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L’ECONOMIA DI GAIA con Gaia CACCIABUE

E se un gruppo di miliardari decidesse di rivoluzionare l’energia?

MILIARDARI

 

Cos’hanno in comune gli uomini nelle foto qui sopra, a parte essere miliardari e aver fondato alcune tra le aziende più innovative al mondo?

Mentre il Cop21 passava quasi in sordina, senza lasciare tracce sui giornali, una novità è serpeggiata tra le informazioni, balenando timidamente sui quotidiani italiani, ma prendendosi uno spazio decisamente più consistente sulle testate estere: la nascita della Breakthrough Energy Coalition.

In questo caso di parla sempre di ambiente, ma in relazione ad un altro tema fondamentale: l’energia. Infatti, l’urgenza di affrontare il cambiamento climatico e il bisogno di energia dei paesi in via di sviluppo combinati insieme conducono ad un’unica conclusione: la necessità di produrre energia, e tanta, ma ad impatto zero o quasi.

Fin qui non c’è nulla di straordinario, al massimo si tratta di buon un esercizio di sintesi della questione “energia sostenibile” di cui si sente parlare da tempo. Nemmeno la natura dell’iniziativa di per sé è eccezionale, non fosse per le dimensioni del progetto, sia in termini di soldi che in termini di possibile impatto.

La Breakthrough Energy Coalition (letteralmente: Coalizione per un radicale passo avanti dell’Energia) si basa su due presupposti: primo, la necessità di produrre per il mondo energia che sia affidabile, economicamente accessibile e che non produca emissioni di carbonio o inquini l’ambiente in qualunque altro modo.

Secondo: l’unico modo per ottenere questo risultato è prevedere di investire su larghissima scala e sul medio o lungo periodo, mantenere i flussi di investimento costanti nel tempo e avere investitori pazienti e coscienti di quello che è l’obiettivo finale: creare il nuovo mix di fonti energetiche per il pianeta.

Viste le dimensioni del problema che si prefigge di affrontare, la Coalizione, composta da imprenditori e investitori privati, si propone di coinvolgere anche governi e ricercatori: vediamo come.

Sostanzialmente la filosofia è questa: d’accordo, sarebbe compito dei governi sostenere la ricerca e lo sviluppo di tecnologie necessarie a garantire il benessere e la sopravvivenza delle masse, ma poiché al momento i fondi di cui i governi dispongono sono inadeguati a far fronte ad un problema tanto grande, e un accordo efficace al riguardo sembra impossibile da raggiungere, tocca al settore privato investire. Trattando però l’investimento come tutti gli altri: valutando la scelta, organizzando al meglio l’attività perché possa fruttare, valorizzandola per portarla al successo e prendendosi i giusti rischi lungo tutto il percorso, se e quando necessario.

Per la natura del settore di cui stiamo parlando, quello energetico, per avere successo un’idea però deve anche poter usufruire di infrastrutture adeguate, per venire sfruttata al meglio e mostrare il proprio potenziale di applicazione. Da qui la necessità di unire le forze private (i fondi, la capacità di organizzazione, la valutazione dei rischi) con quelle pubbliche (i necessari investimenti in infrastrutture), e quindi di coinvolgere i governi. In venti hanno sottoscritto la Mission Innovation, con il proposito di raddoppiare i propri investimenti nella ricerca energetica: Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Svezia, India, Cina, USA, Canada, Corea del sud, Australia, Giappone, Norvegia, Danimarca, Nuova Zelanda, Brasile, Messico, Cile, Indonesia, Arabia Saudita, ed Emirati Arabi Uniti.

Il piano è il seguente: selezionare progetti di ricerca nelle fasi iniziali, così da dare una spinta al processo di sviluppo, ridurre il rischio del progetto e poter a quel punto attirare nuovi investitori, meno inclini ad assumersi l’alto rischio iniziale.

Poiché al momento non si sa da dove arriverà la soluzione, ed è probabile che la soluzione stessa sia una combinazione di più innovazioni, gli investimenti saranno distribuiti su vari campi: generazione e accumulo di energia, trasporti, utilizzo nel settore industriale, agricoltura, efficienza energetica. Per lo stesso ragionamento, non si faranno preferenze tra progetti che riguardano modi radicalmente nuovi di produrre energia e progetti che permetterebbero di innovare modelli tradizionali, o già conosciuti, di produrre energia: l’importante è che siano credibili (e questo significa avvalorati dai migliori ricercatori e scienziati di tutto il mondo) e puntino ad un miglioramento esponenziale e di grande impatto.

Abbiamo visto cosa si vuole fare e come si pensa di ottenerlo, ora veniamo a chi sono i componenti della Coalizione: gruppi industriali indiani, nigeriani, sud africani, francesi, americani, cinesi, giapponesi; ma anche –e soprattutto- molti volti noti: Jeff Bezos (Amazon), Richard Branson (Virgin), Bill Gates (Bill & Melinda Gates Foundation), Reid Hoffman (Lindedin), Jack Ma (Alibaba Group), Hasso Plattner (SAP), Ratan Tata (Tata Sons), Meg Whitman (Hewlett Packard Enterprise), Mark Zuckerberg (Facebook) e consorte.

In tutto 28 miliardari, per un totale di 388 miliardi di dollari circa di patrimonio. Per dare un’idea del volume di investimenti che l’iniziativa può generare, Bill Gates, promotore del progetto, il primo di dicembre scorso ha reso ufficiale che nei prossimi cinque anni investirà 1 miliardo di dollari nel programma.

L’esistenza della Coalizione è stata annunciata il giorno prima dell’inizio del Cop21 di Parigi: una prova di forza del settore privato, che senza aspettare eventuali accordi ha mostrato di sapere qual è la strada per risolvere una parte del problema? In sostanza si è tolta di mano ai governi una possibile soluzione alla questione energia, con un piglio molto pratico che da nessun capo di stato o coalizione ci si sarebbe potuto aspettare, e che si trova in linea con il giudizio positivo che il settore privato ha ricevuto negli ultimi periodi sul fronte innovazione e sostenibilità.

Non sarà il caso di osannare i paperoni che si sono accorti che riuscire a rivoluzionare lo scenario energetico vorrebbe dire fare grandi affari, ma di certo è apprezzabile un’iniziativa così definita, soprattutto dopo gli accordi fumosi dell’ultima Conference of parties, dove nessuno è responsabile e niente è sicuro.

Considerando la delusione del Cop21, questa allegra banda di miliardari sembra al momento rappresentare la speranza più concreta: alla bella faccia di chi non crede al nuovo capitalismo, e spera ancora di salvare il mondo con la politica.

Gaia Cacciabue

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