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L’ECONOMIA DI GAIA con Gaia CACCIABUE

Minerali da conflitto: il problema non si risolve con le leggi

BLOODIAMONDS

 

Una decina di anni fa il film Blood Diamonds attirò l’attenzione sull’origine di molte pietre preziose, su come la loro estrazione e il loro commercio passassero attraverso pratiche violente e disumane. Sebbene meno preziosi, molti altri minerali vengono estratti in condizioni simili: sono i “minerali da conflitto”, provenienti da miniere sotto il controllo di milizie armate. Il repertorio di crimini che si commettono è molto vario: sfruttamento minorile e non, violenze, stupri, finanziamento di traffico d’armi o di droga. I minerali in questione sono principalmente il tungsteno (il metallo che fa vibrare i telefonini), il tantalio, lo stagno e l’oro, e provengono per la maggior parte dalla Regione dei Grandi Laghi, al centro dell’Africa. La Repubblica Democratica del Congo è lo stato dove in assoluto tali situazioni si verificano con maggiore frequenza, ma sono pesantemente coinvolti anche Tanzania, Burundi, Rwanda, Zambia, Sud Sudan, Repubblica Centro Africana e via dicendo: l’estrazione mineraria rappresenta circa il 24% del prodotto lordo dei paesi africani, e riguarda almeno 27 conflitti sparsi per il continente.

Per dare un’idea di quali volumi stiamo parlando, si consideri che provengono da queste zone lo 0,6% della fornitura mondiale di tungsteno, il 15-20% di quella di tantalio, il 2% di oro, il 5% di stagno (dati U.S. Securities and Exchange Commission).

La forte domanda di questi minerali dipende dal loro ampio utilizzo. Sono impiegati abbondantemente nei settori dell’elettronica, dell’illuminazione, delle auto, della gioielleria, nella produzione aereospaziale, in quella delle attrezzature mediche e dei macchinari industriali. E ovviamente riguardano da vicino una galassia di società: solo in Europa, 800.000 aziende utilizzano minerali da conflitto. Si tratta di importatori, fonderie e raffinerie; ma anche di produttori di beni di consumo, all’interno dei quali i suddetti minerali trovano collocazione, oltre che ovviamente del settore dell’oreficeria e della gioielleria.

Molti Stati hanno sviluppato negli ultimi anni strumenti che dovrebbero garantire l’origine “pulita” dei minerali utilizzati: la Sezione 1502 del Dodd Frank Act per gli Stati Uniti, due diligence specifiche per Australia e Canada, linee guida OECD e, a livello settoriale, esistono linee guide specifiche per garantire lo stesso risultato (per il settore della gioielleria: Responsible Jewelry Council).

Il Parlamento Europeo ha approvato il maggio scorso un disegno di legge non ancora definitivo, che non limiterebbe più gli obblighi di verifica agli importatori, rendendoli oltretutto obbligatori e non più volontari com’era stato finora nella maggior parte dei casi. Ovviamente c’è grande preoccupazione sull’impatto che i requisiti delle due diligence più stringenti avranno sulle PMI, ma allo stesso tempo è chiaro che limitare i controlli alle grandi aziende multinazionali o ai soli importatori ha reso finora tanto facile svicolare dai controlli.

A complicare ulteriormente la situazione c’è la complessità della filiera tipica di molti di questi settori: prima di arrivare a chi lo utilizza per creare il prodotto finito, il minerale importato passa per fonderie, raffinerie, distributori e così via: fino a quale livello è utile e sensato, porre obblighi di verifica dell’origine della materia prima?

In risposta alle iniziative legislative di livello internazionale, alcuni stati africani stanno tentando di intervenire a livello locale. La Regional Certification Mechanism è una certificazione sviluppata dalla ICGLR, Conferenza Internazionale della Regione dei Grandi Laghi, che riunisce 12 dei paesi africani interessati dal tema. È la prima volta che gli stati africani si impegnano in un percorso del genere: il progetto è sostenuto da fondi raccolti dall’USAID (U.S. Agency for International Development) e dall’Istituto del governo federale tedesco per la geoscienza e le risorse naturali. Lo scopo è individuare quali sono le miniere “pulite”, verificare che non vi sia l’interferenza di gruppi armati, niente lavoro minorile o violazione dei diritti umani.

Il primo Paese a ispezionare le proprie miniere è stato la Repubblica Democratica del Congo: a settembre 2015 sono state controllate 180 tra le migliaia di miniere presenti nel paese, e 140 di queste sono risultate libere da conflitti.

Ovviamente le verifiche possono esser fatte esclusivamente su miniere a controllo statale, perché il governo non è in grado di garantire nemmeno l’accesso a quelle sotto il controllo delle milizie. A questa limitazione enorme si aggiunge il fatto che dal momento in cui si è deciso di condurre i controlli, a quello in cui effettivamente si è proceduto, le miniere in questione sono rimaste chiuse per un lungo periodo, che si è prolungato ancora per l’inefficienza della burocrazia, la corruzione imperante, le complicazioni politiche del caso. Di conseguenza, molti acquirenti stranieri si sono rivolti altrove, il che ha fatto abbassare di molto i prezzi.

Nella Repubblica Democratica del Congo 70 milioni di abitanti dipendono dall’attività delle miniere: nel momento in cui quelle statali hanno chiuso, non potendone aspettare la riapertura a tempo indeterminato molti di loro si sono rivolti alle milizie, che quindi hanno in qualche modo tratto vantaggio dai controlli, disponendo di più manodopera da sfruttare.

I gruppi armati non sembrano infatti quasi per nulla toccati dalla mobilitazione internazionale, e benché meno da quella locale: in alcune zone le milizie hanno abbandonato l’estrazione dei minerali per dedicarsi a marijuana, olio di palma, carbone, bestiame o sapone; ma la maggior parte continua a fare come al solito. Di fronte all’attuale completa mancanza di autorità del governo, bisogna riconoscere che la soluzione al problema non può sorgere a livello locale: il governo non può avere accesso alle miniere occupate, figuriamoci acquisirne il controllo; non è in grado di garantire salari minimi per chi lavora nelle miniere statali, non ha praticamente alcuno strumento per affrontare la situazione.

Con l’introduzione degli obblighi di verifica dell’origine dei minerali, molte compagnie hanno scelto di rifornirsi in altre zone, e al momento gli acquirenti principali sono indiani e cinesi.

A proposito della Cina, vale la pena di spendere due parole nel raccontare come sta affrontando la questione dei minerali da conflitto: nell’estate del 2015 la Chamber of Commerce of Metals, Minerals & Chemicals Importers and Exporters (CCCMC), che coinvolge la maggior parte delle fonderie e raffinerie cinesi e raccoglie in tutto 6.200 membri lungo la filiera dei minerali, ha pubblicato la prima linea guida sull’argomento, “Guidelines for Social Responsibility in Outbound Mining Investments”. Nel documento si legge che le compagnie cinesi sono obbligate a condurre una valutazione dei rischi, al fine di evitare e non fomentare conflitti nelle zone di estrazione, e si fa riferimento alla “Chinese Due Diligence Guidelines for Responsible Mineral Supply Chains”, nella quale si afferma che le società cinesi sono tenute a evidenziare segnali d’allarme, i quali danno il via all’applicazione del sistema di due diligence sviluppato dall’OECD. Un sistema di controlli apparentemente strutturato, peccato che entrambe le linee guida vengano applicate su base completamente volontaria: non stupisce dunque che al momento i cinesi siano i primi acquirenti di minerali sporchi, ma di certo sorgono dubbi riguardo alla serietà delle loro intenzioni.

Gaia Cacciabue

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