L’ECONOMIA DI GAIA con Gaia CACCIABUE

PRADA incontra in mondo della CSR

prada

(la foto è la copertina della sezione CSR del sito del Gruppo Prada)

 

Il 14 di dicembre Prada ha reso pubblica una nuova sezione del proprio sito dedicata alla CSR, Corporate Social Responsibility, e organizzato presso l’omonima Fondazione una tavola rotonda per illustrare l’approccio del gruppo alla tematica.

Parlare di CSR in modo corretto può essere piuttosto complicato: la sigla racchiude una vasta quantità di temi, dall’attenzione alle comunità locali all’impatto sull’ambiente, dalle politiche della gestione dei dipendenti a quelle che regolano e definiscono la propria filiera –particolarmente importanti per una società appartenente al settore della moda.

Durante l’incontro è stata presentata la strategia CSR di Luxottica (storico fornitore del gruppo), si è parlato dell’architettura dei nuovi spazi Prada (Fondazione, Fabbrica giardino a Montegranaro e la conceria Hervy a Limonges), stranamente senza sottolineare il loro impatto ambientale, o la riduzione dello stesso attraverso gli interventi di recupero; ma sottolineando il lato green dei nuovi edifici, indicando come il gruppo voglia offrire ai propri dipendenti una dimensione di lavoro più piacevole e moderna, rendendo quindi migliori le condizioni lavorative. Infine si è evidenziato come l’impegno etico e sociale del gruppo sia cominciato molto prima dell’apertura della fondazione Prada, grazie ad una serie di numerosi interventi a favore del patrimonio artistico e della sua conservazione.

Chiunque abbia sentito parlare di CSR prima di leggere quest’articolo è in grado di rendersi conto di quali sono i grandi assenti di questa presentazione. Tanto per cominciare i lodevoli investimenti in campo artistico non risolvono da soli le tematiche di stampo sociale che un gruppo del genere si trova ad affrontare, ineludibili se si vuole che le proprie politiche di CSR vengano considerate tali.

Inoltre i tre campi d’azione principali presentati sul sito internet sono: lavoro, territorio e cultura. Lavoro come artigianato e innovazione, territorio come dialogo tre architettura e ambiente e cultura come nutrimento per lo spirito.

Senza dubbio è l’esposizione più chic e raffinata che sia mai stata fatta, quasi filosofica, ma presenta grandi mancanze: i diritti umani, l’impatto ambientale lungo la filiera, la gestione delle materie prime, solo per citare i più importanti.

Per lo meno è l’impressione che sorge leggendo i resoconti e le interviste che questa settimana hanno invaso più o meno tutti i portali legati alla moda e all’economia, vista l’importanza della signora Miuccia nel dettar stile e i 3 milioni e mezzo netti di utile dell’anno passato.

Inoltre l’intervista de ilSole24ore a Carlo Mazzi (presidente del consiglio di amministrazione) trasmette l’idea che Miuccia e consorte si siano accorti di non poter più ignorare il tema e che abbiano deciso di usare gli investimenti nell’arte e nell’architettura come specchietto per le allodole dei loro supposti impegni in CSR: decisamente non un quadro troppo lusinghiero.

Un’immagine migliore emerge però andando a leggere il Report sulla Responsabilità Sociale che il gruppo ha pubblicato nel 2014: pur essendo assolutamente sintetico, il documento dall’ascetico layout ha il merito di offrire una visione un po’ più completa di quelle che sono le pratiche della società riguardo all’ambiente e al proprio personale, addirittura presenta qualche informazione anche riguardo alla filiera produttiva. Non lo si può decisamente definire una rappresentazione completa o trasparente di come queste tematiche sono affrontate all’interno del gruppo: è messo in chiaro che in ogni campo la legge è scrupolosamente rispettata, che esiste un codice etico valido anche per i fornitori (tra i quali però solo il 64% ha sottoscritto le richieste) e che sono in essere programmi e investimenti per migliorare le performance del gruppo sul lato ambientale.

Gridare al miracolo perché il gruppo Prada ha fatto lo sforzo di confezionare insieme tutte le proprie attività dal punto di vista della sostenibilità e della responsabilità sociale d’impresa è fuori luogo. Non è il primo marchio del lusso italiano a farlo (vedi caso Cucinelli), soprattutto considerando che i due colossi francesi del mercato (Kering in prima fila) hanno già da tempo introdotto il tema con decisione (non a caso Gucci vanta una struttura organizzata per la valutazione dell’impatto ambientale dei suoi prodotti).

Può darsi che i temi di cui si parla nel Report sulla Responsabilità Sociale non siano stati affrontati nella presentazione ufficiale per una sorta di snobismo, per dare all’evento un taglio più intellettuale, ma di certo si è per lo meno preso atto dell’esistenza della Corporate Social Responsibility, e come ha detto Carlo Mazzi rispondendo ad una domanda in occasione della presentazione: “Let me say that it is better late than never”.

Gaia Cacciabue

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