al tracollo e una fondazione immiserita. Se Fondazione Carige avesse seguito le indicazioni della Legge Ciampi anziché concentrare il 90 per cento del proprio patrimonio in Banca Carige, se non si fosse indebitata pur di non scendere per molti anni sotto il 46 per cento del capitale dell’istituto, si sarebbe potuto mantenere la banca ben capitalizzata, aperta ad accogliere un management moderno anziché vertici imposti dalla fondazione, di stretta nomina politica. Invece, la fondazione a opporsi all’aumento di capitale richiesto dall’Eba mettendo a rischio la sopravvivenza dell’istituto.

L’uscita delle fondazioni dal capitale delle banche è quindi desiderabile sia dal punto di vista del buon funzionamento delle stesse che da quello della sopravvivenza delle fondazioni. Come scriveva Adam Smith, quando l’amministratore di una società ne esercita il controllo senza metterci soldi propri, lo farà “ma senza la stessa ansiosa vigilanza che userebbe se in gioco ci fossero i suoi soldi”.  È quello che è accaduto a Mps e a Carige ed è ciò che ha travolto alcune banche e fondazioni e che, sperando non capiti più, potrebbe creare nuove tensioni in futuro.

 

 

 

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