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L’ANGOLO DI ADAM SMITH

LA RAI IN BOLLETTA

Tanto tuonò che piovve. L’ipotesi di inserire il canone Rai nella bolletta elettrica circolava da tempo e alla fine si è realizzata all’interno della Legge di Stabilità or ora approvata.
Contemporaneamente il Parlamento ha emanato anche una riforma dell’ente radiotelevisivo pubblico, prevedendo tra le altre cose un cambio della governance attraverso la nomina di un amministratore delegato all’interno di un CdA di 7 componenti.
Più sotto cercheremo di capire la sostanza dei due provvedimenti, per ora tentiamo di verificarne la coerenza con il Renzi-pensiero originale, quello espresso nei 100 punti della Leopolda. Il punto n. 16 affermava che “La Rai ha 15 canali, dei quali solo 8 hanno una valenza “pubblica”. Questi vanno finanziati esclusivamente attraverso il canone. Gli altri, inclusi Rai 1 e Rai 2, devono essere da subito finanziati esclusivamente con la pubblicità, con affollamenti pari a quelli delle reti private, e successivamente privatizzati”.
Al punto 17, invece, si proponeva che la governance della Tv pubblica fosse riformulata sul modello BBC (Comitato Strategico nominato dal Presidente della Repubblica che nomina i membri del Comitato Esecutivo, composto da manager, e l’Amministratore Delegato). “L’obiettivo è tenere i partiti politici fuori dalla gestione della televisione pubblica” si concludeva perentoriamente.
Partiamo da quest’ultimo punto. Com’è stato osservato, una riforma che concede poteri amplissimi ad un amministratore delegato nominato direttamente dal Ministero dell’Economia, con un CdA blindato dal governo stesso e dalla maggioranza parlamentare, in un sistema in cui i contrappesi costituzionali tendono a diminuire, beh, forse espelle tutti partiti salvo uno, quello al potere. Se si pensa che l’AD avrà piena discrezionalità nella selezione di tutti i direttori di rete e di testata salvo maggioranza contraria di 5/7 del consiglio, si comprende immediatamente che la politica, quella del governo, avrà una preminenza assoluta nella gestione della Rai. Un domani, al posto di un bravo professionista come Campo Dell’Orto, qualcuno potrebbe avere la tentazione di installare qualcuno meno capace e più servile…
Rispetto al punto 16, il far pagare il canone in bolletta sembra neutro, ma non è così. Prima di tutto sono svanite le privatizzazioni di Rai 1 e Rai 2, in secondo luogo si è proceduto ad un aumento del carico fiscale. I calcoli variano, ma se l’aumento di gettito si aggirerà sui 400-500 milioni (anche tenuto conto dell’abbassamento del canone da 113 a 100 euro), dai 250 ai 330 milioni andranno alla Rai, qualche altra decina finanzieranno l’esenzione degli ultrasettantacinquenni a basso reddito, 60 milioni saranno versati a radio e tv locali e Radio Radicale e il poco che rimane servirà a ridurre altre tasse.
Inoltre, poiché si prevede l’autocertificazione per chi dichiarerà di non essere tenuto al pagamento del canone, avremo un intasamento di ricorsi e addirittura cause penali. In Gran Bretagna dove –attenzione- il canone si paga anche su tablet, PC e smartphone, 1,5 milioni di persone si chiamano fuori. E’ ragionevole quindi pensare che in Italia saranno almeno due milioni. Orbene, il tasso di evasione nel Belpaese è attualmente stimato intorno al 27%: vogliamo azzardare che la metà, il 13% “sbaglierà” l’autocertificazione (chi oggi evade non lo fa perché non riceve il bollettino, ma spesso semplicemente lo butta nel cestino)? Ebbene, visto che scatta l’azione penale, obbligatoria nel nostro paese, possiamo ipotizzare 250.000 cause penali per il canone Rai? Assurdo.
Chi ha la seconda casa paga una volta sola, 1 canone per “nucleo familiare”: bene. Ma i coinquilini (a meno che uno non barrichi il televisore in camera propria), coloro che hanno la residenza in una città e affittano in un’altra (studenti fuori sede, per dire) o i conviventi more uxorio pagheranno incredibilmente due volte. Poichè questi bizantinismi dovranno gestirli le società elettriche (e chi ha due abitazioni potrebbe avere due fornitori di energia diversi) le quali, ovviamente, hanno scarse informazioni, prepariamoci al caos.

Tutto questo si sarebbe potuto evitare se, invece che rinnovare per altri 5 anni con data di inizio retroattiva la concessione del servizio pubblico alla Rai, si fosse cominciato a ragionare sugli spunti della Leopolda.
Prima domanda: cos’è il servizio pubblico? Certo non “L’Eredità”, la “Domenica Sportiva”, i film o NCIS. Ammettiamo (e un libertario puro non sarebbe d’accordo) che la programmazione culturale di Rai Storia, Rai Scuola e Rai 5 lo siano, aggiungiamoci RaiNews (indipendente dai partiti), Isoradio e poco altro. C’è bisogno di un canone di 2 miliardi e 750 milioni di pubblicità? Non scherziamo. Sarebbero sufficienti poche decine di milioni.
Seconda domanda: E’ necessaria la proprietà pubblica? Niente affatto, si potrebbe privatizzare tranquillamente tutto, abolire il canone e dare in appalto ai privati lo svolgimento del famoso servizio pubblico oppure, in un sussulto di dirigismo, mantenere Rai 5, News, Scuola e Storia di proprietà del Tesoro, farle gestire da una Fondazione e prendere dalla fiscalità generale (quindi senza il caos burocratico della riscossione) i milioni sufficienti al loro funzionamento.
Così sì che i cittadini avrebbero 2 miliardi in più in tasca, i partiti sarebbero fuori dalla Rai,  le ottime professionalità che pure sono lì presenti potrebbero esprimersi al meglio e ci sarebbe una vera concorrenza nel mercato televisivo che toglierebbe rendite di posizione a Mediaset e Sky.
Purtroppo, in questo caso si è scelto di #noncambiareverso. Possiamo ancora cambiare canale, ma il canone toccherà pagarlo lo stesso.

Alessandro De Nicola
adenicola@adamsmith.it
Twitter @aledenicola

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