Il sistema Banca d’Italia: quando i controllori diventano controllati.


Un estratto di questo articolo è stato pubblicato nella rubrica #IlGraffio su AdviseOnlyBlog il  13.1.2016; ringraziamo l’autore Corrado Griffa ed AdviseOnly per la gentile concessione alla riproduzione.

Nell’immaginario collettivo, Banca d’Italia (come altre banche centrali) per decenni è stata una sorta di luogo sacro, dove si studiava e reclamizzava il “sacro Graal”, che però negli ultimi tempi sembra sempre più evaporato ed alla mercé di critiche, spesso doverose: e quando gli dei cadono, lo fanno precipitosamente e con gran rumore. Il sistema dei controlli di Banca d’Italia viene sempre più spesso messo sotto esame: valgano come esempi i casi delle banche commissariate con significativo ritardo rispetto al momento della percezione della crisi (leggi, crediti inesigibili) e la  carenza di effettivi controlli sulla raccolta bancaria (leggi, obbligazioni subordinate).

Ma Banca d’Italia è davvero “super partes” nei confronti delle banche italiane?

Vediamo di mettere chiarezza. Certo, la Banca Centrale Europea ha accentrato molte funzioni, prima gestite dalle banche centrali nazionali; ma le banche centrali nazionali continuano ad avere un importante ruolo di vigilanza e controllo sulle banche nazionali, in particolare quelle che non rientrano nella “top list” vigilata dalla BCE. Ricordiamo che le banche operanti in Italia sono 1.755 (banche in forma di società per azioni, BCC, casse di risparmio, banche popolari, casse rurali ed artigiane, casse raiffeisen, mediocredito, filiali di banche estere) e che Bankitalia ha inoltre il controllo sugli intermediari non bancari, sulle società di gestione ed intermediazione mobiliare, su altri soggetti vigilati.

Ma chi sono gli azionisti delle banche centrali nazionali?

Se la domanda ha una semplice risposta per Banca d’Inghilterra, Bundesbank, Banque de France e Banco de Espana, tutte possedute interamente dai rispettivi governi (che nomina, ma non impone vicoli di mandato, ai governatori ed ai consiglieri dell’organo di gestione), per la Banca d’Italia la risposta è molto più frammentata, proprio come i suoi azionisti; infatti, l’assetto proprietario attuale di Bankitalia è il risultato di fusioni, privatizzazioni, trasformazioni delle banche che, una volta pubbliche, nel tempo si sono anche aperte all’azionariato privato; nel caso di Banca d’Italia, l’essere azionista non porta a indirizzare od indicare la rotta della gestione, lasciata interamente alla struttura della Banca.
Una prima sorpresa: le banche italiane principali posseggono complessivamente circa l’88% del capitale della banca centrale.
I principali azionisti (dati aggiornati a settembre 2015) sono IntesaSanPaolo (30,3%), Unicredit (22,1%), Generali (6,3%), CariBologna (6,2%), INPS (3,0%), INAIL (2,7%) Carige (4,0%), Gruppo CRAsti (3,1%, di cui 2,1% Biverbanca), BNL (2,8%), MPS (2,5%), Cariparma (2,0%).

Un assetto alquanto peculiare: i controllati che formalmente controllano il controllore, ma da cui dipendono sostanzialmente; un evidente conflitto di interessi, a tutto vantaggio del mantenimento e della prosecuzione della “nomenclatura di sistema”.

Ai lettori potranno forse sorgere dubbi amletici sull’effettiva modalità e “spontaneità” dei controlli operati da Via Nazionale.
Ma le sorprese sono anche altre.

Il patrimonio della banca centrale è di 36,7 miliardi di euro, inclusi i fondi rischi generali; a normativa attuale, non corre l’obbligo per le banche azioniste di allineare il valore della quota posseduta al valore del patrimonio della banca centrale; alcune banche adottano il criterio del costo storico, altre hanno adeguato il valore della partecipazione negli anni. E spesso la rivalutazione così effettuata ha “aiutato” i bilanci delle banche partecipanti al capitale.
Ai partecipanti al capitale sono distribuiti dividendi per un importo massimo del 6% del capitale stesso: si tratta, quindi, di un importo massimo di 450 milioni di euro, da dividere fra tutti i partecipanti. I restanti utili sono destinati a distribuzione e/o accantonamento: accantonamento alla riserva ordinaria, fino alla misura massima del 20 per cento; accantonamento alla riserva straordinaria e ad eventuali fondi speciali, fino alla misura massima del 20 per cento; distribuzione allo Stato (che non è azionista della Banca d’Italia) per l’ammontare residuo: un “beneficiario di ultima istanza”.

Trattandosi di partecipazione in una banca centrale, non quotata e soggetta a restrizioni nella circolazione delle sue azioni, una trattativa per la cessione di una sua quota deve essere “benedetta” dalla Banca d’Italia stessa (l’oggetto di una trattativa, allo stato peraltro puramente teorica ed accademica, che sceglie l’eventuale acquirente, fissando le regole della trattativa) e soggetta alle sue indicazioni; “contendibilità” e “liquidità” dello strumento sono quindi modeste, diremmo assenti, e soggette a molteplici vincoli.

Una banca centrale che sembra usare pesi diversi, con ritardo rispetto ai tempi richiesti, che si trova a vigilare su banche che sono azioniste della banca centrale stessa; ce n’è a sufficienza per chiedersi, come nell’”Amleto” di Shakespeare, se “c’è del marcio nel manico del sistema”.

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