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BLOG con Angelo GIUBILEO

Perché i tempi stanno cambiando

 

A commento dell’ultimo libro (12/2015) del Governatore di Banca d’Italia, Perché i tempi stanno cambiando, nell’articolo precedente abbiamo sottolineato la necessità per l’Italia, ai fini della propria crescita e del proprio sviluppo, di “essere in Europa” e per l’Europa la necessità corrispondente, da oltre cinquant’anni, di “colmare il divario tecnologico con gli Stati Uniti”.

Tanto premesso, nella seconda parte del libro, Ignazio Visco esamina nei particolari la situazione economica e finanziaria sviluppatasi durante l’ultima crisi finanziaria internazionale, le misure predisposte in ambito europeo per l’uscita dalla crisi e infine il ruolo che potrebbe essere svolto con successo oggi in Italia dai cosiddetti maggiori attori economici: intermediari del credito, imprese e decisori politici.

Il giudizio del Governatore sulle più recenti vicende prende le mosse tuttavia dai fatti del 1989. Nel libro è detto che “in assenza di un’unione politicail rapporto Delors (1989) sull’Unione economica e monetaria riteneva che i mercati finanziari non potessero non potessero da soli fornire i giusti incentivi alla conduzione di politiche di bilancio prudenti. Si faceva però affidamento sulla spinta del mercato unico per la convergenza economica tra i paesi membri dell’area”.

Nell’ambito dei mercati globali, è tuttavia accaduto che il peso della finanza internazionale si sia in genere rivelato eccessivo in ordine alle diverse economie dei singoli stati nazionali. Gli operatori di mercato, vecchi e nuovi, “negli ultimi due decenni (hanno agevolato) un sistema in cui i prestiti concessi venivano rapidamente trasformati in altri prodotti finanziari garantiti da quegli stessi prestiti, e quindi ceduti sul mercato: il cosiddetto modello originate-to-distribute (OTD) … Nel modello OTD il rischio di credito non è concentrato nei bilanci delle banche, ma è ridistribuito su una moltitudine di investitori”.

I controlli delle diverse authority, e in definitiva dei singoli stati nazionali, si sono quindi rivelati poco validi e in molti casi inefficaci; così che la questione prioritaria è divenuta quella di garantire l’integrità e in prospettiva la sostenibilità dei diversi sistemi finanziari nazionali.

A tale proposito, Visco sottolinea la validità dell’azione di governance europea svolta finora – in quanto “la politica monetaria unica è in grado di garantire la stabilità solo se i fondamentali economici e l’architettura istituzionale dell’area sono con essa coerenti” – a fronte della recessione mondiale e delle crisi di debito sovrano dei paesi cosiddetti PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) e infine di Cipro. In particolare, egli evidenzia come siano state predisposte “nuove modalità di intervento sul mercato secondario dei titoli di Stato (Outrigt Monetary Transaction, OMT)” al fine prioritario di “preservare la trasmissione della politica monetaria nell’area dell’euro”.

Ora, per uscire definitivamente dalla crisi, si tratta di realizzare le riforme di sistema necessarie al fine di “sfruttare appieno tutte le opportunità offerte dall’Unione”; al contrario di quanto viceversa è accaduto in principio e nella fase di unificazione immediatamente precedente all’ultima crisi finanziaria internazionale (2007), allorquando il nostro paese, a cattivo esempio, non è stato capace di sfruttare il finanziamento dei fondi strutturali europei (FSE). E al fine, ancora oggi, di rendere competitivo il nostro sistema economico nazionale e in particolare di sostenere la domanda di prestito che il Tesoro – si legge nel libro – rivolge annualmente ai mercati per un importo complessivo di circa 400 miliardi.

Giunti all’inizio dell’ultimo capitolo del libro, il Governatore si chiede se in Italia sia auspicabile “una presenza pubblica … maggiore di quella che oggi si osserva”. In proposito, egli insiste su un ruolo diverso che lo stato dovrebbe o comunque è chiamato a svolgere oggi in Italia, non più di “produttore”, come dal dopoguerra in avanti, bensì di “regolatore” dell’economia nazionale, in ordine ai mali o comunque le inefficienze del sistema nazionale delle imprese, e in generale, per se stesse: una dimensione piccola o medio-piccola, una gestione familiare, una minore capacità innovativa, una struttura finanziaria di debito, preponderante rispetto al capitale e quindi dipendente in eccesso dal credito bancario.

Al fine di potenziare e rendere quindi competitivo questo sistema, Visco suggerisce che lo Stato: 1) assuma un ruolo di coordinamento delle iniziative dei numerosi enti pubblici di ricerca esistenti 2) agevoli il credito di imposta per le attività di ricerca e di sviluppo 3) faciliti la gestione nei diversi settori delle amministrazioni pubbliche, quali giustizia, istruzione, lavoro e servizi 4) promuova e garantisca la legalità, la sicurezza personale, la difesa e la qualità dell’ambiente. In modo che sia realizzata, nel complesso, quella che Visco chiama la “variabile decisiva” sia per la crescita economica che per lo sviluppo, ovvero “gli investimenti, privati e in infrastrutture”.

                                                                                                                      (Seconda parte – fine)

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