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Il Costo del TERRORE

Quale prezzo paga il Mondo al Terrorismo?

 

Il terrorismo, per definizione, è la violenza politicamente motivata da parte di organizzazioni non statali che hanno l’obiettivo di terrorizzare le popolazioni e non solo le vittime immediate. Vorremmo analizzare: 1) chi sono i terroristi, 2) quanta paura è effettiva e quanta è percepita, 3) qual è l’impatto economico.

Chi sono i terroristi

Contrariamente a un luogo comune, i terroristi non sono persone povere e poco istruite, insomma delle vittime dell’indigenza e dell’ignoranza. In gran parte sono persone con alle spalle un retroterra sociale e di istruzione maggiore di quello medio. Sono persone che vogliono forzare la direzione politica, non sono persone che vogliono astenersi, proprio come le persone di reddito e istruzione elevata che votano molto più frequentemente di quelli a basso reddito e istruzione, perché ritengono di essere abbastanza informati e potenti da poter incidere sul corso della politica. Il terrorismo, insomma, è un fenomeno di “avanguardie” – l’eccezione è il terrorismo dell’Ira, che, invece, coinvolgeva le persone povere e con bassa istruzione. Ma il terrorismo irlandese – così come, fino a un certo punto, quello palestinese, ceceno o basco – era più assimilabile a una forma di guerra partigiana svolta con il più o meno tacito sostegno di una cospicua parte della popolazione, e – fino a un certo punto – tendeva a colpire più gli obiettivi militari o percepiti tali del “nemico” che la popolazione civile. Il terrorismo islamico in Occidente è più simile a quello degli estremismi ideologici “autoctoni” come le Br o la Raf: si tratta di gruppi minoritari che sanno, o pensano, di non poter incidere sulla vita politica e sociale con strumenti a disposizione di tutti, come il voto, i partiti, la piazza o l’azione di opinione pubblica.

Spesso negli ultimi mesi, il terrorista viene identificato dall’opinione pubblica come un immigrato colmo di rabbia per la vita delle nazioni dalle quali proviene e come tale membro di organizzazioni straniere, per lo più Medio Orientali o africane, magari musulmane. Gli ultimi eventi francesi invece portano ad allargare la fascia di persone tipizzate per i loro comportamenti terroristici anche ad immigrati di seconda o terza generazione, magari reclutati in Internet ed addestrati fuori Nazione, per poi farvi ritorno ed agire.

Paura effettiva e percepita

La paura effettiva può essere misurata, a differenza di quella percepita. Morire per mano dei terroristi è un evento molto poco frequente. Secondo dei conti fatti sugli Stati Uniti, morire a causa del terrorismo è meno frequente degli incidenti d’aereo e più frequente degli incidenti di treno, ma è molto (ma molto) meno frequente delle altre cause di morte.

Evento che porta alla mortalità Probabilità nel corso della vita
Collasso cardiaco 1 su 4
Cancro 1 su 7
Polmonite 1 su 57
Incidente automobilistico 1 su 88
Omicidio criminale 1 su 240
Incidente d’aereo 1 su 40 mila
Terrorismo 1 su 69 mila
Incidente di treno 1 su 920 mila

La paura percepita dipende molto da come il sistema mediatico presenta il terrorismo. Un atto terroristico non è un evento trasparente, nel senso che, se anche la Polizia avesse maggiori informazioni, non le comunicherebbe per non dare conoscenze utili ai terroristi. E dunque le informazioni sono per definizione imprecise, mentre l’impatto degli eventi viene enfatizzato da ogni rete televisiva per portare via l’ascolto alle altre. E questa tecnica spesso amplifica la vera portata di un evento dannoso, creando una richiesta di protezione ed intervento da parte dello Stato maggiori di quanto sarebbe effettivamente necessario.

L’impatto economico

Diversi studi cercano di quantificare le ripercussioni degli attacchi terroristici sulle economie dei paesi colpiti. L’impatto più rilevante coinvolge il settore militare e quello della sicurezza che sottraggono risorse al welfare e incidono sul movimento di merci e persone. Poi ci sono i costi per controllare la paura e le iniziative di ricostruzione

L’impatto sull’economia reale del terrorismo, alla lunga, è modesto. Nel caso delle Due Torri ci fu una reazione violenta al ribasso dei mercati finanziari (dovuta anche all’effetto sorpresa ed alla temporanea limitazione all’operatività della Borsa). Invece, abbiamo avuto un’indifferenza sostanziale dei mercati finanziari nel caso della strage di Parigi. Al momento dell’attentato le borse europee stavano salendo. Per le prime ore dopo l’attentato hanno continuato a salire, per poi flettere in serata, ma per altre ragioni. I prezzi delle obbligazioni dei Tesori nella giornata non si sono nemmeno mossi. Diverso, naturalmente, è l’impatto politico del terrorismo, soprattutto se spinge, come avvenuto ai tempi delle Due Torri, ad interventi militari all’estero. I quali interventi hanno di molto accresciuto la spesa pubblica in campo militare.

Per l’istituto per l’Economia e la Pace, un équipe di esperti internazionali che ogni anno elaborano l’Indice di Terrorismo Globale, il reddito globale sarebbe più elevato di almeno il 30% se il mondo vivesse in pace. Eppure gli effetti economici del terrorismo rimangono di difficile misurazione soprattutto quando

la portata del fenomeno terroristico è tanto vasta come nel caso dei movimenti integralisti islamici e gli effetti sistemici riguardano intere aree. Esplorare le conseguenze economiche del terrorismo è una sfida in particolare per quanto riguarda il costo che gli individui intendono sostenere per controllare la paura, nella misura in cui impone un cambiamento nella routine e nello stile di vita. Perché, nonostante ci sia la tendenza da parte di coloro che vivono nelle zone maggiormente colpite da attacchi terroristici ad investire meno per modificare le proprie abitudini, in generale il fattore paura si presenta come una variabile complessa e estremamente soggettiva, per cui è difficile prevedere il possibile impatto sui mercati azionari o sul consumo.

Infine a complicare la valutazione del danno economico effettivo prodotto dal terrorismo intervengono le cosiddette “iniziative di ricostruzione” con ricadute positive sulla produttività e sul processo di accumulazione dei capitali nei paesi coinvolti. Che in qualche modo dovrebbero compensare gli effetti a lungo termine sui settori tradizionalmente colpiti dagli attentati come ad esempio il turismo e il trasporto aereo.

Il totale sottratto nel mondo per la gestione e il contenimento della violenza è ipotizzato in 9,46 trilioni di dollari. Una cifra più grande di molte delle più grandi economie mondiali. Il Pil della Germania, per intenderci, è di 3,26 trilioni di dollari, quello dell’India arriva a quota 5 trilioni di dollari. Per fare dei paragoni con alcuni settori economici, l’agricoltura mondiale ha un volume di 5 trilioni di dollari, il turismo 1,9 trilioni, il settore aereo 711 miliardi. Il costo della violenza è superato solo dal Pil degli Stati Uniti e della Cina.

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I costi economici globali del terrorismo sono al livello più alto almeno dal 2001. Si stima che nel 2014 (ultimi dati definitivi disponibili) abbiano raggiunto i 52,9 miliardi di $ (rispetto ai 32,9 miliardi di $ del 2013), con un impatto economico totale di almeno 105 miliardi di $. Questo è stato calcolato utilizzando la metodologia applicata dallo IEP sugli effetti della violenza, che misura i costi diretti e indiretti della perdita di vite umane, distruzione di proprietà e delle perdite causate dal pagamento di riscatti. Tuttavia, rispetto ad altre forme di violenza, le perdite causate dal terrorismo sono relativamente piccole. Ad esempio, i costi associati al crimine violento e l’omicidio sono 32 volte superiori alle perdite da terrorismo.

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L’impatto economico si riferisce ai costi diretti e indiretti per l’anno in esame ed il loro calcolo rappresenta un esercizio complicato. I costi diretti del terrorismo includono la perdita diretta di vite umane e danni alla proprietà da un attacco terroristico.

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Tra i costi della violenza, i ricercatori includono anche spese tangibili come quelle mediche, perdite salariali causate dalle conseguenze fisiche della violenza o dai decessi, premi assicurativi pagati per proteggersi contro la violenza e gli stipendi di guardie giurate e poliziotti.

Misurare i costi indiretti è pratica meno circoscrivibile e precisa. Ad esempio, gli studi che cercano di valutare il costo del dell’11 settembre hanno stime che variano da 35 miliardi a 109 miliardi di $. In aggiunta, ci sono molti tipi e metodi di attacchi terroristici diversi. La differenza di tipo, la dimensione e la gravità degli attacchi rende una generalizzazione del costo economico di un attacco difficile quantificare

Altro effetto fa si che la violenza e la paura della violenza portino a una riduzione degli investimenti. L’analisi effettuata su 730 imprese in Colombia dal 1997 al 2001 dice che con livelli più alti di violenza le iniziative imprenditoriali hanno minori probabilità di sopravvivere. Con più alti livelli di violenza, ci sono tassi di disoccupazione più alti, livelli di produttività più bassi e gli investimenti a lungo termine sono scoraggiati. Al contrario, per ogni dollaro salvato dalla spesa per la violenza, ce ne sarà un altro investito in attività economiche.

Molti paesi che registrano livelli elevati di terrorismo hanno anche alti livelli di conflitto armato interno. Di conseguenza, è difficile separare gli effetti del terrorismo sulla performance economica di questi paesi dall’impatto economico dei conflitti interni. Mentre la crescita economica e l’export può essere influenzato negativamente da atti di terrorismo, non vi è un rapporto uniforme in tutto paesi. La letteratura che definisce gli effetti economici indiretti del terrorismo mostra risultati contrastanti e spesso contraddittori. Inoltre, l’effetto che il terrorismo ha sulla produzione è significativamente influenzato dal tipo di governo, livello di sviluppo e situazione economica locale.

Non si può pertanto correlare strettamente gli atti di terrorismo alla mancata crescita o ad altri eventi economici negativi, essendo eccessive le variabili e discordanti gli esempi analizzati nel passato. Tanto più che gli obiettivi possono cambiare ed influenzare così diversamente il tessuto produttivo o quello sociale. E tali obiettivi negli anni sono variati sistematicamente secondo gli attori e i teatri ove hanno operato.

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