CHINA ANALYSIS con Rebecca Arcesati

L’aria di Parigi e l’aria di Pechino

Di Rebecca ARCESATI, 11 dicembre 2015

Sembra paradossale: mentre la Cina optava per una soluzione di compromesso alla Conferenza sul Clima di Parigi che si chiude oggi – attirandosi l’accusa di indebolire gli accordi da parte di altri delegati – Pechino era in pieno “allarme rosso” per i livelli di inquinamento dell’aria. Martedì, per la prima volta da quando il sistema di allerta a colori è stato introdotto nel 2013, è scattato il livello che impone la chiusura di scuole, cantieri e di alcuni impianti industriali e restrizioni alla circolazione dei veicoli, fino alla giornata di ieri.

La misura sembra aver in parte arginato i livelli di inquinamento atmosferico: mercoledì a mezzogiorno si aggiravano tra 250 e 300, meno delle previsioni che indicavano una soglia maggiore di 300, 5e83e90c-9e61-11e5-b919-9dd19e242533_236x.jpgma pur sempre corrispondenti a livelli di PM2.5 che superano di 8-10 volte il livello massimo raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Una nuova ondata di aria tossica è attesa da domani; infatti, anche le condizioni metereologiche fanno “il buono e il cattivo tempo” per le letali micro particelle in grado di penetrare i polmoni ed entrare anche nel sistema sanguigno (in Cina si stima che 4000 persone al giorno muoiano a causa dell’inquinamento): quando non soffia il vento da nord lo smog regna sulla capitale e sulla regione circostante dello Hebei.

Il 30 novembre, proprio mentre Xi Jinping si recava a Parigi per discutere un accordo delicatissimo che dovrebbe trovare un modo per ridurre drasticamente le emissioni di gas serra, contenendo l’aumento della temperatura del Pianeta entro i 2 gradi entro fine secolo, i livelli di PM2.5 erano ancora più elevati, ed era scattato l’allarme arancione. Ma se Pechino finisce sulle prime pagine, il nord-est è divenuto l’area più inquinata: a Shenyang, capitale del Liaoning, a novembre si sarebbe registrato il livello più alto mai raggiunto in Cina, 1400 microgrammi per metro cubo. Le misure implementate dal 2013 per ridurre la combustione di carbone si sono indirizzate soprattutto alle zone notoriamente più inquinate, Pechino, lo Hebei e il delta dello Yangtze, e non hanno prestato abbastanza attenzione alle tre province di Liaoning, Jilin e Heilongjiang. Ma per contrastare lo spaventoso problema dell’aria le misure dovrebbero essere più omogenee a livello nazionale.

Allo stato attuale, la combustione di carbone per la produzione industriale e i riscaldamenti domestici contribuisce al 60% delle emissioni di PM2.5. Per salvare non solo il pianeta, ma l’ecosistema e la vita della popolazione in Cina, una condizione imprescindibile è che Pechino cambi il modello di sviluppo ad alta intensità di lavoro e di energia che ha caratterizzato il boom economico, migliorando l’efficienza energetica, aumentando l’elettrificazione, diminuendo drasticamente il peso dei combustibili fossili. Questi i tre imperativi sottolineati da Teng Fei, tra i maggiori esperti cinesi di clima e politiche energetiche, intervistato da China Dialogue, che afferma:

“Tutti e tre questi obiettivi sono essenziali, per arrivare a una profonda decarburazione vanno raggiunti tutti. Nei prossimi decenni la Cina continuerà a registrare una crescita economica elevata – noi stimiamo che l’aumento del Pil scenderà dall’attuale 7% al 5% nel 2030 e poi al 2,5%-3% nel 2050. La crescita del Pil traina quella delle emissioni: ciò significa che dobbiamo aumentare l’efficienza energetica e la struttura energetica, se la Cina dovrà raggiungere il picco di emissioni nel 2030. Dopo il 2030, col rallentamento della crescita del Pil e il miglioramento dell’efficienza e della struttura energetica, ci sarà un crollo assoluto delle emissioni. Questa è la nostra idea di ciò che dovrà accadere”.  Si tratta di perseguire lo sviluppo sostenibile: crescere, e dare spazio a quelle milioni di persone che ancora devono godere dei frutti del benessere, ma farlo senza andare in contro all’autodistruzione.

La Cina si è presentata al COP21 con un’agenda ambiziosa, ma ha mantenuto poi una posizione di compromesso: il rappresentante cinese, Xie Zhenhua, ha affermato che dovrebbero esserci piani di riduzione delle emissioni vincolanti per ogni paese, e tuttavia essi devono rispettare il consueto principio di non ingerenza nelle politiche nazionali, dunque non prevedere sanzioni. Secondo il Financial Times, a Parigi volano accuse contro l’atteggiamento tenuto da Pechino, che ostacola la creazione di un sistema comune per gestire il modo in cui i singoli paesi fanno rapporto all’ONU sulle emissioni di CO2 e sui piani per prevenire il cambiamento climatico. In particolare, la Cina vorrebbe fissare gli aggiornamenti dei target delle emissioni su base volontaria, mentre uno degli obiettivi fondamentali di Parigi è proprio l’istituzione di limiti vincolanti; i progressi nazionali andrebbero poi comunicati all’ONU ogni cinque anni a partire dal 2020, ed era stato proprio Xi Jinping a richiamare la necessità di tale clausola in un incontro con Hollande il 2 novembre, con una dichiarazione congiunta che invitava al raggiungimento di un accordo “ambizioso e giuridicamente vincolante”. Buone intenzioni che non sembrano seguite da una linea decisa nei negoziati.

Durante le trattative la Cina sembra insistere sul suo status di paese in via di sviluppo, il che la assolve dall’obbligo di fare rapporto sulle emissioni con la stessa regolarità dei paesi industrializzati: “responsabilità comuni ma differenti” il principio caro alla Cina, ma ormai obsoleto, tanto che molti paesi vorrebbero  terminasse con Parigi, dal momento che la Cina è il paese che emette la maggior quantità di CO2 (27% del totale mondiale); e tuttavia ha fornito soltanto due comunicati nazionali dal 1992: l’ultimo, datato 2012, conteneva dati risalenti al 2005. La resistenza a rendere noti dati ufficiali nell’ambito di accordi internazionali rappresenta un grave deficit di trasparenza e preoccupa più parti. Ci si chiede se oggi sia giusto che i paesi occidentali, che hanno già attraversato l’industrializzazione, abbiano più responsabilità e finanzino le energie rinnovabili per i pvs; è uno dei grandi temi del COP21.

Per Pechino si presenta la scommessa del secolo: rivoluzionare il suo modello economico verso l’innovazione e la sostenibilità, dimostrando di non essere soltanto la “fabbrica del mondo”, e rafforzare la sua immagine internazionale di major power plasmando con forza l’agenda ambientale. In questa ottica vanno intesi l’inclusione della “rivoluzione verde” nel nuovo piano quinquennale (2016-2020) e l’impegno, annunciato da Xi Jinping durante la visita ufficiale negli Stati Uniti a settembre, di cooperare con Washington per ridurre le emissioni; in quell’occasione, Xi ha parlato di un piano nazionale unificato di monitoraggio ambientale e un sistema di crediti carbonio entro il 2017 e di un investimento di 3 miliardi di dollari per aiutare i pvs minacciati dal riscaldamento globale.  La creazione di un mercato delle emissioni è un passo che potrebbe risultare decisivo: una maggiore partecipazione del mercato e dei capitali privati migliorerebbe l’efficienza del settore energetico, che è in gran parte controllato dall’alto.

Lo scorso anno Pechino ha annunciato che la Cina raggiungerà il picco delle emissioni nel 2030, per avviarsi poi ad una drastica riduzione (60-65%) per unità di PIL, riducendo la dipendenza dai combustibili fossili e aumentando l’incidenza delle fonti rinnovabili (20%). Per la Cina – che rappresenta oggi il primo mercato mondiale per energie rinnovabili, 433 gigawatt di capacità alla fine del 2014 –  la strada è ricca di opportunità. Le proiezioni sul futuro delle emissioni sono fra loro contrastanti, in quanto alcune sottovalutano il peso della riconversione verso il “new normal”, altri credono che questo sia sufficiente per combattere la crisi ambientale – che oltre al problema atmosferico comprende molteplici fenomeni, desertificazione, subsidenza dovuta all’urbanizzazione, innalzamento delle acque del Mar Cinese Orientale, inquinamento di suoli e falde acquifere e così via. Secondo un interessante studio condotto da Future Earth, le emissioni di CO2 globali sono cresciute dello 0,6% nel 2014 e quest’anno potrebbero rimanere, per la prima volta, costanti, in larga parte grazie allo sforzo cinese nella riduzione della dipendenza da carbone. Sempre nel 2014 più di metà della nuova domanda energetica cinese è stata soddisfatta da fonti rinnovabili. Lo studio ribadisce comunque lo stato di emergenza ambientale, dato che la concentrazione di gas serra ha raggiunto un livello vicino al limite: il pianeta si potrebbe riscaldare in maniera catastrofica se Parigi non getterà le basi per un’azione decisiva.

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Non mancano gli ostacoli nemmeno per la Cina: si tratta di riconvertire il modello industriale, spingere il mercato delle auto elettriche, sostituire in maniera decisiva il carbone come fonte di energia.  Pesa come un macigno il rapporto di Greenpeace Asia e della North China Electric Power University di novembre, che rivela che Pechino continuerà a investire ingenti capitali nel carbone, (60% della produzione energetica nazionale) nel 2015 il numero di impianti a carbone approvati sarebbe aumentato più rapidamente rispetto allo scorso anno (155 da gennaio a settembre, anche se nei fatti ne saranno costruiti molti meno), mentre anche alcuni impianti considerati tecnologicamente più avanzati brucerebbero carbone. La nuova versione della Legge sull’inquinamento dell’aria, nonostante nuove importanti misure come regole per i governi locali, riduzione delle emissioni di alcuni particolari inquinanti, aumento degli standard qualitativi per i combustibili delle auto, è ancora priva di un limite all’utilizzo del carbone.

Un nodo importante è quello finanziario: il quotidiano Global Times è stato piuttosto duro con il governo, invitandolo a impegnarsi di più e segnalando un sostegno ancora inadeguato. Il professor Teng Fei parla anche della necessità, per raggiungere i target prefissati, di raddoppiare gli investimenti nelle energie alternative entro il 2020 rispetto al 2010, e triplicandoli nel 2030. Anche la politica rappresenta un ostacolo: a livello locale è vero che molte fabbriche non rispettano gli standard per non compromettere lo sviluppo economico, ma allo stesso tempo i funzionari locali sono legati ad una cultura della performance, del profitto, che li distoglie dal nuovo imperativo della crescita “qualitativa”.

Il dissenso su chi dovrebbe sostenere maggiori costi e responsabilità nella lotta al cambiamento climatico, se paesi occidentali o pvs, bloccò i negoziati di Copenaghen. Ora c’è la possibilità di superare l’impasse e la chance che ciò si realizzi passa anche per le modalità con cui Pechino, nei prossimi anni e in particolare dopo il 2020, gestirà gli impegni presi. Se la Cina trainerà lo sviluppo sostenibile, certo anche la percezioni che il mondo ha della sua leadership dovrà essere, necessariamente, rivista.

 

 

 

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