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China Analysis con Rebecca Arcesati

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Credit: Reuters

Anno nuovo, svalutazione nuova

Di Rebecca ARCESATI, 7 gennaio 2016

Dopo il deprezzamento dello scorso agosto, quando la valuta cinese aveva perso attorno al 5% del proprio valore in pochi giorni, oggi la People’s Bank of China ha fissato la parità yuan-dollaro a 6,5646 (-0,51%), l’ottavo deprezzamento consecutivo. Lo yuan è ai minimi da marzo 2011 e i mercati segnalano il consueto allarmismo, che si somma ai dati non incoraggianti sulla crescita del Dragone nel quarto trimestre 2015, ma anche alle previsioni sulla performance globale per il 2016. Come solitamente accade, a ogni mossa della seconda economia mondiale seguono tensioni e previsioni mediatiche.

La manovra ha fatto scendere anche altre valute regionali, e anche questa volta si alimenta la speculazione su una possibile svalutazione competitiva per rivitalizzare l’export, sull’innesco di una guerra valutaria come accaduto durante la crisi asiatica del 1997, oltre che sulla potenziale ondata destabilizzatrice sull’economia cinese, in fase di rallentamento. L’indice Caixin/Markit, il termometro domestico più accreditato sull’andamento di Pechino, che a differenza dei dati ufficiali si focalizza sulle Pmi, ha segnato a dicembre la decima contrazione consecutiva nel manifatturiero (a 48,2%); giù anche i servizi, a 50.2, il valore più basso in 17 mesi. Il settore contribuisce a metà della crescita e rappresenta la forza propulsiva della nuova economia di Xi jinping, che vede un allontanamento da export e investimenti a favore dei consumi interni.

E’ importante comunque sottolineare come una crescita più moderata sia non soltanto accettata, ma anche auspicata dal governo cinese, alle prese con delicate riforme economiche, finanziarie e sociali che dovrebbero restituirci, non senza difficoltà, una Cina più stabile, innovativa e sostenibile. Le cifre non erano state, ovviamente, accolte bene dai mercati; il deprezzamento della moneta ha alimentato oggi una nuova caduta di oltre il 7% e l’attivazione, per la seconda volta in una settimana, della nuova misura che prevede la temporanea sospensione di Borsa per limitare eccessivi crolli: si è concluso così il giorno più breve di trading di sempre, lungo appena 29 minuti. Un’altra causa delle perturbazioni recenti è che si attendeva l’abolizione del divieto di vendita di azioni per i maggiori azionisti, orchestrato da Pechino la scorsa estate per frenare i crolli sulle piazze di Shanghai e Shenzhen. Così dopo oggi la Consob cinese ha fatto marcia indietro: i big della finanza che detengono oltre il 5% dei pacchetti azionari delle società non potranno ridurre le quote di oltre l’1% per tre mesi.

Il governo sta proseguendo sulla difficile china dell’equilibrio tra Stato e mercato: mentre lo yuan è entrato nel paniere delle valute di riserva e si sta tentando la liberalizzazione finanziaria, la mano di Pechino interviene ancora ogni volta che i mercati cascano. Una strategia che appare inevitabile ma che viene criticata dagli analisti, secondo i quali misure palliative a breve termine non giovano all’economia cinese. Un altro segnale confusionario per gli investitori è stata la diminuzione delle riserve valutarie per arginare perdite troppo rapide di valore del RMB dopo la pur modesta svalutazione di agosto scorso.

Intanto la Banca Mondiale ha diffuso le revisioni della crescita economica mondiale per il 2015: sarà del 2,9%, 0,4 punti in meno rispetto alle previsioni di giugno. Anche se si crescerà più dell’anno scorso, piuttosto deludente al 2,4%, la Banca segnala preoccupazione per la debolezza della maggior parte dei Paesi emergenti, che minaccia “il raggiungimento degli obiettivi di riduzione della povertà e della prosperità condivisa”. Pesa nelle stime il rallentamento cinese: crescita del 6,7% rispetto al 6,9 del 2015, il livello più basso dal 1990. Anche questi dati contribuiscono alla performance debole delle borse in Cina.

Tornando al RMB, Pechino ha voluto rassicurare i mercati globali, che hanno reagito male alla manovra valutaria nonostante la sua modesta entità, sul fatto che non è in atto una svalutazione costante dello yuan e che il suo valore è rimasto stabile durante tutto il 2015 rispetto alle valute di riferimento.

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Secondo David Dollar, esperto di economia cinese, il timore sui mercati globali è causato dall’incertezza: il lento apprezzamento dello yuan rispetto al dollaro (50% dal 2005) è stato, per molto tempo, una fonte di stabilità per l’economia mondiale che ora si è persa, dato che dall’estate 2014 il dollaro si sta apprezzando e ci si aspetta che continuerà a farlo. La Cina ha così deciso, da poco, di non seguire più il dollaro, per questo ha recentemente pubblicizzato l’impegno a mantenere un indice stabile che segue il mercato; poi la decisione di svalutare, e il conseguente timore di ulteriori deprezzamenti, che non sembrano giustificati dato che la Cina in rallentamento mantiene comunque un surplus commerciale vertiginoso, aumentato a 600 miliardi di dollari nel 2015. Ma si deve introdurre un ulteriore elemento: le grandi fuoriuscite di capitali spese per stabilizzare la valuta lo scorso anno, che potrebbero rendere impossibile continuare a farlo.

Le riserve in valuta estera hanno subito un calo record a dicembre fino a 3330 miliardi di dollari, meno 108 miliardi. E’ anche un segnale di massicce fughe di capitali, a cui il Partito ha risposto con l’intenzione di punire “trasferimenti illegali di denaro”. Secondo il Telegraph, si diffondono le preoccupazioni che la Cina stia perdendo il controllo sulla sua valuta e sulla sua politica economica. Si tratta soltanto dell’ennesimo falso allarme?

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  1. BORSA, CHINA ANALYSIS, CINA, VALUTE China Analysis con Rebecca Arcesati di rebeccaarce • 7 gennaio 2016 • 0 Comments china_3477198b Credit: Reuters Anno nuovo, svalutazione nuova Di Rebecca ARCESATI, 7 gennaio 2016 Dopo il deprezzamento dello scorso a

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