SHARING ECONOMY OVVERO L’EVOLUZIONE DEI CONSUMI

PROPRIETA’ O CONDIVISIONE?

L’IMPORTANTE E’ IL POSSESSO

 

 

La Sharing Economy promuove forme di consumo più consapevoli basate sul riuso invece che sull’acquisto e sull’accesso piuttosto che sulla proprietà.

Si traduce con l’espressione “economia della condivisione”. Tuttavia, ancora non vi è una definizione univoca e infatti sotto il cappello della Sharing Economy ricadono forme e prassi di condivisione e collaborazione anche molto diverse tra loro.

Tutto avviene tramite portali Web e APP mobile, creati da startup quasi sempre statunitensi che investono milioni di dollari per creare sia la piattaforma che soprattutto la community. È quest’ultima, infatti, a determinare il successo o meno di una iniziativa di questo genere.

Secondo Rogers e Botsman, autori di “What’s mine is yours”, testo chiave di questo nuovo approccio economico, la Sharing Economy promuove forme di consumo più consapevoli basate sul riuso invece che sull’acquisto e sull’accesso piuttosto che sulla proprietà. La sua diffusione è favorita dall’impasse che i modelli tradizionali di scambio e redistribuzione stanno attraversando, e dalla crescente pervasività dei social media e delle nuove tecnologie e, come è stato sottolineato al recente OECD Forum, è una nuova modalità di consumo, figlia di un approccio più resiliente e partecipativo della cittadinanza e dei lavoratori alla crisi, che sta aprendo nuove opportunità di sviluppo e crescita economica.

La diffusione della sharing economy è poi favorita dall’evoluzione in corso dei consumi. La domanda di molti beni e servizi secondo i modelli tradizionali è infatti calata per via della crisi ma nei fatti essa si è semplicemente trasformata ed ha trovato terreno fertile proprio nella sharing economy.

Come ha sottolineato The Economist in uno degli speciali sulla Sharing Economy, i consumi collaborativi rappresentano senz’altro una risposta alla crisi economica che stiamo vivendo. Questo piccolo e concreto motore alternativo di sicuro non soppianterà l’economia tradizionale, ma proponendo modelli complementari rispetto a quelli esistenti e coinvolgendo amministrazioni pubbliche, imprese tradizionali, nuovi business, comunità e singoli cittadini, potrà portare benefici sociali ed economici anche importanti, incidendo sulla capacità di creare occupazione

Quali sono le principali caratteristiche del modello di business basato sull’ economia condivisa?

  1. 1. La tecnologia alla base di tutto

La sharing economy è un modello basato sull’utilizzo della tecnologia. E’ grazie alla tecnologia, infatti, che il contatto fra sconosciuti viene reso possibile, semplice ed immediato ed è sempre grazie ad essa che è possibile accedere ad un determinato servizio in ogni momento e da qualunque luogo.

  1. Nessun possesso di beni

Le aziende che basano il proprio business su questo modello si limitano ad organizzare e gestire una piattaforme web con relativa community. Beni e servizi quindi non sono offerti dall’azienda, ma dalle stesse persone che fanno parte della community.

  1. Le persone sono il vero asset

La costruzione di una community genera a tutti gli effetti un nuovo modo di fare azienda. La chiave del successo per queste aziende è quella di riuscire a mettere insieme persone con gli stessi problemi, interessi, ecc. e fare in modo che dalla loro unione si creino vantaggi ed opportunità per tutti! Le persone sono il vero asset di queste aziende.

  1. Convenienza economica ed esperienziale

Le persone amano queste piattaforme così tanto per il semplice fatto che esse offrono importanti vantaggi sia in termini economici che esperienziali.
Molto spesso, inoltre, questi servizi sono così nuovi e rivoluzionari da surclassare completamente quelli esistenti solo pochi mesi prima nell’economia tradizionali.

Non solo Uber, Airbnb e le grandi piattaforme possono beneficiare del modello offerto dall’economia collaborativa ma anche le aziende tradizionali. E’ quanto emerge da un report di Credit Suisse pubblicato qualche tempo fa che propone una lista di 16 aziende quotate in borsa e relativi comparti che nei prossimi anni potranno trarre grandi vantaggi dalla crescita dell’economia collaborativa. Fra questi le assicurazioni, per esempio, che nei neonati servizi collaborativi possono trovare l’opportunità per lanciare nuovi prodotti, come per esempio Geico, gruppo americano, che da poco ha rilasciato un prodotto dedicato specificatamente agli autisti che utilizzano servizi di ridesharing come Uber o Lyft: oppure Guevara digital company inglese che due anni fa ha lanciato l’assicurazione auto condivisa con suddivisione del premio e del rischio fra gruppi di utenti. I grandi tour operator o i portali di viaggio che si occupano di accoglienza, invece, potrebbero affiancare la loro offerta tradizionale con quella dei privati come ha già iniziato a fare, per esempio, Booking.com che attraverso il suo portale permette di prenotare hotel ma anche appartamenti di privati garantiti e controllati dalla stessa piattaforma. La vertiginosa crescita del social lending (prestiti fra pari) che nel 2014 ha raccolto più di 14 miliardi di dollari, invece, può indurre le banche ad attivare partnership con i leader di mercato: Citigroup, terza banca americana, per esempio, promuove il prestito fra pari con la quotata in borsa LendingClub, MetroBank, innovativa banca inglese, con Zopa, sperando entrambi di raggiungere così nuovi clienti. L’aumento dei lavoratori autonomi e degli spazi di co-working può essere linfa vitale per le immobiliari, come Windows on Europe, il gruppo che ha aperto a Milano Copernico, un luogo in cui possono lavorare sotto lo stesso tetto professionisti e grandi imprese che, insieme, propongono iniziative ed eventi che facilitano l’incontro e lo sviluppo di business. C’è poi tutto il mondo dei trasporti che può affiancare ai propri servizi le pratiche peer to peer. Ci provano Dhl e Amazon che stanno sperimentando la consegna a domicilio fra i privati, la prima in Svezia attraverso l’applicazione Myways, la seconda a Seattle attraverso il suo portale. E, infine, le aziende che si occupano di selezione del personale possono beneficiare di servizi come Upwork, attraverso cui è possibile trovare facilmente nuovi professionisti selezionati grazie ai meccanismi di reputazioni tipici delle piattaforme collaborative.

Le formule con le quali sperimentare i processi collaborativi in aziende sono diversi. Si può siglare un accordo con le imprese collaborative come in Italia per esempio ha fatto Venpa, azienda leader nel noleggio di mezzi da cantiere, che con Gnammo organizza cene di lavoro a casa di privati favorendo così un’esperienza più emozionale e informale; oppure proporre la propria piattaforma collaborativa, come Telecom che nel dicembre del 2014 ha aperto Withyouwedo un servizio di crowdfunding per sostenere e finanziare iniziative e progetti in ambito sociale, digitale e tutela dell’ambiente. Terza possibilità è invece inserire processi collaborativi all’interno del proprio modo di fare azienda. Widiba, per esempio, Banca online del Monte dei Paschi di Siena, ancora prima della sua apertura ha costruito una community per confrontarsi su prodotti e servizi desiderati.

Qualunque sia la formula adottata, l’economia collaborativa può diventare un’occasione per le aziende per rinnovare i propri servizi e rispondere a nuovi bisogni. Stanno ad esempio nascendo nuove piattaforme di condivisione di oggetti, capacità, tempo, spazi, servizi e conoscenze; piattaforme capaci di incidere sui monopoli commerciali più consolidati e che potrebbero rappresentare una vera opportunità per le imprese tradizionali, se non percepite come una minaccia. Le start up nascenti, infatti, rispondono a nuovi bisogni dei consumatori, tra cui ad esempio la crescente necessità di interagire con le aziende in una modalità meno verticale e top-down ma più partecipativa. Il vero potenziale scaturisce nelle partnership, dove le aziende tradizionali appoggiandosi alle start up possono avvicinarsi a questa nuova cultura della collaborazione, e al contempo le start up hanno l’opportunità di accedere a nuovi mercati. Si veda ad esempio il caso di Fubles, una community per trovare compagni per le partite di calcetto, che vanta una collaborazione con Adidas a cui è seguito un importante finanziamento da Renzo Rosso, (Diesel). O ancora la collaborazione tra Barilla e Gnammo, una piattaforma di social eating. Esempi di come la domanda di consumi non sia assente, ma semplicemente si sia trasformata, rispondendo a nuove esigenze. La crisi e una rinnovata attenzione alle risorse, unita alla velocità di condivisione possibile grazie alla rete, e a un rinato senso di comunità, spingono anche i singoli privati al noleggio, all’affitto, al prestito, ecc. o chi ha delle competenze (artigianali, artistiche, scientifiche…) a mettersi a disposizione per offrire prodotti o servizi attraverso piattaforme ad hoc.

Il segreto del successo è racchiuso in tre parole: fiducia, efficienza, valore. Ma il contributo al Pil, per il momento, non sembra ancora da stupore, anzi: resta tra lo 0,25 e l’1 per cento. Che in Italia sarebbe come dire fra i 4 e i 16 miliardi di euro, grosso modo. Ora, neanche troppo poco. In percentuale, però, un’inezia, soprattutto se rapportata al gran baccano che questa nuova economia produce, in termini di attenzione dei media.

La forchetta 0,25-1 per cento è una stima degli esperti di Crédit Suisse, per un settore che alcuni commentatori stanno tendendo a definire on demand economy; in questo caso si mettono al centro le persone più che le tecnologie in un’economia “delle prestazioni lavorative a richiesta”. Ancora, c’è chi parla di peer-to-peer asset lending platforms, sottolineando invece il ruolo delle piattaforme informatiche sulle quali prende vita questa nuova economia.

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Settori in cui opera la on demand (sharing) economy rilevanti per la formazione del Pil (fonte: Crédit Suisse)

Purtroppo l’economia della condivisione non presenta solo vantaggi ed opportunità ma anche una serie di problemi e di rischi che ovviamente alimentano il dibattito nazionale ed internazionale.

Queste aziende, infatti, sono proprietarie spesso delle sole piattaforme web e non possiedono i beni oggetto della condivisione. Avendo dei costi fissi esigui hanno poi anche un potere di accumulo del capitale impressionante.

Quando queste aziende raggiungono una determinata massa critica da semplici aziende competitive diventano veri e propri monopolisti, tendendo ad alzare delle barriere all’entrata insormontabili. Basta pensare ad esempio facebook o whatsapp.

Ma l’aspetto che più di tutti sta ingenerando polemiche è quello fiscale e lavorativo. Attraverso queste piattaforme, molti individui trasformano il servizio offerto in un vero e proprio lavoro ma le aziende proprietarie continuano a trattare di fatto come autonomo un lavoro che si presenta invece come subordinato.

E per non farsi mancare proprio nulla queste stesse aziende stabiliscono la propria sede in paradisi fiscali senza pagare nemmeno un euro di tasse nelle nazioni in cui sono presenti!

Infine, c’è la questione privacy legata ai dati che queste aziende raccolgono sui propri iscritti tanto è vero che anche qui i processi giudiziari in corso non si contano più.

Quando il servizio cresce e raggiunge una importante massa critica, tuttavia, queste caratteristiche possono costituire dei veri e propri rischi, ed è su questo che si sta concentrando in gran parte il dibattito internazionale e, in parte, anche le nostre istituzioni. Infatti:

  1. La piattaforma non possedendo beni non ha costi di infrastruttura e ha un potere di accumulo del capitale velocissimo;
  2. quando la community raggiunge quella massa critica necessaria per essere efficiente, la piattaforma diventa la piazza dove recarsi per scambiare, creando una concentrazione e delle abitudini che scoraggiano di fatto l’ingresso sul mercato di altri concorrenti, che con grande difficoltà riusciranno a ricreare un ambiente così attraente e spostare masse di persone (e questo, ad esempio, è il motivo per cui Google non è mai riuscito a creare un social network che facesse una reale concorrenza a Facebook);
  3. la convenienza generata dalla transazione, quando è economica, crea degli scompensi perché molti individui trasformano il servizio offerto dalle piattaforme in un vero e proprio lavoro, mentre le piattaforme continuano a trattare di fatto come autonomo un lavoro che si presenta come subordinato (da qui l’accusa di favorire un nuovo precariato e di non fare abbastanza per assicurare sicurezza e garanzie ai propri lavoratori);
  4. la tecnologia permette a queste piattaforme di raccogliere i nostri dati e avere in mano il destino della nostra reputazione.

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