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SPAZIODONNA con Vitalba AZZOLLINI

Quanto pesa il fisco sulle piccole-medie imprese*

 

(pubblicato su La Voce http://www.lavoce.info/archives/38601/quanto-pesa-il-fisco-sulle-piccole-medie-imprese/)

 

Le piccole e medie imprese rappresentano “un importante volano per lo sviluppo e la crescita dell’economia” del Paese. Tuttavia, l’Italia continua a non costituire un ambiente favorevole all’iniziativa economica privata, gravata – oltre che dall’insostenibile pressione fiscale – da un’eccessiva mole di oneri finanziari e amministrativi. In particolare, per le PMI la tax compliance comporta un prezzo spesso sproporzionato rispetto alla loro struttura e dimensioni (OCSE). Ciò non solo incide negativamente sulla produttività aziendale e, di conseguenza, sulla competitività dell’intero sistema economico nazionale, ma alimenta il rischio di un costo ulteriore, vale a dire la propensione all’evasione.

Al fine, da un lato, di supportare le aziende nell’assolvimento di obblighi tributari sanciti spesso da norme instabili e complesse, dall’altro, di incrementarne il livello di compliance, migliorando i loro rapporti con il fisco, opportunamente il Governo venne delegato (legge n. 23/2014) a elaborare soluzioni di tipo proattivo, ad integrazione di quelle di tipo reattivo già vigenti. La delega prevedeva per le imprese di maggiori dimensioni forme di comunicazione e cooperazione rafforzata con l’amministrazione finanziaria, associate a minori adempimenti, diminuzione delle eventuali sanzioni e una procedura abbreviata per forme specifiche di interpello preventivo, a fronte della costituzione di sistemi di gestione e controllo del rischio fiscale; per quelle di minori dimensioni, invece, un sistema di tutoraggio da parte dell’amministrazione finanziaria, anche a fini di assistenza tributaria, con premialità consistenti nella riduzione dei relativi adempimenti. L’obiettivo era quello di avviare “un approccio al controllo ex ante, rispetto al tradizionale intervento ex post”, secondo il modello della cooperative compliance (già enhanced relationship) delineato dall’OCSE, sperimentato con il progetto pilota del 2013 e utilizzato nel settore bancario e assicurativo.

La delega è stata attuata (d.lgs. n. 128/2015) solo per la parte relativa alle aziende più grandi (volume d’affari superiore a 10 miliardi di euro, cui sono accomunate quelle già aderenti al progetto pilota, al momento 45 in tutto). Pertanto, per la platea delle aziende minori, “comparto numericamente significativo e diversificato”, non è stato realizzato il tutoraggio citato, nonostante la compliance fiscale sia più gravosa per queste ultime rispetto a quelle maggiori, come accennato. Eppure “la limitata influenza” dell’approccio repressivo da parte del fisco sul loro grado di compliance, quale emerge dalle evidenze, mostra da tempo la necessità – riconosciuta dallo stesso legislatore – di “un cambiamento delle strategie di controllo fiscale, focalizzando l’attenzione non più sul passato, alla ricerca di errori compiuti dal contribuente, ma accompagnando lo stesso nell’adempimento spontaneo”. Per altro verso, considerato che “l’incertezza in campo fiscale (…) è deleteria per le decisioni di investimento” e che la “sfiducia e conflittualità” tra contribuenti e amministrazione finanziaria è “fonte di inefficienze e costi”, appare evidente l’esigenza di sovvertire l’impostazione tradizionale. Invece, per le PMI non è stato neanche disposto che almeno “progressivamente” – così come previsto in via esplicita per le circa 3.200 imprese con volume di affari superiore a 100 milioni di euro (art. 7, c. 4, d.lgs. 128/2015) – l’usuale intervento reattivo del fisco possa essere integrato mediante un’azione di tipo preventivo, con le premialità conseguenti. Nella relazione di impatto del d.lgs. n. 128 ciò viene motivato con la circostanza che il regime collaborativo, in termini di risorse, determina per l’Agenzia delle Entrate la necessità di acquisire “nuove competenze che dovrebbero gradualmente essere consolidate”: ma le PMI non possono attendere sine die interventi ormai improcrastinabili.

Considerata questa esigenza, nonché i noti problemi organizzativi riguardanti l’Agenzia delle Entrate, una soluzione alternativa, già utilizzata in altri Paesi, per una interazione costruttiva tra fisco e aziende atta a far emergere e risolvere ex ante le questioni interpretative più critiche e gli eventuali conflitti, potrebbe essere individuata nella istituzione di un “Comitato Fiscale”. Quest’ultimo, composto in maniera paritetica da rappresentanti di varie categorie (autorità fiscali, imprenditori, giudici tributari, professionisti ecc.), avrebbe la funzione di emettere pareri su istanza, aventi “valore di prova (…) in caso di procedura di accertamento e tax litigation”. La soluzione indicata consentirebbe di porre a carico dell’amministrazione finanziaria l’onere di provare puntualmente le cause di un’eventuale contestazione nei confronti del contribuente, in caso di parere favorevole a quest’ultimo, sovvertendo così lo schema per cui è il privato a dover dimostrare di non essere in torto, sarebbe; inoltre, potrebbe agevolare gli investimenti esteri in Italia, attenuando “la percezione di un sistema ostile all’attività economica, soggetto a instabilità e complessità dei tributi e a uno scarso rispetto dei diritti del contribuente”.

In attesa di una consistente riduzione del carico tributario, di una effettiva semplificazione degli obblighi connessi e di una rivoluzione culturale in ambito fiscale che possa effettivamente essere definita come tale, una soluzione come quella esposta potrebbe essere considerata già un buon risultato.

* Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono l’istituzione per cui lavora.

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